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La scissione di Livorno e la nascita del Partito Comunista d’Italia

di Dino Greco –

Ogni approfondimento della storia d’Italia, e in essa della storia dei comunisti, contiene un aiuto a riflettere sul nostro presente. E lo è, con tutta evidenza e a maggior ragione, quell’anniversario -la nascita del PCdI- che ogni anno celebriamo, con orgoglio ma spesso anche con un eccesso retorico che non varca la soglia dell’esame critico.
Ci proponiamo di colmare, per quanto è in noi, questa perdurante lacuna attraverso un lavoro di formazione come sempre utilissimo a irrobustire la cultura dei nostri militanti e a produrre maggiore consapevolezza nelle scelte impegnative che in ogni frangente si è chiamati a compiere.

Nelle brevi note che seguono mi soffermerò sulle ragioni che portarono alla rottura del Partito socialista e alla decisione della frazione comunista in esso già fortemente presente e organizzata, di costituirsi in partito, il 21 gennaio del 1921.

Il XVII congresso del Psi, a Livorno, si apriva proprio nel giorno in cui il proletariato internazionale ricordava l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknect.
In quel periodo, la III Internazionale, con Lenin, aveva compiuto la scelta che, dopo il disastro politico della Seconda internazionale, doveva valere per tutti i paesi con un forte movimento operaio di tradizione marxista. Il senso della svolta era racchiuso nella ferma convinzione che i partiti comunisti sono una cosa, i partiti socialisti un’altra, profondamente diversa.

Il secondo congresso della Terza Internazionale aveva redatto una sorta di Manifesto generale del comunismo in 21 punti che tutti i partiti comunisti dovevano sottoscrivere. Ogni sezione aderente alla Terza Internazionale doveva denominarsi comunista, allontanare dai posti di responsabilità “centristi e riformisti”.
Si legge, ad esempio, nell’articolo 7:

“I partiti che desiderano appartenere all’Internazionale comunista sono obbligati a riconoscere la completa rottura con il riformismo (…). L’Internazionale comunista non può tollerare che opportunisti notori quali Turati, Kautsky, Hilferding, Hillquit, Longuer MacDonald, Modigliani, ecc., abbiano diritto di passare per membri della Terza internazionale. Ciò avrebbe solo per conseguenza che la Terza internazionale rassomiglierebbe a pennello alla defunta Seconda Internazionale”.

O ancora, nell’articolo 17:

“I partiti che vogliono appartenere all’internazionale comunista debbono cambiare il loro nome (…) e portare il nome: Partito comunista di… (sezione della Terza Internazionale)… E’ necessario che ad ogni semplice lavoratore sia chiara la differenza tra i partiti comunisti e gli antichi partiti ufficiali “socialdemocratici” e “socialisti” che hanno tradita la bandiera della classe operaia”.

Infine, l’artico 21 che ribadiva:

“Quei membri del partito che respingeranno le condizioni e le tesi formulate dall’Internazionale comunista debbono essere esclusi dal partito”

Potremmo dire oggi che la differenza si confermò nel tempo così grande che il fossato apertosi nel 1920-21 non si sarebbe colmato neppure con l’epoca dei Fronti popolari, né con la guerra partigiana antifascista, né con la morte di Stalin, o, tanto meno, con il XX congresso del Pcus.

Se poi guardassimo alla stagione italiana della deriva socialista craxiana, dobbiamo semplicemente registrare che quella divisione si trasformò in un baratro.
A dirla in breve, all’inizio del 1921, i comunisti erano rimasti i soli a ritenere che permanesse in Italia una situazione rivoluzionaria e che fossero mature le condizioni di un rivolgimento radicale della società.
Lo ripeterà mesi dopo Antonio Gramsci, quasi a fissare una linea divisoria che andava ben oltre le considerazioni tattiche e acquistava il carattere di una scelta generale, storica:

“I capi riformisti affermarono che pensare alla rivoluzione comunista, in Italia e in quel periodo, era pazzesco. Solo la minoranza del partito, formata dalla parte più avanzata e più colta del proletariato industriale, non mutò il suo punto di vista comunista e internazionalista, non si demoralizzò per gli avvenimenti quotidiani, non si lasciò illudere dalle apparenze di robustezza e di energia dello Stato borghese”.

