di Franco Ferrari –
Il movimento “NoKings” ha organizzato la manifestazione nazionale unitaria del 28 marzo a Roma che ha registrato una significativa e, fino ad un certo punto, inaspettata partecipazione popolare, con un consistente contingente di giovani.
Questa convergenza di forze politiche, sindacali e di movimento è sorta come estensione dell’iniziativa StoRearm lanciata a livello europeo per contestare la politica di folle incremento delle spese militari e di militarizzazione delle politiche a tutti i livelli, promossa dalla Commissione Europea.
Dopo aver organizzato la manifestazione del giugno scorso, attorno a StopRearm si è realizzata una più ampia convergenza sancita nella assemblea nazionale presso il TPO di Bologna e che ha dato impulso, con un progressivo allargamento delle adesioni, all’appuntamento romano. Questo ha rappresentato, dopo le manifestazioni largamente spontanee dell’autunno per Gaza, il più significativo momento di mobilitazione popolare che si è intrecciato con il successo del “No” al referendum sulla magistratura, prima significativa sconfitta per la destra al governo.
La parola d’ordine “NoKings” ha ripreso quella del movimento statunitense contro il progetto autoritario e razzista della presidenza Trump e la manifestazione romana ha coinciso con analoghi appuntamenti che si sono svolti sia negli Stati Uniti che a Londra. Lo slogan “contro i Re e le loro guerre” ha voluto sottolineare la convergenza tra spinte autoritarie sempre più forti a livello mondiale intrecciate con il ricorso sempre più estensivo alla guerra per risolvere i conflitti tra Stati.
Nella dimensione nazionale ciò ha significato portare in piazza le ragioni più radicali del movimento popolare dei 15 milioni di elettori ed elettrici che hanno detto “No” al progetto autoritario voluto dal governo Meloni.
Questo movimento è stato oggetto di polemiche ed attacchi non solo da destra, come inevitabile, ma anche da settori, seppur minoritari, della sinistra. Al di là di queste brevi note, ritengo che sia utile aprile una più approfondita analisi delle premesse teoriche (o più semplicemente ideologiche), degli errori politici e della motivazione più profonde di queste tendenze. Al di là del loro seguito effettivo nell’opinioni pubblica, tendono a dividere le forze di contestazione alle politiche autoritarie e militariste che sono oggi all’offensiva in tutto il mondo. Che questa offensiva, come vediamo anche in queste ore, trovi momenti di indubbia difficoltà e apra contraddizioni all’interno delle classi dominanti (in particolare per le conseguenze economiche) non implica che si torni velocemente alla “vecchia normalità”, quella in cui prevaleva l’interesse all’espansione della globalizzazione capitalistica.
Un primo fronte polemico è stato aperto da USB/PaP e quindi dalla Rete dei Comunisti (RdC), la cui influenza ideologica su Potere al Popolo sembra notevolmente accresciuta rispetto a quando quella formazione politica venne fondata. Questa aggregazione aveva già rifiutato nel giugno 2025 di confluire, pur con una posizione autonoma, su un’unica manifestazione nazionale contro la guerra e il riarmo. Come scrisse allora un autorevole esponente di Rete e USB, quella che convergeva nella manifestazione unitaria di StopRearm era (ricopio letteralmente e non è un errore di ortografia) “l’asinistra”, definizione che rendeva anche il tono dello stile di dibattito.
In questa occasione RdC/USB/PaP ha convocato, dopo che l’assemblea nazionale di Bologna aveva lanciato la manifestazione nazionale del 28 marzo, una manifestazione alternativa fissata due settimane prima. Questo appuntamento ha registrato una buona partecipazione, anche se decisamente inferiore a quella del 28 marzo.
Questa aggregazione si propone come l’unico interprete della vasta mobilitazione per Gaza dell’autunno e la finalizza, da un lato, al rafforzamento dell’organizzazione sindacale e, dall’altro, alla costruzione della lista elettorale di estrema sinistra per l’appuntamento del 2027. Dal punto di vista della cultura politica, nella visione della Rete, i movimenti di massa devono essere diretti dal partito politico e funzionali alla sua strategia. Viene respinta l’idea che essi dispongano di una propria autonomia e si basino su una convergenza su determinati obbiettivi anche tra chi persegue progetti politici diversi o abbia orientamenti ideologici diversificati.
È stata poi esplicitamente riaffermata, in una recente assemblea romana, la totale indisponibilità a convergere con la CGIL. La contrapposizione verso il maggiore sindacato italiano è considerata un principio non negoziabile per qualsiasi alleanza politica. Lo sciopero congiunto per Gaza fu una eccezione non ripetibile, realizzata sotto la pressione di un forte movimento popolare.
