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Molfetta, il campo largo è guidato da Rifondazione. Ed è in testa

Andrea Carugati, il manifesto –

A Molfetta il campo largo è guidato da un candidato sindaco di Rifondazione comunista. E dentro ci sono anche i cattolici di Demos e i renziani. Lui si chiama Manuel Minervini, ingegnere di 36 anni, e la notizia è che al primo turno delle elezioni del 24 e 25 maggio è avanti con il 44,5%, quasi dieci punti più di Pietro Mastropasqua (36%), che nel 2021 si era candidato sindaco con Fdi contro l’ex primo cittadino Tommaso Minervini (di cui era stato assessore nel primo mandato dal 2016), ha fatto l’opposizione per 5 anni salvo poi imbarcare nelle sue liste molti esponenti della giunta uscente.
Quella di Molfetta è una di quelle storie delle piccole città in cui le biografie seguono traiettorie strane, i notabili transumano, gli steccati tra le coalizioni sono molto porosi. Fatto sta che il Pd di Molfetta, dopo aver fatto l’opposizione alla giunta uscente (decapitata nel 2025 da un’inchiesta che aveva coinvolto il sindaco, arrestato con l’accusa di appalti in cambio di voti, arresto poi dichiarato illegittimo dalla Cassazione), aveva deciso di sostenere Mastropasqua, appoggiato anche da un consigliere regionale molfettese di una civica del governatore Decaro, Saverio Tammacco. Il segretario cittadino Alberto D’Amato a inizio aprile aveva fatto votare la proposta, che era stata approvata con il parere contrario dell’area vicina a Schlein.

Nel frattempo, Rifondazione (dopo lunghe e infruttuose trattative con il centrosinistra) aveva messo in campo Manuel Minervini: una candidatura innovativa che pian piano, prima Demos, poi i renziani, e poi ancora M5S e Avs, aveva riunito attorno a sè tutte le forze del campo progressista.
Poteva il Pd restare fuori? No. E infatti dal Nazareno è arrivata una indicazione chiara al segretario regionale Domenico De Santis, che ha commissario il Pd di Molfetta nominando alla guida il senatore Alberto Losacco, fedelissimo di Dario Franceschini. Losacco, in meno di una settimana, ha messo in piedi una lista con molti nomi di persone che si erano allontanate dal Pd, e ha stretto l’accordo con Minervini e gli alleati. Una sorta di trapianto a cuore aperto, in cui il nazionale ha voluto porre fine a qualsiasi forma di trasformismo, anche se alcuni esponenti dem si sono comunque candidati nelle liste di Mastropasqua.

Una mossa a pochi giorni dalle presentazione delle liste, a cui credevano in pochi, soprattutto a sinistra del Pd, e che ha visto la regia del potente responsabile organizzazione Igor Taruffi. Una mossa che aveva suscitato molti dubbi anche in Decaro e nel gruppo dem in consiglio regionale, anche per i possibili contraccolpi dentro la maggioranza che governa la Puglia. «Non ci aspettavamo di essere in testa dopo il primo turno», spiega Minervini al manifesto (col sindaco uscente c’è solo una omonimia). «Anche perché avevamo contro, oltre alle 11 liste di Mastropasqua, anche il vero centrodestra legato all’ex senatore di Fi Alberto Azzollini».
Il candidato rivendica di aver voluto con sè un centrosinistra doc, «senza transfughi del centrodestra», pratica che invece è molto diffusa in Puglia dai tempi dell’ex governatore Emiliano. Perché questo imprevisto successo? «C’è stato un rigetto verso il governo degli ultimi anni, in cui alla politica si è sostituita l’ideologia degli interessi privati, soprattutto in ambiti come l’edilizia e il welfare», spiega Minervini. «La città è sporca, senza spazi pubblici, le spiagge sono state quasi tutte privatizzate, il centro storico si è svuotato. C’era molta voglia di cambiamento».
Il candidato di Rifondazione (che qui ha un circolo molto attivo ed è risultata la prima lista della coalizione con il 6,4%, seguita da Pd al 6,2%, M5S al 5% e Avs al 3,7%) racconta di aver dialogato molto con commercianti, piccoli, imprenditori, agricoltori. «La giunta precedente li ha abbandonati al loro destino, io cerco di sostenere queste realtà produttive che spesso sono travolte dai giganti dell’e-commerce».

Un giovane rifondarolo con uno spiccato profilo di governo, dunque, che ha deciso di affrontare di petto una delle decisioni più controverse dell’amministrazione uscente: la realizzazione una vasca di colmata dei detriti di escavazione del porto sul lungomare, un deposito di detriti fangosi da 800 metri di lunghezza e 50 di larghezza contro cui associazioni e comitati si sono battuti con forza. Minervini ha sollevato dubbi procedurali, insistendo sul fatto che per legge i residui contaminati devono restare dentro il porto, mentre quelli bonificati possono essere trasportati al largo. «Credo che questa battaglia abbia pesato molto, per noi il lungomare deve essere salvaguardato, è la vetrina della città».
Finora gli unici big nazionali che si sono fatti vedere a Molfetta sono il segretario di Rifondazione Maurizio Acerbo e i leader di Avs Bonelli e Fratoianni, che hanno messo da parte le ostilità con i cugini del Prc, oltre alla capogruppo Pd Chiara Braga. A dare una mano è arrivato il sindaco di Bari Vito Leccese, Decaro invece è rimasto in disparte. Dice Acerbo: «Con questo centrosinistra il dialogo è possibile. Il Pd grazie a Schlein è molto cambiato. E Molfetta, la città di don Tonino Bello, è predisposta ai miracoli pacifisti…». Un miracolo, appunto. Il 7 e 8 giugno si vota, la destra ha preso il 19% ed è assai difficile che quei voti vadano a uno del Prc. Chissà.

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