Bisogna tuttavia fare un passo indietro e avere chiaro che la stagione dell’occupazione delle fabbriche metallurgiche è all’origine della scissione di Livorno non meno importante dei 21 punti dell’Internazionale comunista. Essa accelerò e radicalizzò il processo già apertosi a Mosca che ha dominato il Partito socialista italiano in una situazione che segnò il riflusso dell’ ”ondata rossa” e aprì una lunga fase di arretramento, anzi di sconfitta e di ritirata del movimento operaio italiano.
E’ su quel fondamentale scorcio di storia che si sviluppò, nel fuoco degli avvenimenti, la riflessione del gruppo ordinovista di Gramsci, Togliatti e Terracini, intorno alla cronica incapacità del Partito Socialista e della CGL di portare alle estreme conseguenze il processo rivoluzionario guidato dai cinquecentomila lavoratori che vi presero parte in tutta Italia (più di due terzi dei quali nelle grandi città industriali del Nord).

Già negli scritti giovanili sul “Grido del Popolo” il bersaglio polemico contro cui Gramsci si rivolge è l’opportunismo del Partito socialista:

“Il nullismo opportunista e riformista che ha dominato il Partito socialista italiano per decine e decine di anni, e oggi irride con lo scetticismo beffardo della senilità agli sforzi della nuova generazione e al tumulto di passioni suscitate dalla rivoluzione bolscevica dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza sulle sue responsabilità e sulla sua incapacità a studiare, a comprendere, a svolgere un’azione educativa. Noi giovani dobbiamo rinnegare questi uomini del passato: quale legame esiste fra noi e loro? Quale ricordo di amore e di gratitudine per averci aperto e illuminato la via della ricerca e dello studio, per aver creato le condizioni di un nostro progresso, di un nostro balzo in avanti? Tutto abbiamo dovuto creare da noi, con le nostre forze e con la nostra pazienza: la generazione attuale italiana è figlia di se stessa; non ha il diritto di irridere ai suoi errori e ai suoi sforzi chi non ha lavorato, chi non ha prodotto, chi non può lasciarle nessun’altra eredità che non sia una mediocre raccolta di mediocri articolucci da giornale quotidiano”.

La critica incalzante di Gramsci al Psi conteneva già, in nuce, i compiti di un partito della classe:

“In verità, il Partito socialista italiano, per le sue tradizioni, per l’origine storica delle varie correnti che lo costituiscono, per il patto di alleanza con la Confederazione Generale del Lavoro, non differisce per nulla dal Labour Party inglese ed è rivoluzionario solo per le affermazioni generali del suo programma. Esso è un conglomerato di partiti. Si muove, e non può non muoversi, pigramente e tardamente; è esposto a divenire continuamente facile preda di conquista di avventurieri, di carrieristi, di ambiziosi. Per la sua eterogeneità, per gli attriti innumerevoli dei suoi ingranaggi, non è mai in grado di assumersi il peso e la responsabilità delle iniziative e delle azioni rivoluzionarie che gli avvenimenti incalzanti incessantemente gli impongono. Ciò spiega il paradosso storico per cui in Italia sono le masse che spingono ed educano il partito e non è il partito che guida ed educa le masse (…). In verità questo partito socialista, che si proclama guida e maestro delle masse altro non è che un povero notaio che registra le operazioni compiute spontaneamente dalle masse. Questo povero partito socialista, che si proclama capo della classe operaia, altro non è che gli “impedimenta” dell’esercito proletario”.

Gramsci si chiede:

“Esiste in Italia qualcosa che possa essere paragonato a soviet? Qualcosa che autorizzi ad affermare che il soviet è una forma universale e non a un istituto solamente russo? Esiste un germe, un embrione di soviet in Italia?

La risposta di Gramsci è:

“Si, esiste, a Torino, è la commissione interna. Studiamo questa istituzione operaia, studiamo la fabbrica capitalistica come forma necessaria della classe operaia, come territorio nazionale dell’autogoverno operaio (…). Oggi le commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e volgono una funzione di arbitrato e di disciplina, ma sviluppate ed arricchite dovranno essere domani gli organi del potere proletario, che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni di direzione e di amministrazione”.

