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Paolo Spriano: Il testamento di Piero Gobetti

Nel centenario della morte dell’intellettuale antifascista riproponiamo l’articolo di Paolo Spriano pubblicato su l’Unità il 17 febbraio 1951.

Venticinque anni fa, alla mezzanotte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, moriva in una stanzetta di ospedale a Parigi, assistito da pochi amici esuli, Piero Gobetti.

Non aveva ancora compiuto venticinque anni questo giovane liberale torinese, eppure Mussolini aveva sentito il bisogno di telegrafare personalmente al prefetto di Torino ordinando di «rendergli la vita impossibile», l’aveva fatto bastonare a sangue da una decina di squadristi e l’aveva costretto, già gravemente malato, a quell’esilio in terra di Francia che durò poco più di un mese.
Perché questo ragazzo esile, questo studioso liberale incuteva tanta paura al «regime»? E perché lo ricordiamo noi comunisti, mentre tanti liberali l’hanno messo in soffitta? Non è solo per rendere omaggio alla memoria di un martire della libertà che con Gramsci, Matteotti, Amendola, don Minzoni diventò un simbolo della lotta antifascista del popolo: come del resto non era perché fosse un complico oppositore che il fascismo l’aveva ucciso. L’esperienza e l’opera di Piero Gobetti avevano un più preciso rilievo. Esse scavavano – come scrisse Antonio Gramsci – «una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919-20-21 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia». Come giunse Gobetti ad assolvere questa funzione? Era nato a Torino nel 1901 da una famiglia di contadini trasferitisi pochi anni prima in città a gestire un piccolo commercio. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza mostrarono già in lui una eccezionale precocità d’ingegno, un carattere forte e leale, una ostinata volontà di sapere e soprattutto quella ricchezza di interessi culturali che sarà la caratteristica più tipica della sua personalità.

A 17 anni, appena uscito dal liceo, Gobetti dava vita a un modesto quindicinale, Energie Nuove, che si muoveva sulla scia de l’Unità di Salvemini. Era naturalmente un esperimento giovanile, ma il fatto che sulle sue colonne Gobetti ottenesse la collaborazione di Croce, De Ruggero, Luigi Einaudi. Gramsci e Rodolfo Mondolfo costituiva la migliore prova di quella capacità di «organizzatore di cultura di straordinario valore» che Io stesso Gramsci ascriveva a suo merito principale.
Gli anni che vanno dal 1919 al 1921, sono anni di studi intensi, quasi sovrumani per la mole e la vastità delle ricerche intraprese. Il nostro studia e impara in poco tempo il russo, impostando una nuova analisi critica delle opere di Gogol, Ostrowski, Dostojevski, Cecov, Cuprin, Blok, Andrejev (il Paradosso dello spirito russo sarà il frutto di questi studi). Si occupa nello stesso tempo di teatro (stamperà nel 1922 la Frusta teatrale), di arte, del Risorgimento piemontese. Sono alcune disparate direzioni culturali, ma non soltanto dai libri Gobetti trae gli elementi di una nuova esperienza, bensì dalla vita reale. È il contatto iniziato nel 1920 e proseguito nel 1921 e ’22 con l’Ordine Nuovo (di cui fu il critico teatrale e letterario quando il foglio divenne quotidiano), con il movimento dei Consigli di fabbrica, con Gramsci e Togliatti che dà una nuova impronta al giovane.

