Parafrasando l’antico adagio anche nel capoluogo piemontese, i giudici della Corte d’Appello hanno provveduto, sulla base del ricorso presentato dai suoi legali, a far cessare il trattenimento dell’imam di Torino Mohamed Shahin, da tempo rinchiuso nel Centro Permanente per i Rimpatri di Caltanissetta, dopo che gli era stata revocata la Carta di soggiorno e che il ministro Piantedosi ne aveva disposto l’espulsione in Egitto. Si tratta, come affermano i legali, di una prima vittoria. A detta della Corte, alla luce della documentazione acquisita, non sussistono elementi tali da mettere in pericolo la sicurezza dello Stato e per l’ordine pubblico. Nella sentenza si afferma invece che non solo Mohamed Shahin è ormai parte del tessuto sociale della città ma che si è sempre adoperato per il dialogo e la pace, come affermato da esponenti politici e religiosi. Aver espresso un proprio giudizio pubblico sulla resistenza palestinese è un reato di opinione e nulla ha che fare, come abbiamo sempre affermato, con l’incitamento al terrorismo per cui lo si vorrebbe espellere in un Paese che per il Consiglio d’Europa è “sicuro”, come l’Egitto, ma in cui risultano essere ad oggi detenute oltre 60 mila persone per le proprie opinioni politiche e in quanto avverse al governo di Al Sisi. Se Shahin dovesse essere espulso, rischierebbe di aggiungersi a quella oscura lista di detenuti. La lotta per lui non è ancora terminata, ora è necessario intanto che possa tornare a Torino dalla sua famiglia, quindi che gli venga restituito il documento che gli da diritto a restare in Italia. Ma nell’avvicinarsi del 18 dicembre, giornata internazionale dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, questa è senza dubbio una buona notizia.
Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea




