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Cuba. Il nuovo disordine (semantico) mondiale e i mezzi di comunicazione

di Frei Betto* –

In questo mondo già segnato da crisi interconnesse – climatica, pandemica, geopolitica – non assistiamo a un aggiustamento dell’architettura internazionale post-Guerra Fredda, ma al suo smantellamento accelerato. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti non è un semplice evento elettorale: è la materializzazione di un progetto politico che esalta come una virtù la rottura con il multilateralismo. Ma questo fenomeno non nasce dal nulla: è amplificato e, in una certa misura, normalizzato da un discorso mediatico che, adottando eufemismi e schemi interpretativi parziali, finisce per giustificare azioni imperialistiche con nuove etichette.

Il multilateralismo, con tutte le sue imperfezioni e ipocrisie, era la spina dorsale di un ordine basato su regole, anche se molte di esse figuravano solo in documenti protocollari. Organizzazioni come l’ONU, il FMI e l’OMC fungevano da sedi di negoziazione e da (deboli) freni all’esercizio brutale del potere. La dottrina America First di Trump ha attaccato frontalmente questo sistema: ritiro dall’UNESCO e dal Consiglio dei diritti umani, minacce alla NATO, guerra commerciale unilaterale, disprezzo per gli accordi sul clima. Il messaggio di Trump è chiaro: gli impegni collettivi sono ostacoli al potere mondiale degli Stati Uniti.

Se inizialmente ciò è stato visto come un disturbo della personalità del presidente americano, oggi si rivela una strategia consapevole che ha trovato eco nei leader di altri paesi e ha ridefinito lo scacchiere globale. Il “nuovo disordine mondiale” è un’arena in cui tutti combattono contro tutti e dove la forza bruta, la coercizione economica e la diplomazia dell’ultimatum sostituiscono la negoziazione.

Nel vuoto causato da questa rottura, ciò che è emerso non è un mondo multipolare equilibrato, ma un caos di concorrenza predatoria in cui le grandi potenze e le grandi aziende agiscono con rinnovata impunità. Continuano le annessioni di territori, gli interventi militari “chirurgici”, i blocchi economici soffocanti e il sostegno ai governi autoritari. Ma il linguaggio usato per descriverli ha subito una perversa sofisticazione. È qui che la complicità involontaria o intenzionale della grande stampa è diventata cruciale.

La copertura dei conflitti e degli interventi è piena di eufemismi che nascondono la realtà e occultano la responsabilità degli agenti del potere. Un’«invasione» diventa un’«operazione speciale» o un «intervento per garantire la stabilità». I blocchi, come quello imposto a Cuba, o le sanzioni economiche che devastano le economie e provocano la fame tra le popolazioni civili, vengono descritti come “embarghi”, “misure di pressione” o “strumenti diplomatici”. Il sostegno ai paramilitari che rovesciano governi eletti si trasforma in “associazione con le forze locali”. Il termine “guerra” viene evitato a tutti i costi e sostituito da un lessico di gestione delle crisi. Il colonialismo del XXI secolo non si veste più di “missione civilizzatrice” come nei secoli precedenti, ma di “responsabilità di proteggere”, “lotta al terrorismo” o “difesa della democrazia”, concetti validi di per sé, ma svuotati di contenuto e strumentalizzati.

Questo linguaggio non è innocente. Ha uno scopo chiaro: rendere accettabile l’inaccettabile. Trasformando azioni aggressive in questioni tecniche o di sicurezza, la narrativa dominante estrapola gli eventi dal loro contesto storico, ignora le loro cause profonde e nasconde gli interessi materiali in gioco. Si crea così un’asimmetria narrativa, poiché le azioni delle potenze occidentali o dei loro alleati vengono descritte come reattive, difensive o necessarie, mentre quelle dei loro avversari vengono immediatamente qualificate come offensive, espansionistiche e malvagie.

