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Tre pacifiche giornate di guerra

di Mauro Carlo Zanella –

Odessa, lunedì 21 settembre

Di questi tre giorni passati a Odessa mi porterò dentro ricordi indelebili che spero di riuscire a comunicarvi.

È una città cosmopolita, antica ed europea, che riserva scoperte piacevoli ad ogni angolo. Antichi palazzi, alcuni consumati dal tempo, altri finemente ristrutturati con i caratteristici colori pastello e decorati con opere in ferro battuto tipiche di Odessa.

I grandi e maestosi alberi lungo le strade, i parchi, gli eleganti bistrot, i bar pasticceria, i ristoranti dove assaporo il loro Borshch, piatto tradizionale inserito nella lista UNESCO del patrimonio immateriale dell’Umanità. E la gente gentile, sempre pronta ad aiutarti e ad accoglierti.

Una città pulitissima grazie a un esercito di spazzini che iniziano il proprio lavoro all’alba, appena termina il coprifuoco.
Operano coscienziosamente, con grande dignità, consapevoli dell’importanza sociale del proprio lavoro.

Al chiosco conosco un reporter freelance pacifista, ha girato mezzo mondo e ama Odessa, una città che si fa amare. Passa mesi qui quando può. Prendiamo un caffè in un chiosco e lui conosce e saluta molte persone che passano, e Margherita, la barista.

Parliamo a lungo e condividiamo molte cose: preoccupazioni, speranze e soprattutto l’etica di un giornalismo libero da padroni, che ascolta e racconta la vita della gente.

Giro per le strade e raccolgo tre testimonianze. Mi limito a chiedere di scrivermi nella loro lingua ciò che pensano della situazione attuale in Ucraina e in particolare a Odessa, dal loro punto di vista.

Una ragazza stile dark punk mi scrive:
“Penso che la situazione sia terribile e desideriamo davvero che la pace arrivi presto, così da poter vivere in tranquillità”.

Mi facilita sicuramente il lavoro il fatto di essere un reporter volontario di un’Agenzia di Stampa internazionale no-profit e indipendente, e anche il fatto di essere italiano. Qui, a quanto pare, tutti amano l’Italia, le sue città, la sua cucina e le sue canzoni.

Chi sogna di andarci e chi ha avuto la possibilità di visitarla grazie a parenti o amici che lavorano da noi. Mi elencano Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo… Pizza, carbonara, lasagne, tiramisù… Qualcuno accenna qualche canzone: “Lasciatemi cantare, sono un italiano vero” di Toto Cutugno è la più gettonata, ma conoscono anche “Felicità” e “Bella ciao: una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor…”

Io ricambio con sincerità dicendo che amo il loro Paese, le loro città, il loro popolo, le loro torte e naturalmente il Borshch.

Alla fine, girando, scopro di essere arrivato in riva al Mar Nero e scendo fino alla spiaggia. È attrezzata, ci sono diversi stabilimenti ed è affollata: famiglie, bambini che giocano.

Su una panchina due ragazzi seduti vicini. Lui ha i capelli lunghi, guardano il mare.
Uno di loro, di madrelingua russa, mi scrive sul telefonino in inglese:

“For now, my things about situation in Ukraine is coming to be more difficult closer to winter, people are thinking now about saving money and resources to feel better during cold weather. Lots of people now became homeless because of massive attacks from Russian side, and now they are looking to find a temporary solution for living place to spand winter, for my side, Ukrainians need to get some provision and assistance with electricity resources”

“Ora, la situazione in Ucraina sta diventando più difficile con l’avvicinarsi dell’inverno.
La gente pensa a risparmiare denaro e risorse per stare meglio durante il freddo.
Molte persone sono rimaste senza casa per i massicci attacchi dei russi e ora cercano una sistemazione temporanea per passare l’inverno. Secondo me, gli ucraini hanno bisogno di provviste e di aiuto per l’elettricità”.

È pomeriggio inoltrato e via via la gente se ne va. Allora passerotti, cornacchie e gabbiani scendono sulla spiaggia a ripulirla dalle briciole lasciate dagli umani.

Anche io ho fatto il bagno, in mutande a dire il vero, ma non credo che nessuno ci abbia fatto caso. Ceno nel ristorantino dello stabilimento balneare. Poi chiedo di chiamarmi un taxi che mi riporta a casa.

Dov’è allora la guerra?

La guerra sono le sirene che suonano più volte al giorno, i monumenti inscatolati, e per la prima volta le esplosioni che sento distintamente, alcune come un tuono.

Penso che dovrei trovare un rifugio ma non so dove cercarlo. Poi mi guardo intorno: nonostante le esplosioni, nessuno si scompone, nessuno allunga il passo, nessuno sembra badarci. Assuefazione alla guerra? Fatalismo?
O è una forma di resistenza?

La realtà è che quasi tutti hanno un parente o un amico al fronte, e tanti sono i dispersi e centinaia di migliaia i morti. Quanti non si sa, né di qua né di là dal fronte. È segreto militare.

Si danno solo i numeri dei civili morti o feriti. Numeri imparagonabili al genocidio di Gaza e ad altre guerre a partire dalla Seconda Guerra Mondiale in poi.

Certamente ogni vita è preziosa, l’aridità dei numeri non ne dà conto. Tuttavia è giusto dire che in questa guerra non ci sono stati bombardamenti a tappeto che abbiano distrutto interi quartieri provocando così migliaia di morti.

È importante dirlo perché questa guerra non è ancora una guerra totale e quindi non c’è un nemico assoluto da distruggere come fu il nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui ci sono ancora i margini per bloccare l’escalation e per giungere a un cessate il fuoco che possa intanto salvare migliaia di vite umane e aprire vere trattative per una pace giusta in Ucraina e in Europa.

Solo i popoli possono imporre ai rispettivi governi questo obiettivo, altrimenti continueremo a rotolare verso una guerra totale, globale e, Dio non voglia, atomica.

da www.pressenza.com

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