Abdullah Öcalan ha inviato un messaggio, dall’isola di Imrali dove è incarcerato dal 1999, alla “Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul il 6 e 7 dicembre, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia (Partito DEM). Si tratta di un messaggio assai importante non solo sulla strada di una soluzione di pace per la questione curda, ma anche per chi come noi è impegnato nel progetto della rifondazione comunista. Non a caso nel documento approvato all’ultimo congresso abbiamo dedicato un capitolo al nostro comunismo democratico in cui è citato il confederalismo democatico di Ocalan che costituisce un contributo fondamentale nel dibattito internazionale sul socialismo nel XXI secolo. (M.A.)
Il messaggio letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş:
“Stimati pensatori, cari compagni, stimati delegati e tutte le persone che continuano a credere che il socialismo sia ancora possibile;
mi rivolgo a voi oggi dall’isola di Imralı, in condizioni di isolamento che durano da 26 anni, in un momento in cui è ripreso un nuovo dialogo con lo Stato sulla questione curda, alla ricerca della pace e di una società democratica. Rivolgermi a voi, alla Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, sul percorso verso la ricostruzione del socialismo, è significativo e importante.
Come curdi, nel corso dei 52 anni di lotta del PKK, abbiamo portato a termine la nostra battaglia per l’esistenza e la dignità e ora entriamo in un periodo in cui è possibile ricostruire una repubblica democratica e una società democratica.
Il PKK ha compiuto la sua missione storica garantendo l’esistenza nazionale del popolo curdo, ma anche mettendo in luce i limiti del socialismo dello Stato-nazione. Il socialismo del XX secolo è emerso come un intervento rivoluzionario negativo, ma non è riuscito a rappresentare un’alternativa duratura. Nonostante gli enormi sacrifici, questa lotta è diventata un’eredità che si è arricchita attraverso la critica sia teorica che pratica. Per onorare e appropriarsi adeguatamente di questa eredità è necessario trasformare il socialismo da semplice ricordo a forza sociale viva che batte nel cuore del popolo. La tradizione socialista nella storia deve essere intesa come un’eredità volta a costruire sia la pace che una società democratica, e la via da seguire consiste nell’adempiere alle responsabilità internazionaliste, sia nella teoria che nella pratica.
Sebbene i socialisti utopisti e i marxisti abbiano offerto critiche complete al sistema egemonico capitalista sin dal XIX secolo, non sono riusciti a sviluppare una linea decisiva con risultati concreti. Il capitalismo odierno non è più solo una crisi, ma è diventato una malattia che minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità. Il monopolio della violenza sotto forma di Stato-nazione gioca un ruolo determinante in questo collasso.
Proprio come il capitalismo non può essere spiegato solo attraverso motivazioni economiche, i fallimenti dei movimenti socialisti non possono essere spiegati solo con la repressione capitalista. Anche gli errori storici e contemporanei sono stati determinanti.
Le mie critiche al marxismo devono essere comprese correttamente. Non biasimo Marx; nella sua epoca, la storia non era compresa bene come oggi, non c’era crisi ecologica e il capitalismo era ancora in ascesa. Ciononostante, Marx era un pensatore dotato di profonda capacità di autoanalisi e coraggio intellettuale. Comprendeva l’importanza della liberazione delle donne, ma la affrontava in modo superficiale, credendo che una volta superato lo sfruttamento economico, l’oppressione di genere si sarebbe naturalmente dissolta. Il suo tentativo di interpretare la storia sociale esclusivamente attraverso la classe e la sua analisi insufficiente dello Stato e dello Stato-nazione hanno portato a gravi conseguenze. Pur muovendo queste critiche, vorrei sottolineare il mio profondo rispetto per gli sforzi di Marx e non ho alcun dubbio sulla sua sincerità, e vorrei precisare che distinguo il marxismo da Marx stesso. Quando critichiamo il marxismo e il socialismo realmente esistente su alcune questioni fondamentali, quello che sentiamo – come socialisti – è lo spirito di autocritica dall’interno.
Le forze antisistemiche devono rivisitare il materialismo storico in modo che sia in linea con la realtà della società umana. È essenziale comprendere che il capitalismo non è “disceso dal cielo” nel XVI secolo, ma che le sue radici risalgono ai 10-12 mila anni di evoluzione della civiltà iniziata nella Bassa Mesopotamia. Siti archeologici come Göbeklitepe e Karahantepe fanno luce su questa origine storica. Per questo motivo, trovo più accurato definire l’attuale sistema di civiltà come un “sistema di omicidio sociale basato sulle caste”. I ritrovamenti archeologici e antropologici dimostrano che le caste di cacciatori maschi, attraverso lo sviluppo di tecniche di uccisione, hanno soppresso e ridotto in schiavitù le comunità claniche incentrate sulle donne. Questo segna la rottura più profonda nella storia umana, anzi, una grande controrivoluzione che ha plasmato tutti i successivi sviluppi della civiltà.
Comprendere il capitalismo da questa prospettiva storica di lungo periodo consente un’analisi molto più illuminante. Questo sistema non solo approfondisce le contraddizioni sociali interne, ma minaccia anche l’estinzione della specie umana producendo armi chimiche e nucleari in grado di annientare il pianeta, inquinando l’ambiente e saccheggiando le ricchezze della natura sia sopra che sotto terra. Uno dei compiti essenziali dell’internazionale è quello di offrire all’umanità una nuova analisi del capitalismo fondata su questa grave realtà.
