Dona con
HomeApprofondimentiDomani Acca Larentia

Domani Acca Larentia

di Davide Conti –

L’uso politico della storia non serve a fare i conti con il passato ma a governare il presente secondo il celebre adagio orwelliano «Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato».
L’estrema destra post-missina, oggi guida del Paese, è priva di una radice storica democraticamente feconda, cioè in grado di collocarla con valenza costituente all’interno dell’ottantesimo anniversario della Repubblica. Per questo gli eredi di Almirante tornano con insistenza a revisionare il passato. L’intento è sistemare la loro identità, ostile alla Resistenza fondamento della nostra democrazia, dentro uno spazio pubblico accettato e accettabile. La leva scelta è quella del paradigma vittimario: degli «sconfitti della storia che non si arresero», della «comunità discriminata dal sistema». Una retorica utilizzata da Msi e destra extraparlamentare.

I fatti di via Acca Larentia del 7 gennaio 1978 (l’assassinio di Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, uccisi dai Nuclei armati per il contropotere territoriale, e di Stefano Recchioni, colpito dalle forze dell’ordine) davanti la sede del Msi esprimono la sintesi di tale autorappresentazione.
L’uso strumentale di quei tragici eventi è stato operato dai Nuclei Armati Rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro per fingere di aver scelto da quel momento la strada del terrorismo come risposta ad un traumatico evento di violenza subita. «Niente sarà più come prima» scrive Mambro. Ma in realtà tutto continuerà come era iniziato. Infatti i Nar al 7 gennaio 1978 avevano già avviato la loro carriera terroristica con gli attentati del 1977: 23 dicembre contro lo studente Massimo Di Pilla; 25 dicembre incendio appiccato all’Ara Pacis e attacchi alle sedi di Pci e Dc; 28 dicembre bomba contro la casa di Alberto Moravia. Una strada che, lungi dall’essere «spontanea», li avrebbe portati ad un terrorismo protetto dalla loggia P2, capace di compiere assalti armati contro Radio Città Futura il 9 gennaio 1979 (durante una trasmissione di un collettivo femminista) o la sede del Pci del quartiere Esquilino a Roma il 16 giugno. Arrivando all’omicidio del giudice Mario Amato (23 giugno 1980) ed alla strage di Bologna del 2 agosto.

Tuttavia una cosa vera Fioravanti la raccontò il 22 dicembre 1993 durante il processo per la strage: «Il Msi prendeva voti sul nostro sangue. Mi riferisco ai fatti di Acca Larentia».
Il partito, attraverso Pino Romualdi, da un lato respinse l’idea di denunciare il carabiniere Eduardo Sivori accusato di aver colpito Stefano Recchioni (poiché ciò avrebbe incrinato il rapporto con le forze dell’ordine e un bacino elettorale fondamentale) e dall’altro utilizzò gli eventi del 7 gennaio nel tentativo di cancellare l’immagine violenta che aveva caratterizzato il Msi negli anni Settanta. Un partito che in quei mesi (dopo l’omicidio del militante di Lotta Continua Walter Rossi il 30 settembre 1977 e la chiusura, ad opera dell’autorità, di quattro sedi del Msi) era messo sotto accusa nel processo detto «fatti della Balduina» (risoltosi con assoluzioni generalizzate nel 1982) avviato dal giudice Amato prima di essere assassinato dai Nar.
Lo stesso Romualdi che aveva rifiutato di denunciare i carabinieri accusò «i partiti dell’arco costituzionale» di alimentare «un clima d’odio e una bestiale propaganda politica contro il Msi». Una postura ambivalente non lontana da quella che assunsero molti degli attuali vertici di Fratelli d’Italia nel 2018 allorché Flavia Perina (negli anni Settanta interna agli ambienti missini e oggi apprezzata notista politica) criticò la campagna condotta da «Il Tempo» che «riabilitava la controversa figura del capitano dei carabinieri Eduardo Sivori» ed era accompagnata dal «silenzio condiviso» -tra gli altri- di Giorgia Meloni. Tutto compreso in una «riscrittura della storia della destra ad opera della destra».

Era, in fondo, la stessa Meloni che da ministra della gioventù il 7 gennaio 2008 era stata immortalata in foto alla manifestazione per Acca Larentia al fianco di Giuliano Castellino, pregiudicato neofascista del gruppo Forza Nuova e protagonista nel 2020 dell’assalto alla sede nazionale della Cgil. La stessa Meloni che nel suo discorso di insediamento al governo usò la condanna «dell’antifascismo militante, in nome del quale ragazzi innocenti venivano uccisi» per disconoscere l’antifascismo storico da cui nacque la Repubblica. Come se Sandro Pertini e il gruppo terrorista che uccise i tre missini fossero la stessa cosa.
La sfilata che attraversa Roma ogni 7 gennaio rappresenta infine, oltre lo sconcio delle braccia tese o le tardive denunce per apologia di fascismo, un convitato di pietra per le nostre istituzioni. Queste ultime, dietro l’accondiscendenza con cui tollerano tali manifestazioni di superficie, tendono alla rimozione profonda della questione storica degli anni Settanta, tramite la condanna della cosiddetta «violenza politica». Una categoria che, di quel tempo, include tutto e non spiega niente. Formula non a caso ripresa da Fratelli d’Italia per proporre l’istituzione, in questa legislatura, di una commissione parlamentare per «fare luce». E quindi mantenere il buio su tutto.

Ultimi articoli

Prc: le nostre condoglianze al governo e al popolo di Cuba

Il partito della Rifondazione Comunista esprime le piú profonde condoglianze per l’uccisione dei 32 cittadini cubani, in servizio nel...