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A Ko!

Una caratteristica dell’età avanzata è una sorta di narcisismo infantile che spinge troppo spesso a parlare di sé in ogni occasione. Mi scuserete quindi se lo farò anch’io prima di entrare nel merito di questo importante lavoro di Adriano. Una premessa: sulla locandina di questa nostra occasione d’incontro io sono stato definito scrittore, ma non è esatto, mi piace scrivere, ma sono uno scrittore della domenica, uno scrittore dilettante in tutti e due i significati della parola: scrivo in modo dilettantesco e scrivo per diletto. Devo poi dire che ho cominciato ad apprezzre questo libro prima ancora di averlo fra le mani, prima ancora di sfogliarlo: l’ho ricevuto infatti per posta e sulla busta c’era scritto “Al Compagno Carlo Cartocci”. Sono anni che non mi capita di sentirmi chiamare compagno e confesso che ho provato un briciolo di commozione mescolato ad un pizzico di orgoglio: mi si è ripresentato agli occhi della memoria un lungo periodo della mia vita, bello, difficile, ricco di lotte e di speranze. Ecco, sulla locandina avrei potuto essere indicato con questa bella parola: compagno.
Quando ho cominciato a leggere le pagine di questo libro, apprezzandole per la capacità di coinvolgimento che le contraddistingue, ho potuto immergermi nella concretezza e nella lucidità dei ricordi di un periodo di politica attiva nel partito della Rifondazione Comunista, nella Commissione Nazionale Immigrazione, periodo che non è stato finora raccontato in tutte le sue sfumature e che non dovrebbe essere dimenticato.
Questo, dunque, è il primo merito del libro: Adriano si è fatto testimone non soltanto del proprio impegno, ma anche di quello di tanti compagni che, ognuno nel suo campo e nel suo territorio, hanno lottato – e molti lottano ancora – per diffondere il rispetto, per difendere la dignità, per assicurare i diritti dei più deboli, migranti e rom, perseguitati da miseria, violenze, guerre e discriminazioni.

Quando, 25 anni fa, nacque la Commissione Nazionale Immigrazione del PRC, già da tempo molti compagni e compagne si impegnavano in difesa e in sostegno dei migranti, lo facevano individualmente o in reti e gruppi locali. Lo stesso Partito non aveva ancora preso completamente atto dell’importanza del tema migranti, anche se lo considerava un tema spinoso al punto che, quando proposi a Bertinotti di occuparmi di migranti per il Partito, lui mi disse che avrei avuto una “bella gatta da pelare”.
E molte gatte pelammo in tanti, insieme, con l’impegno volto ad aprire il Partito all’attenzione ai migranti e a stabilire una collaborazione costante con le tante realtà di movimento impegnate nella difesa dei migranti stessi.
Eravamo un centinaio di compagni, provenienti da tutte le città della penisola, ci incontravamo periodicamente la domenica nella sala Libertini di viale del Policlinico per coordinare le iniziative locali e nazionali e per elaborare insieme le proposte politiche. Eravamo convinti che nei confronti dei migranti, oltre alla solidarietà umana, ci dovesse essere la solidarietà di classe.

La Commissione è stata, in un Partito piuttosto anaffettivo, un raro esempio di stima reciproca, di collaborazione, di amicizia paritetica e affettuosa. Ho ancora nel cuore Stefano, Dino, Isidora, Annamaria, Riccardo, Andres, Alfonso, Elvio, Giovanni, Mercedes e Adriano naturalmente, e l’intero elenco di questi amici/compagni sarebbe lunghissimo. Ancora vivo è il ricordo delle nostre parole d’ordine: di allora No ai CPT, Sanatoria generale, Riforma del diritto d’asilo, Riforma della legge sulla cittadinanza, Elettorato attivo e passivo nelle elezioni amministrative per tutti i migranti. Temi che sono ancora attuali, purtroppo.

Leggendo il libro di Adriano mi sono ritrovato nell’atmosfera di quelle domeniche a viale del Policlinico, ma con una doppia sensazione: nostalgia e rabbia. Le cose non sono molto cambiate da allora, una fascia ancora troppo larga della nostra società è malata di razzismo che, consapevole o inconsapevole, si affianca al razzismo istituzionale. C’è una parte di società che gira il volto dall’altra parte di fronte ai campi di detenzione albanesi, alla schiavizzazione del caporalato, alla guerra contro le ONG che pattugliano il Mediterraneo, gira il volto dall’altra parte di fronte al reato di immigrazione, al diniego del diritto d’asilo, ai campi, nazionali o esternalizzati, che cambiano il nome, ma non la sostanza: ieri CPT, oggi CPR, CAS, ecc. Così non soltanto continua ad essere messa a dura prova la pietas, la com-passione umana, ma non si ricompone l’unità di classe. Per molti, anche fra gli sfruttati, le multinazionali, i padroni, non sono l’avversario, non sono la fonte dello sfruttamento, dell’alienazione, della mercificazione: l’avversario è il migrante, il rom. Si attua così una torzione che fa perdere allo sfruttato coscienza di sé e permette al potere di imporre la sua politica classista, patriarcale, anticostutizionale. In questo clima il libro di Adriano è innanzi tutto utile, necessario. Per queste ragioni e per questi sentimenti, non posso che apprezzare le pagine di A KO! per i suoi contenuti, ovviamente, ma anche per la scelta compositiva, per la felice scansione tripartita.

Il libro infatti è diviso in tre parti:
Una prima parte dove l’autobiografia si fa Storia e, a tratti, la Storia si fa poesia, Ricordo con emozione l’incipit della sezione denominata Periferie con l’immagine amara delle bottiglie tagliate. Ricordo Marius, rom del fiume Crati, che “al chiaro di luna preferisce l’opaline di un moderno lampadario”, ricordo il senso di delicata amarezza delle affettuose parole dedicate alla storia di una donna che a Tunisi si chiamava Mazni e in Italia chiamavano Fatima. Ricordi questi che da autobiografici si fanno memoria collettiva di tanti compagni, come per il caso Ocalan raccontato in poche pagine asciutte e puntuali che, ancora oggi, ci fanno rivivere la rabbia e la vergogna per il vile comportamento del governo di allora e in particolare di D’Alema.
La terza parte del libro fa da contrappunto alla prima. Infatti si tratta di una ricca sezione documentaria che dona sostanza al racconto autobiografico con la forza degli atti, dei ricorsi, delle denunce. Peraltro questa sezione ha anche una funzione quasi didattica, pratica e utile per chi voglia mettere a disposizione dei migranti la propria professionalità giuridica.
Fra queste due sezioni è inserita una raccolta di brevi ed intense biografie di uomini e donne migranti “che ce l’hanno fatta”. Si tratta di una scelta particolarmente efficace che obbedisce all’impegno di opporsi alla diffusa ipocrisia di parlare di immigrati solo su base numerica.“Espulsi 18 immigrati”, “30 annegati”, “23 dispersi”… e via numerando.
Adriano ci ricorda invece che questi numeri sono persone, persone con un nome, una vita, una dignità. Così Atif, Muktor, Svetlana, Aisha smettono di essere numeri, statistiche, percentuali e riprendono i propri corpi. Dalle pagine del libro, dalle parole di Adriano, queste persone ci parlano, riescono a guardarci negli occhi mentre denunciano le violenze subite e le fragili conquiste effettuate.
Ci guardano negli occhi e ci chiedono, ancora e sempre, fratellanza, uguaglianza, libertà.

Carlo Cartocci

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