Dobbiamo esaminare la storia degli oppressi attraverso la prospettiva della comune, che è emersa innanzitutto come formazione di autodifesa. Ciò richiede di considerare le prime comunità tribali come gli inizi della comune e di adottare una prospettiva storica che si estenda al proletariato odierno e a tutti i gruppi oppressi.
Su questa base, affermiamo che la storia non può essere ridotta esclusivamente alla lotta di classe. Sebbene la lotta di classe ne sia effettivamente parte integrante, è più accurato interpretare la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa.
Prevedo che anche questa conferenza, confrontandosi con le analisi teoriche che ho presentato qui, promuoverà importanti dibattiti che potranno contribuire allo sviluppo di una nuova prospettiva di programma politico e organizzazione. In questo processo, il metodo fondamentale è il materialismo dialettico. Tuttavia, è necessario superare alcuni eccessi della dialettica classica. Dobbiamo vedere le contraddizioni non come poli opposti destinati ad annullarsi a vicenda, ma come fenomeni sociali che si sostengono e si plasmano a vicenda. Senza la comunità, infatti, non esisterebbe lo Stato; senza la borghesia, non esisterebbe il proletariato. Pertanto, la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa.
Gli sviluppi scientifici dimostrano che il metodo dialettico rimane uno strumento efficace per l’analisi sociale, purché non venga considerato assoluto. In questo contesto, è fondamentale aggiornare la dialettica comune-Stato e classe-Stato. Il fallimento del socialismo reale del XX secolo è derivato dall’incapacità di interpretare correttamente questa dialettica storica: il socialismo incentrato sullo Stato ha conquistato lo Stato, solo per essere sconfitto da esso. Legando il diritto delle nazioni all’autodeterminazione allo Stato-nazione, è rimasto confinato entro i limiti della politica borghese. Allo stesso modo, il concetto di «Stato-nazione proletario» non ha prodotto altro che una riproduzione della mentalità statalista.
Interpretando correttamente questa realtà, ho affermato quanto segue: il socialismo dello Stato-nazione porta alla sconfitta, mentre il socialismo della società democratica porta alla vittoria. Oggi è giunto il momento di avanzare verso l’emancipazione democratica sulla base del socialismo della società democratica.
Su questa strada, procedo con la convinzione che riusciremo nella ricostruzione non attraverso lo Stato, ma piuttosto attraverso il paradigma di una repubblica democratica e di una nazione democratica fondata sui principi della libertà delle donne, dell’ecologia e della società democratica.
Questa consapevolezza ha rinnovato il nostro movimento dal punto di vista ideologico e politico, ne ha rivitalizzato il dinamismo organizzativo e ne ha approfondito le radici nella società, consentendogli di sviluppare un programma socialista in grado di rispondere alle esigenze del secolo.
Anche il rapporto tra socialismo democratico e Stato viene ridefinito nel contesto del processo di pace e di risoluzione. Definisco il mio rapporto con lo Stato come un rapporto di democratizzazione. Il concetto di repubblica democratica richiede che lo Stato non funzioni come un potere divino al di sopra della società, ma piuttosto come una struttura che opera nel quadro di un contratto democratico stipulato con la società. Attraverso una strategia di politica democratica, è possibile realizzare il cambiamento e la trasformazione dello Stato e ricostruire la società su basi democratiche.
Fondare questa strategia sul diritto costituirà la base duratura della pace. Il diritto è un meccanismo che garantisce e bilancia il rapporto democratico tra Stato e società, fungendo da strumento di prevenzione della violenza. Allo stesso tempo, istituzionalizzerà la creazione, la legittimità e la ricostruzione della repubblica democratica. A questo proposito, uno degli argomenti strategici chiave che ho proposto è il concetto di integrazione democratica e il suo quadro giuridico. Il diritto dell’integrazione democratica, in cui le norme giuridiche vengono ricostruite a favore della società attraverso norme individuali e universali insieme ai diritti collettivi, deve basarsi sui seguenti tre principi fondamentali:
– Una legge del cittadino libero
– Una legge della pace e della società democratica
– Leggi della libertà
La legge sull’integrazione democratica non solo trasformerà lo Stato in uno Stato normativo, ma consentirà anche di istituzionalizzare i progressi sociali, permettendo alla società di realizzare la propria libertà. Il processo “Appello per la pace e la società democratica” che ho avviato è di per sé un processo di dialogo. In una regione come il Medio Oriente, caratterizzata da complesse relazioni tra etnie, religioni e sette, si può ottenere molto attraverso il dialogo democratico e la negoziazione. Inoltre, credo che un socialismo autentico possa essere organizzato non attraverso un metodo rivoluzionario violento, ma attraverso un sistema positivo di costruzione ed esistenza, che prende forma attraverso il dialogo democratico. Senza un dialogo democratico completo e profondo, è difficile credere che il socialismo possa essere costruito o che possa durare anche se fosse costruito.
Anche Lenin aveva detto: “Senza una democrazia inclusiva e avanzata, il socialismo non può essere costruito”.
Con questi pensieri e questa determinazione, vi auguro ancora una volta il successo della conferenza e vi porgo i miei cordiali saluti e affetto.
06.12.2025
Abdullah ÖCALAN