Si vede qui, ma introduco solo incidentalmente un tema ben altrimenti complesso, lo scontro che dopo il 1921 opporrà Gramsci a Bordiga, con il quale aveva condiviso la scissione e la costruzione del PCdI.
Bordiga pensava che non si potesse parlare di potere aziendale, perché secondo lui non aveva senso parlare di potere al di fuori del potere statale. Quest’ultima sembra una posizione più ortodossa, più rigorosamente marxiana, ma a Bordiga sfugge ciò che per Marx è essenziale: egli non vede che la conquista del potere non può essere altro che il risultato della lotta, dell’unificazione della classe operaia e di forze sociali attorno al proletariato. La conquista del potere deve cioè maturarsi e cominciare dentro la fabbrica perché lì avviene il processo di gestazione e di incubazione della coscienza politica di classe. Quello che Gramsci possiede è appunto il senso del processo.

Tornando al nostro racconto, quel movimento consiliare che scosse l’Italia e che apparve subito fortissimo, rimase tuttavia isolato. Il tema del controllo della produzione, attraverso i Consigli operai posto dagli ordinovisti non fu raccolto.

Il 9 e 10 settembre del 1920, alla stretta decisiva, furono convocati qualcosa come gli “Stati generali” del proletariato organizzato: il Consiglio generale della CGL insieme alla Direzione del partito, ma il Consiglio nazionale del Psi fu assente. Nell’assemblea prevalsero numericamente i funzionari sindacali. La proposta di estendere la protesta a tutti gli stabilimenti industriali e alle campagne fu totalmente elusa: praticamente fu la rivoluzione ad essere messa ai voti e andò in minoranza.
Il partito avrebbe potuto avocare a sé la continuazione della lotta, ma non lo fece, non volle assumersi la responsabilità che i sindacati avevano rovesciato sulle sue spalle e si acconciò con un sospiro di sollievo al risultato della votazione per chiudere la partita con un accordo salariale e la proposta di un disegno di legge sul controllo della produzione che resterà, per altro, lettera morta.
Su questa base Giolitti potè liquidare politicamente la più grande lotta politica di classe sviluppatasi in Italia in tutta la sua storia, malgrado alcuni sussulti di resistenza nelle fabbriche fino al 20-25 settembre.
Gramsci si persuase che la ragione della sconfitta stava nelle caratteristiche del partito socialista. Si tirarono le somme di un’esperienza che il leninismo sottolineava da anni e cioè che la rivoluzione richiede un preciso tipo di organizzazione del proletariato, una forte fedeltà ad un centro internazionale, una ferrea disciplina. Il Psi aveva invece dimostrato di essere sostanzialmente rinchiuso nei limiti storici della Seconda internazionale, di non avere accettato, se non informalmente, i principi della Terza Internazionale. Era, in definitiva, quanto l’Ordine nuovo andava dicendo da mesi. Su ciò, sostanzialmente, si basò la confluenza, in questa fase via via più stretta, fra Bordiga e Gramsci. Si convenne che si era chiusa la pagina di un movimento internazionale a cui l’autonomia delle sue varie sezioni era servita da pretesto per la prevalenza dell’opportunismo, per procrastinare le occasioni rivoluzionarie, per rinchiudersi in un ambito provinciale.

Quando si vennero a conoscere più precisamente gli avvenimenti, la condotta della CGL, l’inerzia del partito, Lenin aggiunse che nessun marxista italiano si rivelò tale durante il settembre del 1920.
Le accuse bolsceviche si articolarono su tre punti cruciali: 1) una sottolineatura marcata dell’”occasione rivoluzionaria” mancata, rappresentata dall’occupazione delle fabbriche; 2) una critica più dettagliata agli “obiettivi transitori” che il Psi non aveva saputo non solo raggiungere, ma neppure indicare; 3) la convinzione che la situazione rimanesse aperta a successivi sviluppi rivoluzionari. E’ in base a questi tre motivi che venne impostato da Mosca, con carattere di estrema urgenza, il problema di liberarsi dei controrivoluzionari annidatisi nel Psi.

