di Paolo Borioni –
Uno storico degno di questo nome non deve vaticinare su che posizione avrebbe assunto oggi una grande personalità come Giuliano Vassalli, ma analizzare le fonti e gli atti significativi che ci ha lasciato per capirci davvero. In una lunga intervista del 2007 consultabile in rete Vassalli afferma innanzitutto di non “essere mai stato tra i fautori della riforma della Costituzione”, e ciò sia perché valutava il contesto della sua scrittura assai più valido di quello “maggioritario” del tentativo di riforma Berlusconi, sia perché (da grande giurista) «attraverso l’esperienza giudiziaria, costituzionale, politica e parlamentare, di cittadino», si era «convinto che era la Costituzione migliore che potessimo avere». Da Berlusconi ad oggi ogni riforma costituzionale viene sostenuta dicendo che “o si cambia adesso o non si cambia più”, a cui Vassalli replica esplicitamente “se non se ne fa più nessuna per me va bene”.
Anche perché aggiunge che le Costituzioni durano secoli e la nostra è particolarmente avanzata. Egli consente ovviamente a cambiamenti, ma mai “onnicomprensivi”, cioè solo con una legge costituzionale per ogni riforma: sia per preservare la Carta quanto più possibile sia per facilitare il “sì” o “no” incaso di referendum. Tutto il contrario della proposta del governo di destra, appunto una riforma di “molti istituti” cruciali, vecchi e nuovi. Riguardo alla “separazione” delle carriere ovviamente egli non è affatto contrario, ma le sue dichiarazioni ad un giornalista britannico (pubblicate solo molti anni dopo da “Panorama” in un contesto di campagna “pro riforma”) vanno contestualizzate confrontandole con altri documenti o atti molto più significativi. Per esempio la sentenza della Corte Costituzionale (37/2000), con Vassalli prima giudice e poi presidente, per cui la Costituzione è già compatibile con la separazione, attuabile appunto tramite semplice legge ordinaria, senza modifica costituzionale e scongiurando così programmi più complessivi che egli disapprovava. Lo ha ricordato Enzo Cheli, giudice costituzionale con Vassalli, e vicino a lui come area culturale socialista.
Da quella sentenza gli interventi per legge ordinaria su sono susseguiti, come auspicato dalla Corte, fra cui la legge Cartabia, che si può perfezionare ma che già limita ad una quantità irrilevante le commistioni fra funzioni giudicanti e di PM. Dunque Vassalli è stato infondatamente arruolato alla causa del sì, che coi recenti comizi di Meloni rivela sempre più la sua marca post-fascista. Vassalli peraltro si distingueva da questi approcci opponendosi a riforme costituzionali (anche se intraprese da “bicamerali” o assemblee costituenti) nell’attuale contesto di “maggioritario ultra spinto” (testuale). Rispetto alla data dell’intervista quel clima si è solo radicalizzato con la procedura zero parlamentare con cui è stata approvata la riforma. I progetti di “premierato” possono solo peggiorare le cose. Vassalli peraltro ricorda di avere disapprovato ogni “grande riforma” presidenziale, anche quando a proporli fu il PSI di Craxi.
Ciò anche per la prova molto positiva offerta dalla Presidenza della Repubblica, che quindi va mantenuta come perno delle garanzie costituzionali del sistema, e che invece sarebbe ridotta nettamente da un premierato elettivo, rigettato anche nell’unico paese che l’aveva provato. La separazione dei ruoli in magistratura (per via ordinaria) è dunque per Vassalli una funzione della riforma del processo da lui favorita negli anni 1980. Ma egli modera, in altri documenti, l’impianto accusatorio del processo, salvaguardando le differenze ad esempio con l’impianto USA volendo muovere il “baricentro dalla fase preliminare ed istruttoria alla fase del giudizio”, ma senza forzare (ancora, sempre) l’impianto costituzionale: «un ordinamento che considera il pubblico ministero un magistrato, che gli conserva in mille cose una posizione diversa da quella del difensore … e vicina a quella del giudice».
Anche questa valutazione rende infondato attribuire a Vassalli l’idea di abolire il CSM scritto in Costituzione, il presidio di quell’unica prossimità fra PM e Magistrato giudicante da preservare: la ricerca delle prove anche a discarico dell’indagato, non solo a suo carico. Cioè impedire che il PM sia solo magistrato dell’accusa, cosa non più sicura in questa riforma con CSM sdoppiato e Alta Corte dalle attribuzioni ancora in mano ai governi eletti, in grado (grazie a leggi elettorali pessime) di ignorare le opposizioni. O di minare l’indipendenza del potere giudiziario, come nella proposta di legge costituzionale di Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, per cui definire le “priorità dell’azione penale” spetta alla politica. Quest’esame dei documenti, di Giuliano Vassalli ribadisce che la storia dei plurisecolare del socialismo non può essere inchiodata ai risentimenti suscitati da un breve e, per tutte le parti coinvolte, inglorioso periodo fra il 1987 e il 1994. Quella storia sta nel realizzare i valori di garantismo giuridico e riscatto sociale della Costituzione, sotto attacco neoliberale e nazional-populista come nessun’altra al mondo proprio perché grandi socialisti come Vassalli vi hanno impresso questi valori.




