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Perché occorre ripristinare l’equità fiscale

di G. Forges Davanzati –

L’articolo 53, comma 2, della Costituzione italiana stabilisce che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. È su questa base che si fondano le recenti proposte (non solo italiane) di aumento della tassazione sui grandi patrimoni e sulle successioni di percettori di redditi molto alti (si veda il manifesto di Un percento equo). Che non si tratti di espropri o di misure eversive è testimoniato dal fatto che, nella storia del pensiero economico italiano, si sono fatti portavoce di proposte analoghe il radicale Francesco Saverio Nitti e, per l’imposta di successione – concepita come strumento per garantire l’eguaglianza dei punti di partenza –, il liberale Luigi Einaudi.

L’evidenza disponibile mostra che, negli ultimi decenni, il sistema fiscale italiano è diventato sempre meno progressivo, e addirittura regressivo per il 5% più ricco dei contribuenti. Con la riforma del 1974, il sistema tributario italiano contemplava ben 32 aliquote IRPEF, dal 10% al 72%, registrando minori diseguaglianze distributive rispetto a quelle attuali, un maggior tasso di crescita e un minor debito pubblico in rapporto al Pil. A partire dalla svolta neo-liberista degli anni Ottanta, e con una significativa accelerazione durante gli anni della globalizzazione e sotto i governi Berlusconi e Meloni, le aliquote sono state drasticamente ridotte, arrivando alle 3 attuali. In altri termini, la progressività è stata svuotata e l’ingiustizia fiscale è aumentata.

Le motivazioni politiche alla base di questi interventi sono state chiare: inasprire la tassazione su coloro che non possono evadere (lavoratori dipendenti e pensionati), perché tassati alla fonte e poco mobili sul piano spaziale, garantisce la certezza di recuperare gettito. Al contempo, alleggerire il carico fiscale per i redditi elevati avrebbe dovuto evitare trasferimenti di ricchezza all’estero e attrarre investimenti.

A partire dagli anni Ottanta, la teoria economica dominante ha provato a legittimare queste crescenti iniquità fiscali in due modi. In primo luogo, si è sostenuto che le grandi ricchezze accumulate fossero un fattore di crescita per l’operare dei cosiddetti effetti di sgocciolamento (trickle-down economics): i risparmi dei più ricchi avrebbero finanziato gli investimenti, favorendo tutti. In secondo luogo, la curva di Laffer avrebbe dovuto dimostrare che la detassazione dei più abbienti produce crescita perché i ricchi sono tali in quanto più produttivi. A ciò si aggiunge il ben noto corollario secondo cui una patrimoniale implicherebbe la fuga dei capitali all’estero.

Questi argomenti trovano però fondate smentite teoriche e fattuali. Vediamo perché:

1) Ricerche condotte dalla Banca d’Italia e dall’Istat mostrano che in Italia i percettori di grandi patrimoni li destinano prevalentemente ad attività finanziarie e immobiliari, non a risparmi che si traducono in investimenti produttivi. Il gettito derivante da un’imposta sui grandi patrimoni servirebbe invece a potenziare il welfare, con effetti positivi sul potere d’acquisto dei redditi bassi. Questo genererebbe ricadute positive sia sulla domanda interna (i meno abbienti hanno una propensione al consumo molto più alta dei ricchi), sia sulla produttività del lavoro (una popolazione più istruita e con maggiore accesso alla sanità pubblica è ovviamente più produttiva).

2) L’applicazione della curva di Laffer negli Stati Uniti nei primi anni Ottanta si è rivelata un fallimento. Neppure l’equiparazione fra ricchezza e produttività regge alla prova dei fatti. Una ricerca del National Bureau of Economic Research (NBER) del 2020 riferita all’Italia mostra che i patrimoni ereditati sono sempre più concentrati: le successioni superiori a 1 milione di euro rappresentavano il 18,7% del valore totale delle eredità negli anni Novanta e il 24,8% nel 2016. Negli ultimi trent’anni, la quota ereditata dallo 0,01% più ricco (patrimoni oltre i 17 milioni di euro) è quasi triplicata. All’aumentare delle diseguaglianze si potenziano i meccanismi di blocco sociale tramite i lasciti ereditari, indebolendo la componente meritocratica.

Studi dell’OCSE confermano che l’Italia ha le tasse di successione più basse tra i Paesi avanzati e raccomandano riforme fiscali orientate all’aumento della tassazione sui redditi elevati. L’Organizzazione mostra come – nel caso di aliquote non esorbitanti e salvaguardando i ceti medi e la prima casa – il rischio di fuga di capitali sia sostanzialmente inesistente. I sostenitori della campagna unpercentoequo stimano che un’aliquota pari all’1% per i detentori di un patrimonio netto superiore ai 2 milioni di euro (circa 300.000 contribuenti), con esclusione della prima casa, comporterebbe un gettito prudenziale stimato nell’ordine dei 26 miliardi annui (un importo superiore a una ordinaria Legge di Bilancio), per finanziare sanità, istruzione, politiche abitative, ambiente, sostegno al reddito, sicurezza sul lavoro.

A fronte delle diseguaglianze tra le più alte nella storia del capitalismo (paragonabili solo a quelle che precedettero la Prima Guerra Mondiale), vi è oggi un diffuso consenso internazionale tra gli economisti: la concentrazione della ricchezza va contrastata, e lo strumento fiscale resta la via maestra.

da “Domani”, 19 giugno 2026

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