di Lelio La Porta –
Scaffale Paolo Favilli, «Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione», edito da Donzelli Quella che il giovane Antonio Gramsci aveva definito la Rivoluzione «contro Il Capitale» di Marx , la Rivoluzione dell’Ottobre del 1917 in Russia, non è stata dagli storici sempre affrontata nell’ottica della comprensione del senso che le azioni messe in atto dagli autori di quella vicenda avevano per l’epoca in cui si svolgevano; quello che accadde allora è stato spesso analizzato nella prospettiva di un uso pubblico della storia, di una «frattura cognitiva» che ha reso difficile capire «l’universo mentale» di coloro che furono protagonisti di quell’epocale rivolgimento. Paolo Favilli affronta la questione in un pamphlet (Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione, Prefazione di Piero Bevilacqua, Donzelli, pp. 184, euro 17) del quale la storia diventa la protagonista principale, nel quale tutto il ragionamento si articola a partire dalla distinzione, assolutamente necessaria, fra giudizio storico e giudizio politico.
PENETRANDO A FONDO nel muro di narrazioni eretto sul principio della riduzione della storia a eterno presente al fine di aprirvi una breccia, l’autore ripercorre le fasi dei fatti rivoluzionari del 1917 che definisce un «terremoto permanente», una rivoluzione quale esito di fenomeni che possono essere definiti apocalittici, «scaturiti al di fuori di un programmato progetto politico», catalogabili, perciò, per mezzo di analogie naturalistiche. E da una simile analogia deriva il titolo del libro: «Siamo su un vulcano», scrive in una lettera del 10 ottobre 1917 Lunacarskij, con ciò volendo intendere che la situazione della Russia era sul punto di esplodere, di eruttare, di trasformare in colata di lava capace di tutto travolgere, in particolare la sofferenza al dominio sopportato da milioni di sfruttati, soprattutto contadini.
Inoltre, l’affermazione di colui che diverrà Commissario del popolo all’Istruzione nel governo rivoluzionario nasconde una consapevolezza da parte dei dirigenti bolscevichi, una consapevolezza che Favilli spiega con dovizia di riferimenti letterari (Blok, Majakovskij, lo stesso Ejzenštein regista di Ottobre) nel capitolo I bolscevichi e la rivoluzione bolscevica: «I gruppi dirigenti bolscevichi quella loro funzione dirigente proprio non la esercitarono. Per un periodo abbastanza lungo dopo il febbraio i grandi movimenti di massa che stavano sconvolgendo il paese si svolsero senza che vi fosse una leadership riconosciuta e riconoscibile».
Ma rispetto a quello che può essere presentato come un movimento spontaneo, pur nella sua grandezza, resta fondamentale il ruolo di Lenin che, secondo il pensiero di un pittore come Malevic, parlava di parole e di fatti in rapporto non all’idea ma alla materia; chiosa Favilli: «E la materia consisteva nella dinamica delle masse nel corso del processo rivoluzionario». Il riferimento ai grandi romanzi di Grossman (Stalingrado e Vita e destino) consente all’autore di affermare che «sono uno spaccato straordinario su tutte le configurazioni assunte in più di vent’anni dal “terremoto permanente” della rivoluzione».
E A QUESTA ALTEZZA si pone il problema della massima contraddizione fra un evento di emancipazione come la Rivoluzione d’Ottobre e, riferendosi prima implicitamente e poi in modo molto esplicito a Stalin, «l’orrore che nega quella sostanza». E per rispondere alla questione del rapporto fra Gulag ed emancipazione, Favilli cita un articolo di Calvino del 1979 nel quale lo scrittore afferma (in corsivo nel testo quasi a volerne sottolineare l’importanza): «Tanto il mio stalinismo che il mio antistalinismo hanno avuto origine dallo stesso nucleo di valori».
ANCORA PRIMA DI GROSSMAN altri scrittori della letteratura russa, più o meno conosciuti, vengono citati dall’autore per descrivere tangibilmente quel mondo contadino che, come scritto precedentemente, bolle nel vulcano in attesa di scaricare tutto il suo impeto rivoluzionario. Quello stesso mondo che dà corpo e anima all’Esercito sovietico che combatte e sconfigge il nemico nel corso della «grande guerra patriottica», che distrugge armate tecnologicamente più pronte con quello stesso spirito che fece dire al corrispondente di guerra Goethe, davanti alla vittoria dell’esercito rivoluzionario a Valmy nel 1792, che quel giorno aveva visto nascere una nuova era del mondo.





