di Paolo Berdini –
Ci sono trecento metri da percorrere dalla bella piazza centrale di Niscemi fino al belvedere che spazia da Gela fino a Licata. Da lì ci si dimentica per un momento del disordine causato dall’abusivismo: è il mare che incanta per la bellezza. Ma si deve parlare al passato. Il belvedere è chiuso, coinvolto dalla enorme frana che nella notte tra domenica e lunedì scorsi ha messo in ginocchio la città. Sono oltre 1.500 (almeno 500 famiglie) le persone evacuate dalle loro abitazioni. Già molti edifici sono crollati con la parete e altri edifici dovranno essere abbattuti. Centinaia di famiglie hanno perso il futuro, inghiottito dalla frana.
Già nel 1997 un crollo di grandi dimensioni aveva investito quegli stessi territori fragili come molte altre parti della Sicilia, dove le argille e i terremoti dettano legge. Nulla è stato fatto per tutelare la popolazione, la storia e la cultura di luoghi straordinari. Nel ’97 erano passati quattro anni dal secondo condono imposto dal centro destra dopo quello del 1985 che, si disse per giustificare il provvedimento, “sarebbe stato l’ultimo”. Non era vero. Dopo quello del ’93 ce ne fu un altro nel 2003, sempre per iniziativa di governi di centro destra. Gli abusivi votano e la gara irresponsabile a promettere completa anarchia nelle città porta consensi.
E se nulla è stato fatto contro l’abusivismo, ancor meno è stato attuato per difendere la popolazione dai rischi idrogeologici. Anzi, ogni volta che associazioni culturali come Italia Nostra denunciano lo stato di insicurezza di molti comuni italiani, la reazione dei governi in carica è di fastidio. Del resto, anche gli studi dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sui rischi ambientali e sul consumo di suolo, non vengono assunti come strumento di governo. Conoscere per governare, si diceva una volta. Ispra è un istituto statale, ma le sue ricerche non interessano.
Dopo il campanello d’allarme del 1997, anche una più recente frana nel 2014 non aveva provocato l’allarme per affrontare la salvaguardia ambientale. Le regioni erano nate per programmare gli interventi fondamentali per il territorio e si sono ridotti a distribuire finanziamenti in mille rivoli. Il Pnnr siciliano ha approvato migliaia di progetti. Non è così che si può vincere la sfida della salvaguardia di territori instabili e bisognosi di interventi sistematici, non di piccoli e inutili appalti.
La devastanti piogge della scorsa settimana sono state innegabilmente una causa scatenante della frana. L’acqua piovana va regimata. Per farlo servono fognature e altre opere idrauliche, altrimenti ruscella e provoca danni incalcolabili. E’ noto che in tanti quartieri della Sicilia e del sud d’Italia mancano le fognature. E’ questa l’eredità dell’abusivismo.
Pochi giorni fa un nutrito gruppo deputati di maggioranza ha provato ancora una volta ad inserire emendamenti al decreto “Milleproroghe” per riaprire i termini del condono del 2003. Dopo la frana, l’emendamento è stato temporaneamente accantonato. Ma di questo non si è parlato nell’incontro istituzionale con la presidente Meloni sui luoghi della frana. E’ più facile un selfie dall’elicottero che cimentarsi con il futuro delle città e dei territori.
La frana di Niscemi non è dunque una fatalità. E’ il risultato di decenni di abbandono della programmazione. Tutti gli studi scientifici dimostravano la fragilità idrogeologica della Sicilia. Era da tempo indispensabile mettere in cantiere l’unica grande opera di cui ha bisogno l’Italia: centinaia di interventi di messa in sicurezza dei territori e delle popolazioni, invece del ponte di Messina. Ma non sembrano ancora maturi i tempi. Il ministro Nello Musumeci ha affermato che verrà aperta un’inchiesta amministrativa sul disastro di Niscemi. E’ la prima volta che un ministro in carica indagherà sul suo operato quando era presidente della regione Sicilia.




