Prima il taglio ai fondi per il cinema e l’audiovisivo, poi l’aumento dei finanziamenti alle produzioni estere a scapito di quelle italiane, infine il rifiuto da parte della commissione del ministero di Giuli di assegnare contributi al documentario su Giulio Regeni. Che per fortuna uscirà su Sky, è stato acquistato dalla Rai e circolerà in 74 atenei italiani.
Infine la giusta protesta della rete “Siamo ai titoli di coda” che chiede il boicottaggio dei David di Donatello e che finora non ha avuto alcuna risposta dagli autori e dagli attori coinvolti.
Non credo che i partiti – e la politica in generale – possano e debbano entrare nel merito di scelte che dovrebbero essere esclusivamente culturali, credo invece che dovrebbero fare i conti con la normativa vigente e con le leggi che hanno contribuito a promuovere o che hanno direttamente votato.
E forse ogni tanto anche qualche autocritica.
Questo governo fascista oltre a emanare leggi liberticide per cercare di reprimere qualsiasi forma di dissenso – sociale e culturale – sta in tutti i modi cercando di distruggere la produzione culturale ed artistica e con essa cancellare anche la memoria della nostra storia.
Ma lo sta facendo utilizzando ed estremizzando strumenti che altri gli hanno fornito. Infatti è anche grazie alla legge Franceschini che Giuli e le commissioni ministeriali possono fare quello che stanno facendo. Quella legge fu approvata senza grandi proteste da parte del mondo del cinema, anzi presentata con tanto di fotografia di Renzi e Franceschini con alcuni nostri premi oscar. Fu accolta come la legge “attesa da anni”.
Allora il nodo è lì. È nella decisione tutta politica che lo Stato debba sostenere il mercato e non la creatività. È nella decisione tutta politica – micidiale per qualsiasi possibilità di espressione di un pensiero critico e autonomo e per ogni forma di produzione indipendente – di finanziare con i soldi dello Stato non più le opere e gli autori ma le imprese e tra le imprese quelle più solide e già premiate dal mercato. E allora i criteri di scelta si devono basare obbligatoriamente sul mercato e non sul valore dell’opera, ridotta a merce. È in quella legge che si decide di sostenere con gli stessi fondi non più il cinema ma anche l’audiovisivo, compresi i videogiochi, raddoppiando i soggetti destinatari del fondo.
È in quella legge che si decide che i membri delle commissioni del ministero sono decisi dal ministro, cioè dal governo. Senza dover nemmeno consultare nessuno.
Se si sceglie in base al mercato le conseguenze sono quelle per cui oggi si protesta.
E certo la soluzione non sta nelle proposte di legge che oggi sono in Parlamento e che vedono l’accordo di governo e opposizioni. Proposte che prevedono la creazione di una “Agenzia per il cinema” apparentemente autonoma dal ministero ma i cui vertici sono decisi ancora una volta dal governo e che non cambia in nulla la filosofia della gestione dei fondi e la mercificazione delle opere.
Le proteste e le lotte, se finalizzate solo a modificare gli effetti di una legge, possono anche raggiungere parziali risultati ma poi nella realtà non incidono sui meccanismi che quegli effetti determinano.
È necessario oggi più che mai mettersi di nuovo intorno a un tavolo – a un grande tavolo – per ridiscutere tutti insieme i principi di fondo di una nuova legge da proporre al prossimo governo, una volta mandato a casa quello attuale.
Perlomeno tutti coloro che credono che la cultura, e in essa il cinema, non sia una merce, che il senso di un finanziamento dello Stato alla cultura sta anche in quel comma dell’articolo 3 della Costituzione che dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non certo per sostenere il mercato e le merci.
Ha senso, e valore, che lo Stato investa nella produzione culturale ed artistica solo se è per sostenere quelle opere che con i soli meccanismi del mercato non potrebbero mai vedere la luce, se è per dare sostegno alle produzioni realmente indipendenti che invece il mercato schiaccia.
Una legge che riproponga finalmente non una agenzia per il cinema, ma un Centro nazionale per la cinematografia sul modello francese. Che vuol dire ente di diritto pubblico e autonomo dal ministero, nel quale convergono tutte le risorse destinate al cinema, ma soprattutto governato da un consiglio di amministrazione nominato dal Parlamento “attingendo a proposte “vincolanti di ristrette rose di nomi indicate dalle categorie più rappresentative della cultura e dell’industria cinematografica” (come era scritto in una proposta di legge elaborata da tutte le forze del cinema anni fa ma mai così attuale e necessaria).
Non ci saranno probabilmente tutti coloro che hanno dichiarato che le loro associazioni non si occuperanno finalmente più di “politica” ma solo di cinema. Pazienza. D’altronde da parte loro non si è letta o vista nessuna seppur minima “protesta” per le leggi liberticide di questo governo né tantomeno per il genocidio del popolo palestinese o per i bombardamenti sull’Iran.
Stefania Brai, responsabile nazionale cultura Prc/Se