In sostanza, da Mosca si dice agli italiani: volete rischiare per il futuro di essere di nuovo bloccati dal sabotaggio della CGL? Quale prova ulteriore chiedete ancora dopo i fatti di settembre, per convenire che l’Internazionale comunista ha avuto ragione nel porre come pregiudiziale il “repulisti” nel partito, l’espulsione dei riformisti?

Al teatro San Marco si giunge all’epilogo, inevitabile.
Il nuovo partito ha già elaborato il suo statuto. Nei 67 articoli che lo compongono c’è la tensione, la volontà, il rigoroso senso di disciplina che lo pervadono. E’ il regolamento di un esercito nel quale la cosa più importante da salvaguardare è il criterio della subordinazione del singolo militante al collettivo e al deliberato degli organismi dirigenti. Si fissa non solo il controllo più rigido sulla stampa, sul movimento giovanile da parte del comitato centrale, ma anche il principio che il Comitato esecutivo di una federazione dipende direttamente dal Comitato esecutivo nazionale; i segretari di federazione saranno nominati dal Comitato centrale; l’organizzazione di base è la sezione territoriale. Nessuna delle sollecitazioni “ordinoviste” sul legame tra partito e classe necessario nei luoghi di produzione si traspone nello statuto e neppure nella realtà.
La storia del Partito comunista comincia in un modo che non consente neppure per un mese un lavoro di tranquilla organizzazione e costruzione di forze e consensi.
Afferma Paolo Spriano:

“E’ la prova che la scissione è stata un errore? Il problema non può essere impostato in questi termini. Il biennio rosso ha già maturato una scissione inevitabile, semmai l’ha procrastinata inutilmente. Il processo nazionale e internazionale della lotta tra socialismo e socialdemocrazia non poteva che condurre ad essa. Il problema aperto (aperto storiograficamente, come è stato per anni aperto politicamente) è quello della forza effettiva che l’ala rivoluzionaria del movimento è riuscita a portare con sé, e di come quindi si è trovata a fronteggiare la reazione. Su questo aspetto è giunta presto un’autocritica da parte comunista, anche profonda, perché non ha eluso il nesso tra la scissione e l’indebolimento della resistenza operaia all’offensiva dell’avversario di classe. Gramsci giungerà nel 1923 a collegare la vittoria fascista con il modo della scissione, ad annotare che non essere riusciti nel 1920-21 a portare all’Internazionale comunista la maggioranza del proletariato italiano è stato “senza dubbio il più grande trionfo della reazione”. Le responsabilità dei comunisti vanno dunque da lui ricercate proprio in quella direzione: l’insufficienza, il ritardo, la mancata preparazione tempestiva di una grande frazione comunista nel biennio rosso e l’astrattezza d’impostazione data alla battaglia precongressuale, sotto la guida di Bordiga”.

Gramsci scriverà infatti nel 1924 che la frazione comunista si limitò

“a battere sulle questioni formali, di pura logica, di pura coerenza e, dopo, non seppe, costruito il nuovo partito, continuare nella (sua) specifica missione, che era quella di conquistare la maggioranza del proletariato”.

Gramsci non si arresterà però di fronte a quella autocritica. Il dramma del movimento operaio nel quale si situa la scissione di Livorno egli lo coglie in tutta la sua interezza per aggiungervi un motivo di orgoglio che è anche il segno sotto il quale si muove la prima vita burrascosa del nuovo partito:

“Fummo -bisogna dirlo- travolti dagli avvenimenti; fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiuolo incandescente dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo: avevamo una consolazione, alla quale ci siamo tenacemente attaccati, che nessuno si salvava, che noi potevamo affermare di avere previsto matematicamente il cataclisma, quando gli altri si cullavano nella più beata e idiota delle illusioni. Solo questa giustificazione possiamo dare ai nostri atteggiamenti, alla nostra attività dopo la scissione di Livorno: la necessità, che si poneva crudamente, nella forma più esasperata, nel dilemma di vita e di morte, cementando le nostre sezioni col sangue dei più devoti militanti; dovemmo trasformare, nell’atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi in distaccamenti per la guerriglia, della più atroce e difficile guerriglia che mai classe operaia abbia dovuto combattere. Si riuscì, tuttavia: il partito fu costituito e fortemente costituito: esso è una falange d’acciaio…”.

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