di Onofrio Romano –
L’elezione del neo sindaco archivia la stagione dell’uomo solo al comando e l’epopea della società civile.
C’è un equivoco da sciogliere subito. Manuel Minervini, neo-sindaco di Molfetta, ultimo frutto di quel piccolo miracolo politico che è la sezione molfettese di Rifondazione comunista, somiglia pericolosamente a ciò che non è. Giovane, senza macchia, di primo pelo: l’identikit perfetto del «sindaco eroe» che dal 1993 in poi, complice la nuova legge elettorale, ha imperversato soprattutto al Sud. L’uomo solo al comando, che prende in mano l’interesse collettivo contro la degenerazione dei partiti e governa al di là di ogni ideologia. Un modello che ha prodotto guasti notevoli e ridotto i nostri comuni a immondezzai turistici.
Ebbene: la continuità non c’è. È vero il contrario. L’elezione di Minervini archivia la stagione dell’uomo solo al comando e l’epopea della società civile. Torna la società politica, tornano i partiti. E tornano nella maniera più radicale possibile: sindaco «comunista».
L’etichetta ha eccitato gli animi in un senso e nell’altro: c’è chi, all’estero, ha già ribattezzato Molfetta capitale del bolscevismo ritrovato. Folclore, certo. Eppure anche chi il comunismo lo detesta tradisce, nel suo accanimento, lo stesso bisogno: una politica forte che vendichi la grande sbornia anti-ideologica degli ultimi decenni, che ha lasciato gli ultimi alla deriva. Per questo l’evento va preso sul serio. Segna una svolta.
Resta un paradosso gustoso. Minervini ha vinto grazie a quella legge del ‘93, tuttora in vigore, che concentra il potere nel sindaco eletto dal popolo e nella giunta che lui stesso nomina, relegando il consiglio comunale in ruolo defilato e affidando la mediazione degli interessi ai portatori di voti. Ha vinto con le sue regole. Ma incarna l’alba di una stagione che le rovescia. Una stagione in cui – si spera – i corpi intermedi politici torneranno a mediare gli interessi dei cittadini, non più su base particolaristica, in cui l’azione del sindaco non sarà più decollata, calata dall’alto, ma alimentata dalla partecipazione collettiva in forma e strutturata.
Non sarà una passeggiata. La nuova amministrazione avrà successo solo se saprà nuotare contro lo spirito stesso della legge che l’ha generata. Contro la sbornia social-civile che ha scavato un fossato tra cittadini e istituzioni. Perché in quel fossato si è insinuata una solerte «società incivile», quella degli imprenditori elettorali.
Ecco perché Molfetta non è un caso locale. È un laboratorio politico del Mezzogiorno e dell’Italia intera. Reggerà? Tutt’altro che scontato. Intanto la semplice candidatura di Minervini ha già compiuto un piccolo prodigio: ridisegnando i rapporti di forza, ha restituito un’identità anche agli altri partiti del campo largo. E ha premiato l’ostinazione con cui negli ultimi tre decenni i «compagni» molfettesi hanno saputo navigare in direzione ostinata e contraria, comportandosi – orrore! – come un partito novecentesco. Esattamente ciò che serve dopo la grande sbornia neoliberale.
Per questo Minervini è un’occasione per la sinistra quanto per la destra. L’occasione di rimettere la politica al centro, dopo decenni di presunta neutralità mercatista e social-civile.
A una condizione, però: che le politiche non si appellino più al generico “bene comune”, formula magica buona per ogni stagione, ma assumano come stella polare gli interessi dei più deboli contro quelli dei dominanti. Senza quel conflitto la politica muore. O, peggio, sopravvive come pura tecnica: imbellimento dell’esistente, amministrazione del nulla.
Si vedrà se Molfetta saprà essere all’altezza del suo contrappasso. Per ora, godiamoci l’eresia.




