di Mario Di Vito –
In fondo lo ha ammesso anche chi l’ha scritta. Questa riforma «non influisce sull’efficienza della giustizia», è una frase detta un anno fa dal ministro Carlo Nordio a un convegno organizzato da Noi Moderati. Ma, d’altra parte, aggiunse, «nessuno lo ha mai preteso». Anche Giulia Bongiorno, che di tribunali se ne intende parecchio, a gennaio, è arrivata a conclusioni simili. Così in aula al Senato: «Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere».
Difficile darle torto. Anche se quello dei tempi è il primo, più grave e ormai cronico problema della giustizia italiana.
LENTEZZE. Per i processi civili la media della durata dei tre gradi di giudizio è intorno ai cinque anni e mezzo. L’obiettivo del Pnrr era diminuire entro il prossimo giugno i tempi del 40% rispetto al 2019, ma il traguardo è lontano: alla fine del 2025 lo smaltimento era al 27%. Va un po’ meglio il penale, ma anche qui per una sentenza di primo grado servono almeno 300 giorni, con picchi anche di molto superiori nei casi complessi.
IL PERSONALE. Tutto questo ha a che fare soprattutto con il personale e i carichi di lavoro dei magistrati. In Italia ci sono 12 giudici ogni 100.000 abitanti, contro una media europea di 22. Di pubblici ministeri, sempre ogni 100.000 abitanti, in Italia ce ne sono mediamente 4, nel resto dell’Ue 11. Stesso discorso per il personale amministrativo, aumentato con il Pnrr ma ancora insufficiente in molti uffici. È notizia degli ultimi giorni l’uscita del bando per la stabilizzazione dei precari: su 11.211 però il piano riguarda soltanto 9.638 di loro. Vuol dire che 1.800 sono destinati a saltare.
PROCESSO TELEMATICO. Non va meglio sul versante del processo telematico, la cui esistenza è segnata dai malfunzionamenti. La storia dell’applicazione per il processo penale (la famigerata App) va avanti ormai da mesi e mesi sul filo tra la tragedia e la farsa. Atti invisibili, fascicoli che scompaiono, difficoltà nell’accesso: alcune procure – tra cui le più grandi – ne hanno limitato o talvolta addirittura bloccato l’utilizzo, proprio perché non ha mai davvero contribuito a migliorare la già di per sé caotica situazione del processo penale. Anzi, in molti casi l’ha peggiorata. Il caso non è solo tecnico, ma lede pure il diritto alla difesa: per i magistrati l’utilizzo di App può essere sospeso, mentre gli avvocati ne sono ancora vincolati. Anche quando non funziona.
CARCERE. L’altra questione ormai in emergenza strutturale dell’arcipelago della giustizia è quella delle carceri. Né i piani né le rade assunzioni e i piccolissimi investimenti per gli ampliamenti, sin qui, si sono dimostrati in grado di portare benefici a una situazione che anche i più ottimisti non riescono a non definire drammatica. Il punto centrale è quello del sovraffollamento: su 51.000 posti regolamentari, i detenuti sono circa 63.000. E la situazione è in realtà ancora peggiore, se si considera che i posti effettivamente disponibili sono poco più di 46.000. Il tasso medio di affollamento, stando ai dati del ministero, è del 138,26%, in crescita rispetto al 134% del giugno 2025. Almeno 70 istituti, inoltre, superano il 150%, con casi incredibili come il carcere di Lucca (269%) e alcune sezioni di San Vittore a Milano, Poggioreale a Napoli e Rebibbia a Roma, che si assestano tra il 200% e il 230%.
MORIRE DI PENA. E poi c’è chi dietro le sbarre ci muore. Secondo il garante e il Dap nel 2025 il totale dei deceduti è 254, contro i 246 dell’anno precedente. Di questi i suicidi sono stati 76, ma altri 50 casi risultano ancora da accertare. Ad oggi, secondo Ristretti, nel 2026 i suicidi sono stati già 10.
I MINORI. È pesante la situazione delle carceri minorili: dopo il decreto Caivano la situazione è autenticamente esplosa. Oltre ad aver visto nei tribunali il triste ritorno delle direttissime per i minorenni. Gli Ipm in Italia sono 19, a fine 2025, stando al rapporto di Antigone pubblicato lo scorso febbraio, i detenuti sono 572.
LE ASSUNZIONI. Il governo, sul fronte carcerario, il massimo che ha fatto è stato di inserire nell’ultima legge di bilancio l’assunzione di 2000 agenti penitenziari entro il 2028. Ci sarebbe inoltre un piano che prevede l’ampliamento di 10.000 posti in tre anni, ma gli osservatori ritengono il numero insufficiente visto l’alta quantità di nuovi reati creati negli ultimi anni (60, con 500 anni di aumento delle pene).
GLI ERRORI GIUDIZIARI. Tra il 1991 e il 2025, sulla base delle relazioni annuali del ministero della giustizia, si stima che i casi di ingiuste detenzioni conseguenti a errori giudiziari siano stati oltre 32.000, con gli indennizzi concessi che hanno abbondantemente superato il miliardo di euro. Per quanto riguarda gli errori «puri», cioè quelli che hanno trovato una revisione dopo la condanna definitiva, i dati vanno dal 1991 al 2022 e i casi contati sono stati 222. In nessun modo l’attuale riforma costituzionale interviene sul problema. Nemmeno attraverso l’alta corte, il tribunale speciale dedicato ai soli magistrati.
Perché non cambia il principio in base al quale la sanzione può arrivare solo in caso di grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile: omesse scarcerazioni, ritardo nella revoca della misura cautelare, atti contra legem (non mera erroneità ex post), reiterati ritardi nel deposito dei provvedimenti, omissioni di attività investigative rilevanti per status libertatis. Casi rari. Successe per esempio a Nordio quando, da pm a Venezia, per 4 anni dimenticò di inviare a Roma il fascicolo sui presunti finanziamenti illeciti percepiti dall’allora Pci-Pds. L’atto era puramente formale, anche perché l’archiviazione era ormai pressoché disposta. Così due leader del centrosinistra, Massimo D’Alema e Achille Occhetto, restarono iscritti nel registro degli indagati dal 2000 al 2004 senza alcun motivo.
Fonte: il manifesto




