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HomeInternazionaleUna condanna storica in Brasile. La prospettiva intersezionale di Marielle Franco vive

Una condanna storica in Brasile. La prospettiva intersezionale di Marielle Franco vive

di Paola Guazzo –

Il 24 febbraio 2026, la Prima Turma del Supremo Tribunal Federal (STF) ha condannato all’unanimità i fratelli Domingos e Chiquinho Brazão (un ex consigliere della Corte dei Conti e un ex deputato federale), riconoscendoli come mandanti dell’omicidio di Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomes, avvenuto il 14 marzo 2018 a Rio de Janeiro. Con loro, sono stati condannati per associazione a delinquere anche l’ex capo della polizia locale Rivaldo Barbosa, il maggiore Ronald Paulo Alves Pereira e Robson Calixto Fonseca, poliziotto militare.

Marielle Franco è stata uccisa il 14 marzo 2018 a Rio de Janeiro mentre rientrava a casa dopo un incontro alla Casa da Petras su Mulheres Negras Movendo Estruturas. Dopo la prima condanna nel 2024 degli esecutori materiali (ex poliziotti) è finalmente arrivata quella dei mandanti: due ex deputati che ordinarono l’omicidio di Franco in risposta al suo impegno contro le milizie di cui i due mandanti facevano parte e che controllavano ampie aree della città.
A otto anni dall’omicidio, la condanna dei mandanti dell’assassinio di Marielle Franco e Anderson Gomes rappresenta molto più di una sentenza. È il riconoscimento giudiziario di un’esecuzione politica mirata e un messaggio inequivocabile contro la cultura di impunità che protegge chi uccide donne, nere, LGBTQIA+ e persone che vivono nelle periferie.

Da una prospettiva femminista intersezionale, la condanna dei mandanti è il riconoscimento formale che Marielle è stata uccisa per ciò che rappresentava: una donna, nera, di favela, lesbica, che aveva il coraggio di occupare spazi di potere e di sfidare il patriarcato, il razzismo e le strutture coloniali della politica brasiliana.
Marielle Franco non è stata uccisa solo per le sue battaglie politiche, ma per l’intersezione di tutte le sue identità. Come spiega la teorica del femminismo nero Patricia Hill Collins, l’intersezionalità di razza, genere, identità sessuale e classe ha reso Marielle un bersaglio. Il ministro Alexandre de Moraes ha sottolineato che il movente del crimine è stato politico, ma si è sommato a “misoginia, razzismo e discriminazione”, concludendo: “Marielle era una donna nera e povera che stava sfidando gli interessi dei miliziani”.

Il suo corpo ucciso è il simbolo più feroce di come lo Stato e le sue strutture parallele agiscano per eliminare chi fa politica contro le ingiustizie sociali. Prima di essere assassinata, Marielle aveva già subito tentativi di silenziamento. Nel suo discorso dell’8 marzo 2018, una settimana prima della morte, era stata interrotta in aula da un sostenitore di Bolsonaro che gridò “Viva Ustra!”. Ustra, un torturatore, capo del DOI-CODI, uno degli organi repressivi della dittatura militare brasiliana La sua risposta fu un inno alla resistenza femminista e periferica: “Non sarò interrotta!”

La reazione della famiglia Franco dopo la sentenza incarna perfettamente la consapevolezza di questa lotta intersezionale. La ministra per l’Uguaglianza Razziale, Anielle Franco, sorella di Marielle, ha dichiarato che la condanna è “un messaggio a quella parte della società che ha deriso la morte di mia sorella”. Ha sottolineato con forza che la sentenza rappresenta un confronto diretto con la violenza politica di genere e razza: “La struttura che ha portato mia sorella a essere assassinata deve essere affrontata. È urgente” .
Anche la vedova di Marielle, Monica Benicio, ha parlato chiaramente di come questa sentenza rompa un “ciclo di punitivismo selettivo”, dove per alcuni (neri, poveri, periferici) la condanna è la regola, mentre per altri, come i fratelli Brazão (uomini, bianchi, ricchi e potenti), sembrava non dovesse mai arrivare .

Questa condanna non chiude la ferita, ma apre una nuova fase per la democrazia brasiliana. L’Istituto Marielle Franco, creato dalla famiglia per preservarne la memoria e potenziare la lotta, continua a lavorare instancabilmente. La ricerca “Mappatura della Violenza Politica contro le Donne Nere” ha rivelato che otto donne nere su dieci candidate alle elezioni del 2020 hanno subito violenza sui social. Questo dimostra che l’assassinio fisico è solo la punta dell’iceberg di una cultura che cerca di espellere con la forza i corpi dissidenti dalla politica.

La sentenza dell’STF è una risposta a chi, per otto anni, ha scommesso sull’impunità. È il riconoscimento che uccidere una donna nera e politica non è un crimine comune, ma un femminicidio politico, un attacco alla democrazia stessa. Come ha detto la madre di Marielle, Marinete da Silva, “La domanda che echeggiava nel mondo era: chi ha ordinato l’omicidio di Marielle? Oggi abbiamo una risposta” .
Marielle vive nella lotta di chi continua a portare avanti il suo lavoro.

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