Dal punto di vista politico, RdC/USB/PaP rifiutano qualsiasi possibilità di convergenza con l’opposizione per cacciare la destra dal Governo, in quanto il cosiddetto “campo largo” è parte del problema. L’individuazione delle forze da combattere non si ferma qui. Come ha spiegato Guido Lutrario, principale esponente di USB (il sindacato non ha la carica di segretario), anche la “zona intermedia” lo è perché svolge una “funzione deleteria”, e si tratta di “aree politiche compromesse” (così riporta il resoconto dell’assemblea pubblicato dal sito Popoff).
Il movimento NoKings viene quindi giudicato come espressione di queste “aree compromesse” che svolgono una “funziona deleteria”.
La scelta della contrapposizione a tutte le tendenze considerate “intermedie”, in quanto ostacolo alla sempre imminente polarizzazione politica e sociale, rimanda alla teorizzazione cominternista della fine degli anni ’20-inizio degli anni ’30, che veniva già al tempo semplificata nelle formule della “classe contro classe” e del “socialfascismo”. Venne poi abbandonata sia perché isolò i comunisti, sia perché venne ritenuta, senza dichiararlo esplicitamente, una delle cause della rapida distruzione del partito da parte dei nazisti. Sul carattere illusorio del motto “dopo Hitler toccherà a noi”, decine di migliaia di dirigenti e militanti tedeschi si trovarono a meditare nei campi di concentramento nei quali erano stati rinchiusi e dai quali quasi nessuno tornò vivo. Ma impiegarono diversi mesi a riconoscere che la socialdemocrazia non era più “il nemico principale”.
Si porrà in misura sempre più forte una contraddizione per questa tendenza. Per costruire una più larga partecipazione alla manifestazione del 14 marzo, i promotori hanno dovuto concentrare le ragioni della mobilitazione nell’attacco al governo Meloni. Molti dei partecipanti non strettamente militanti di organizzazioni, sono stati mossi dalla convinzione che bisognava sconfiggere un governo apertamente dichiarato come “fascista”. Dato che lo strumento principale per cacciare un governo considerato “fascista” e pericoloso per la democrazia e per il conflitto sociale, sarà il voto del 2027, i promotori dovranno articolare un discorso che convinca del contrario. Il governo è “fascista” e pericoloso, ma non poi così tanto perché la sua sconfitta non cambierebbe nulla. Dal “via la Meloni” nelle piazze al “teniamoci la Meloni” nel voto.
Mi pare meno rilevante, dal punto di vista RdC/USB/PaP, nella polemica verso il movimento “NoKings” il tema ispirato ad un rinnovato “campismo”. Non c’è dubbio che la Rete dei Comunisti (che allora non si chiamava così) abbia una solida tradizione “campista” fin dai tempi del Movimento per la Pace e il Socialismo fondato insieme all’ex generale Nino Pasti (che ruppe col PCI che lo aveva fatto eleggere al Senato sulla difesa senza sfumature dell’Unione Sovietica), ma nella loro visione perlomeno distinguono tra il Venezuela e l’Iran. Tra un paese che pur con molti limiti si considera impegnato in un progetto socialista e un altro che ha una direzione politica reazionaria. Contropiano, ad esempio, ha pubblicato i documenti del Tudeh.
Più direttamente “campista” è la polemica che proviene da Ottolina.tv e altri gruppi affini, i quali hanno indetto una propria manifestazione nazionale inserita tra quella di RdC/USB/PaP e quella del movimento “NoKings”. Questa iniziativa non ha avuto nessuna risonanza mediatica a differenza delle altre due e, stando almeno all’unica foto che ho visto in rete, ha mobilitato non più di qualche decina di persone.
Il “campismo” può essere definito come l’accettazione della subordinazione della lotta di classe e dei movimenti popolari al conflitto tra Stati che diventano i principali se non gli unici soggetti del conflitto sociale.
Esiste una differenza tra il “campismo” classico e quello attualmente corrente. Fino all’esistenza di un campo socialista (lasciando in sospeso qui il giudizio sulla natura di quel socialismo), si trattava di un errore politico che subordinava al sistema di Stati gli altri due settori del movimento rivoluzionario: la classe operaia dei paesi capitalistici avanzati e i movimenti di liberazione a ispirazione socialista del “terzo mondo”.
In assenza di un “campo socialista” (pur deformato), il nuovo “campismo” si concentra sulla difesa critica di paesi capitalisti e spesso anche apertamente reazionari e anticomunisti. Da questo punto di vista si può registrare l’emergere di un nuovo “campismo reazionario”.
