di Livio Pepino –
Questa separazione delle carriere non è né ben fatta né garantista. Chi in linea di principio la sostiene ricorda il personaggio di Manzoni che negava la peste e ne morì
Si dice da parte di alcuni, lo hanno scritto anche alcuni avvocati in una lettera al manifesto, che il principio della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri «trova nella sinistra garantista e progressista suoi storici sostenitori». È vero, e – aggiungo – non da oggi, anche se ci sono, nello stesso campo, altrettante posizioni contrarie. Ma nell’attuale scadenza referendaria, non è questo il problema.
Ammettiamo, per semplificare, che la separazione delle carriere sia, di per sé, un valore. Ma davvero, per realizzarla, è necessario modificare la Costituzione e prevedere due Consigli superiori separati (che esalteranno il corporativismo delle categorie) e un’Alta Corte disciplinare nella quale i controllori apparterranno indifferentemente all’una e all’altra categoria e potrà addirittura accadere, seppur in casi residuali, che a valutare l’operato dei giudici in sede disciplinare ci siano, tra i magistrati, solo dei pubblici ministeri? Credo sia lecito dubitarne e che sia bene occuparsi, finalmente, non di una generica e astratta separazione delle carriere ma questa separazione.
C’è di più. Il rischio che la riforma veicoli, nel tempo, una sottoposizione del pubblico ministero al governo (che non aumenterebbe certamente il sistema delle garanzie) non è così remoto. Non per indebite attribuzioni ai promotori della riforma di retropensieri in tal senso, ma per una considerazione che ha a che fare con la democrazia e i suoi fondamenti. Il pubblico ministero – lo sappiamo tutti – ha dei poteri enormi e terribili, il cui esercizio può essere razionalizzato, guidato e contenuto attraverso un confronto tra gli operatori del processo, un governo differenziato ma non divergente dei magistrati che fissi degli standard deontologici riconosciuti, la promozione diffusa di una cultura non – come erroneamente si dice – della giurisdizione, ma dei suoi presupposti. Non sarà certamente così con un corpo di meno di duemila funzionari inamovibili, dotati di una organizzazione inevitabilmente gerarchica e con un autogoverno del tutto autoreferenziale. E la richiesta che qualcuno risponda del suo operato diventerà non un fuor d’opera ma un’esigenza democratica. Ma, se così sarà, chi potrà farlo se non il ministro (e con lui il governo)?
Non è tutto. C’è un ulteriore argomento. Davvero insuperabile per la cultura garantista. In ogni operazione politica ci possono essere dei «compagni di strada» eterogenei (e magari impresentabili) e questo, in generale, non può travolgere i buoni argomenti (nella specie garantisti) di alcuni. Ma non è questa la situazione attuale. Il governo – quel governo che emana un decreto sicurezza ogni tre mesi e che produce in tal modo una crescita abnorme del carcere soprattutto per barbari, marginali e ribelli – non è un «compagno di strada». È l’autore di questa riforma, il suo capofila, colui che scriverà nei prossimi mesi le leggi attuative (senza alcun confronto, come ha dimostrato nella redazione della modifica costituzionale) e che le gestirà – secondo le sue esplicite affermazioni – per ottenere una magistratura che remi nella stessa direzione del governo e che eviti provvedimenti ad esso sgraditi.
In questo contesto, può anche darsi che la posizione teorica sulla separazione delle carriere sia corretta ma mi ricorda tanto quella del manzoniano don Ferrante intento a sostenere che la peste non era «né sostanza né accidente». Forse in linea di principio aveva ragione ma se ne ammalò e ne morì. Io preferirei – per la giustizia – un esito diverso (non per mantenere lo status quo ma per cambiare davvero all’insegna del garantismo).
fonte: il manifesto