«Gobetti nel lavoro comune del giornale – ricordava Gramsci – era stato da noi posto a contatto con un mondo vivente che aveva prima conosciuto solo attraverso le formule dei libri. La sua caratteristica più rilevante era la lealtà intellettuale e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria di ordine inferiore: perciò non poteva non convincersi come tutta una serie di modi di vedere e di pensare tradizionali verso il proletariato erano falsi e bugiardi». E Gobetti non dimenticò mai gli insegnamenti avuti dal movimento operaio torinese.
Quando nel febbraio 1922 fondò la Rivoluzione Liberale, un settimanale che si proponeva, partendo dalla critica delle insufficienze storiche del Risorgimento, di promuovere la formazione di una classe dirigente veramente liberale, l’attenzione data alle lotte del proletariato distingueva la rivista da tutte le consorelle borghesi. Ma non era ancora il caso di parlare di una frattura organica con la vecchia classe dirigente.
Fu la lotta contro il fascismo che diede alla Rivoluzione Liberale una voce nuova nella cultura politica italiana. Gobetti non era marxista. È facile constatare nei suoi scritti di maggiore impegno ideologico una derivazione ora crociana, ora soreliana, e una persistente fedeltà agli schemi economici della scuola liberale. È perciò più sintomatico che, partendo da questa base, Gobetti abbia saputo, parlando soprattutto a giovani intellettuali, giungere a un sempre più aperto riconoscimento della funzione egemonica della classe operaia.
Dal 1922 al 1925 egli denunciava sul suo giornale il volto corruttore del fascismo e Ia connivenza della monarchia, della Chiesa, dei vecchi liberali e di tutto l’apparato poliziesco ed economico dello Stato con la dittatura. Gobetti si serviva in questa battaglia di uno spietato sarcasmo, di una intransigenza che parve a volte donchisciottesca, ma la sua lezione politica non era destinata a rimanere sterile. L’eco che ne derivò gli valse altresì la persecuzione personale. Quando, dopo il delitto Matteotti, le opposizioni costituzionali si trastullavano nella speranza di addomesticare Mussolini. egli scrisse: «Nessuna illusione di liquidare il fascismo con i giochetti parlamentari, con le combinazioni della maggioranza, con le rivolte dei vari Delcroix e simili aborti morali».
La frase fornì il pretesto a tutta la canea urlante della stampa fascista e filo-fascista per gridare allo scandalo: Gobetti aveva insultato un mutilato di guerra. Fu la Gazzetta del Popolo a dirigere il coro nella persona del suo redattore copri Nardini: sfide a duello, schiaffi inviati per telegramma e bastonate, queste purtroppo lasciate cadere a segno.

Solo l’Unità, l’Avanti, la Giustizia, osarono prendere le sue difese, e solo Benedetto Croce tra tanti liberali precisò «che la logica del contesto vuole che per aborti morali si intendano i tentativi falliti di indole morale», escludendo che con quel termine l’autore volesse qualificare Delcroix.
Comunque Gobetti non si lasciò ridurre al silenzio. Continuò a stampare il suo giornale impegnando un’impari lotta con la censura (nel 1925 due terzi dei numeri vengono sequestrati fino olla definitiva diffida) e anzi fondò alla fine del 1924 il Baretti, un settimanale letterario, mentre la sua casa editrice stampava le opere dei più illustri antifascisti. Ma soprattutto condusse più a fondo la sua lotta politica.
Se infatti nell’estate del 1924 dopo il delitto Matteotti, Gobetti scriveva: «È probabile che la parentesi fascista non sia breve, ma certo sarà in nome di Marx che le avanguardie operaie e le élites intransigenti lo seppelliranno», e accusava apertamente il fascismo di essere «una dittatura plutocratica mascherata di dittatura personale». Nel 1925, quando anche le ultime illusioni sulla volontà di rivolta dei partiti democratici tradizionali crollarono in lui, così si espresse: «Messe così le cose, deve essere acquisito che la sola riserva solida di ogni nuova politica futura è il movimento operaio». Perciò esortava i giovani intellettuali a lavorare con lealtà «per il fronte unico operaio». Si può ben dire che questo era il suo testamento politico, il messaggio lasciato alle nuove generazioni.
Non a caso dunque lo ricordano oggi i comunisti, mentre hanno scordato Gobetti quei liberali che per feroce odio di classe non fanno che ripetere eli errori di trent’anni fa e divengono i cortigiani del clerico-fascismo come lo furono di Mussolini.

PAOLO SPRIANO

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