La rozza semplificazione di ogni conflitto impedisce qualsiasi tipo di ragionamento e soprattutto di articolazione della proposta politica che abbia una effettiva incidenza sulla realtà. Le manifestazioni popolari in Iran contro il regime sarebbero tutta una manipolazione della CIA e del MOSSAD. Tutti gli ucraini che si oppongono alla Russia sarebbero nazisti e così via. In questa logica binaria si può arrivare alla deliberata falsificazione delle posizioni altrui come in un post recente di Ottolina.tv nel quale si accusava i promotori della manifestazione “NoKings” di aver sostenuto un possibile colpo di stato monarchico in Iran promosso da CIA e MOSSAD. Che si possa essere contemporaneamente contro il regime islamico, contro la monarchia reazionaria e contro i bombardamenti di Netanyahu e Trump non è considerato possibile. Nemmeno che si possa sostenere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina senza contrapporsi tra “putiniani” e “nazisti”. Se ci si oppone, com’è giusto, alle smanie inquisitoriali e censorie di Calenda e Picierno, non si può avere la stessa vocazione, anche se a parti invertite, nei confronti di chiunque non si riduca a fare da pifferaio della propaganda del regime russo.
Oltre ad utilizzare la stessa doppia morale che poi si imputa, giustamente, all’Occidente, semplicemente trasformando i buoni in cattivi e viceversa, questa tendenza presenta un’altra contraddizione. La manifestazione di Ottolina.tv, così come una serie di assemblee precedenti, è stata indetta all’insegna del “se ne vadano tutti”. La grafica lasciava intendere che in realtà non erano proprio tutti perché non sono mai stati inseriti né Conte, né Salvini. Mentre si può notare che inizialmente era stata inserita la Schlein che poi è stata rimossa nell’ultima convocazione.
Una impostazione tipicamente populista che vede la contrapposizione tra il “popolo” buono e le “èlite” corrotte. Ma il “popolo” che è per natura buono e giusto quando aderisce allo schema binario, diventa poi un semplice burattino manovrato da queste stesse élite quando afferma bisogni, interessi e valori non subordinati alla visione “geopolitica” costruita a tavolino.
Non stupisce più di tanto che sia stato messa in circolazione in quell’area, un lungo testo per dimostrare che il movimento “NoKings” degli Stati Uniti sarebbe solo il frutto di un’operazione machiavellica delle élite e riccamente finanziato. Essendo stato diffuso a ridosso della manifestazione romana del 28 marzo è evidente che si lascia supporre, per proprietà transitiva, che pure dietro alla mobilitazione romani si stagli l’ombra perfida di Soros. Non stupisce nemmeno che negli stesso giorni anche la stampa di destra abbia cavalcato lo stesso tema che oscilla fra il più rozzo complottismo e il più tradizionale antisemitismo.
Chi ricorda la campagna tesa a dimostrare che dietro a Greta Thurnberg ci fossero quelle stesse élite manipolatrici e che solo la “sinistra fucsia” potesse credere alle sue buone ragioni, non dovrebbe stupirsi più di tanto. Così come di fronte al manifestato “disagio” verso le manifestazioni popolari contro Trump probabilmente emerge la cattiva di coscienza di chi, al tempo delle ultime elezioni presidenziali, aveva concentrato tutta la polemica contro Kamala Harris (che pure aveva non poche colpe) e il fantomatico “deep State”, oggi si trovi a dover spiegare e, in fondo, a giustificare la politica di Trump.
Per questo si introduce un determinismo storico. Non è colpa di Trump ma dell’Occidente che sempre ha fatto le stesse cose. In questo modo lo specifico colonialismo, suprematismo, razzismo e uso indiscriminato della violenza di cui è protagonista il Presidente USA, viene ridimensionato a semplice continuità storica. Anzi, alla fine, gira e rigira, si potrà sostenere che la politica di Trump è colpa di Kamala Harris. E quindi la priorità non è cacciare Trump, ma impedire che l’opposizione a Trump faccia tornare in campo i Democratici che restano i veri nemici. Un labirinto mentale dal quale, dal punto di vista degli interessi popolari, non resta alcuna via di uscita.
Non sempre il “meno peggio” evita il “peggio”, ma scegliere il “peggio” per paura del “meno peggio” non sembra una strategia particolarmente intelligente.
Dal “campismo reazionario” deriva una politica che è di totale passività e quindi, al di à della rumorosità e radicalità apparente degli argomenti, è pienamente organica agli interessi delle classi dominanti.
Bisognerebbe discutere più a fondo su che cosa significano in questa fase “imperialismo” e “antimperialismo”. A volte si registra come l’antimperialismo viene separato dall’anticapitalismo per giustificare il sostegno a regimi capitalisti reazionari. In questo modo si trasforma in banale “antiamericanismo”, che si confonde a volte con quello che proviene da destra e che ha una sua tradizione particolare. Ma il tema è complesso e merita un discorso a parte.




