di Gaetano Azzariti –
Voto e Costituzione Lo sguardo della maggioranza resta esclusivamente rivolto dalle convenienze di parte, sono preoccupati di impedire la vittoria dell’altro.
Il premio di maggioranza e le liste bloccate sono i due principali problemi di costituzionalità che anche questa nuova, ennesima proposta di legge elettorale porta con sé. La Corte costituzionale nella sentenza con la quale ha bocciato l’Italicum ha stabilito paletti precisi.
La governabilità è un principio degno di tutela ma non fino al punto di stravolgere la rappresentatività. E le liste bloccate lunghe, questo lo sappiamo dal 2014 e dalla sentenza contro il porcellum, sono illegittime perché non garantiscono che il voto sia «personale ed eguale, libero e segreto» (articolo 48 della Costituzione).
Anche questa nuova proposta sfugge dai problemi reali, mascherando i peggiori opportunismi di partito dietro un’ingiustificata tecnicalità. La legge elettorale è la più politica tra le leggi. Ma qui lo sguardo resta esclusivamente rivolto dalle convenienze dei partiti, preoccupati di impedire la vittoria dell’altro. Esemplare risulta in tal senso la scelta del collegio uninominale, che andava bene al sud sin tanto che non si prospettava un campo largo dei progressisti, ora invece va bene il sistema delle liste, sino al prossimo giro quando chissà come si articolerà lo scontro tra Schlein e Conte o tra Meloni e Salvini.
Eppure, è sotto gli occhi di tutti il principale problema che dovrebbe essere affrontato quando si parla di legge elettorale: come porre freno alla crisi della rappresentanza politica che si è ormai tradotta in vera e propria crisi di democrazia? Infatti, quando solo la metà degli aventi diritto si reca alle urne, tutte le istituzioni politiche – il parlamento prima ancora che il governo – diventano espressione di una sempre più ridotta minoranza di cittadini. Queste saranno pur sempre istituzioni legittime, in grado di governare il popolo che però appare assente, indifferente se non ostile.
Ed è per questo che bisognerebbe ricominciare a pensare a come ricondurre le istituzioni democratiche alla volontà di un popolo reale. Non affidandosi esclusivamente agli espedienti dei sistemi elettorali. Partiamo allora dall’Anno Domini 1993. Da allora si sono succeduti ben quattro leggi elettorali (mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum). Due si sono rilevate incostituzionale e una è assai sospetta. Già questo dovrebbe indurre a chiedersi cos’è che non è andato per il verso giusto.
In fondo basta guardare alle promesse delle origini per comprenderlo. Due le formule che meglio di altre valgono a sintetizzare le ambizioni di allora.
La prima: «Restituire lo scettro al principe». Questa era la massima riassuntiva, la parola d’ordine, dagli Anni 90. Il popolo diventi l’arbitro della decisione politica, indicando direttamente chi ci governa. Solo in tal modo – sperava il buon Ruffilli – gli elettori si riavvicineranno alle istituzioni. È avvenuto esattamente il contrario. È giunto il momento, allora, di prenderne atto e ribaltare il tavolo. Si deve ricominciare a pensare che gli elettori possano almeno scegliere i propri rappresentanti, anziché solo i governi.
La seconda formula che esprime il senso del fallimento è più sloganistica: «Il giorno stesso delle elezioni dobbiamo sapere chi ci governa». È sulla base di questa suggestione che si è assistito alla progressiva degenerazione del sistema. Dalle liste bloccate, che hanno finito per sottrarre ogni scelta all’elettore, rimettendo la «nomina» dei parlamentari alle segreterie dei partiti, ai premi di coalizione che impongono alleanze per vincere ma non per governare, dando peraltro un plusvalore ai gruppi d’interesse e alle formazioni politiche minori, decisive per conquistare premi e collegi in bilico.
Parallelamente si tende a piegare la nostra forma di governo parlamentare in senso presidenziale: ieri indicando il capolista (così il porcellum), oggi richiedendo di specificare il capo della coalizione (così la nuova proposta), domani, proponendo di far eleggere il Capo assoluto da parte di una minoranza, secondo l’ipotesi del premierato. La fine del sistema della rappresentanza plurale sulla quale si è costruita l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente.
Se si vuole evitare quest’esito annunciato serve una rottura di continuità, per ritrovare un nuovo equilibrio tra sistema elettorale e rappresentanza reale. Una diversa prospettiva che può essere ricostruita su due pilastri: riconoscere il valore della rappresentanza politico-parlamentare, ritrovare un collegamento diretto tra eletto ed elettore. Tradotto in modalità di elezione ciò dovrebbe sollecitare a adottare un sistema proporzionale con l’estensione dei collegi uninominali.
Sarebbe questo un modo per dare seguito alla indicazione della Consulta di «garantire l’effettiva conoscibilità dei candidati e con essa l’effettività della scelta e della libertà di voto» eliminando le liste bloccate o semi-bloccate, ma evitando anche il commercio dei voti e le cordate che si produce nel caso di liste con scelta plurima delle preferenze. Un sistema che responsabilizzerebbe i partiti, che dovranno indicare il proprio candidato sul territorio; i cittadini, che potranno scegliere il proprio rappresentante oltre che il proprio partito; l’eletto, che sarà legittimato tanto del partito di appartenenza quanto degli elettori del territorio.
Non è questa l’unica soluzione possibile s’intende, ma è quella più adeguata in questa fase di crisi della politica. Si tratterebbe di superare l’attuale sistema elettorale in una prospettiva opposta a quella che si è sin qui seguita: non più attenta esclusivamente agli interessi dei partiti, né a quelli di maggioranze precostituite, ma a quelli dell’elettore. E chissà se non si riesca a convincere qualcuno che valga ancora la pena andare a votare. Non per un Capo, ma per scegliere tra una pluralità di candidati effettivamente in grado di rappresentare un corpo elettorale diviso e in conflitto. È la democrazia, bellezza!
dal Manifesto