Uno dei casi più scandalosi è la copertura del genocidio a Gaza. In molti casi, la stampa egemonica ha trattato il bombardamento indiscriminato e la morte di migliaia di civili come “risposte” ad attacchi terroristici, “danni collaterali” o “autodifesa complessa”. La parola “genocidio”, usata da giuristi e storici seri, viene scartata come retorica eccessiva, mentre gli eufemismi ufficiali vengono riprodotti acriticamente. La stessa logica si applica alle sanzioni contro l’Iran, la Siria o lo Yemen, spesso definite come problemi di gestione interna di regioni “problematiche” e non come strumenti di guerra economica che colpiscono i più vulnerabili.

Il caso del Venezuela è clamoroso. Gli Stati Uniti decidono di violare il diritto internazionale, occupano il Mar dei Caraibi con le loro navi da guerra, uccidono i pescatori perché li considerano presunti narcotrafficanti e, come il pirata Black Bart, sequestrano le petroliere. Dove sono i media investigativi per verificare le accuse secondo cui le navi erano dedite al traffico di droga? Perché prevale la versione della Casa Bianca?

Guardate le notizie dei grandi media: tutti definiscono “cattura” il sequestro di Nicolás Maduro. Perché cattura? Perché il governo degli Stati Uniti ha messo una taglia sulla sua testa? E ora che gli Stati Uniti hanno ritirato l’accusa di narcotrafficante, cosa giustifica il suo sequestro? E perché è stata sequestrata Cilia Flores insieme al marito?

Il fenomeno Trump è quindi sia la causa che il sintomo di questo nuovo disordine. La sua retorica brutalmente transazionale mette a nudo ciò che prima era velato: che l’ordine internazionale è, in ultima analisi, un gioco di potere. Trump almeno mostra una sincerità che i grandi media cercano di camuffare: il Venezuela non è stato invaso per ripristinare la democrazia, ma perché gli Stati Uniti si appropriassero del suo petrolio. E la Groenlandia è minacciata perché la Casa Bianca è interessata alle sue terre rare e alla sua posizione geopolitica di fronte all’Eurasia.

Agendo in questo modo, il presidente statunitense normalizza il linguaggio del nazionalismo aggressivo. La stampa, a sua volta, adottando una posizione di “obiettività” che spesso ripete i termini dei potenti, diventa un meccanismo di soft power. Non ha bisogno di mentire, basta selezionare, inquadrare e smorzare.

Il risultato è un pubblico insensibile che consuma violenza strutturale e imperialismo come se fossero notizie meteorologiche di eventi inevitabili, complicati, senza cause oggettive. La critica al sistema è svuotata, perché manca il lessico necessario per dare un nome ai suoi meccanismi. Il “nuovo disordine mondiale” non è solo quello dei carri armati e dei dazi, è anche il disordine semantico in cui le parole perdono il loro significato per servire il potere.

Per uscire da questo labirinto occorre qualcosa di più delle denunce. Occorre un giornalismo che rifiuti categoricamente gli eufemismi, che ripristini il linguaggio diretto – invasione è invasione, sequestro è sequestro, blocco è blocco, genocidio è genocidio – e indaghi il potere invece di limitarsi a tradurlo.

In un mondo post-multilaterale in cui la forza bruta torna al centro della scena, l’ultima trincea dell’etica giornalistica può essere la capacità di chiamare le cose con il loro vero nome. Senza questo, il nuovo disordine non sarà solo la nostra realtà, ma anche l’unica storia che ci sarà permesso raccontare.

(*) Frei Betto è un frate domenicano brasiliano, teologo della liberazione, scrittore e attivista politico. Durante la dittatura militare in Brasile, è stato arrestato e torturato per il suo attivismo contro il regime, esperienza che ha influenzato profondamente la sua visione della giustizia e della libertà.
Tra i suoi libri, nei quali riporta la sua esperienza e le sue idee, i più celebri sono “Battesimo di sangue” (2000) e “Quell’uomo chiamato Gesù” (EMI, 2011). Consulente del governo Lula per il programma “Fame Zero”, ha promosso importanti politiche di lotta alla povertà e per il diritto all’alimentazione. Betto è uno dei principali esponenti della teologia della liberazione, un movimento che unisce la fede cristiana alla lotta per l’emancipazione dei poveri e degli emarginati. Ha scritto un libro con Fidel Castro “Fidel y religion”.

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