Dona con
HomeApprofondimentiA proposito del nostro comunismo

A proposito del nostro comunismo

Pubblichiamo un articolo del nostro compagno Raul Mordenti, uscito sul numero 5/2025 della rivista IL PONTE intervenendo nel dibattito sul socalismo aperto dal direttore Lanfranco Binni. La storica rivista fondata da Piero Calamandrei rappresenta un prezioso spazio di dibattito e approfondimento che segnaliamo all’attenzione di compagne e compagni per la qualità dei contributi. Per abbonarsi o acquistare singoli numeri tutte le informazioni sul sito della rivista: ilponterivista.com.

1 – Credo che la proposta di riflessione collettiva, seria e profonda, sul problema del socialismo, avanzata da Lanfranco Binni 1, ci debba riguardare tutti e non possa essere lasciata cadere, giacche niente di meno che una simile riflessione e ciò che richiedono i tempi orribili che stiamo vivendo. Sono – con ogni evidenza – tempi finali, se non perché preludono alla fine del mondo per via di olocausto nucleare (esito possibile, o addirittura probabile della terza guerra mondiale in corso) di certo perché sono i tempi della fine di un’intera era della storia umana, quella che potremmo definire l’era del capitalismo borghese, e del connesso imperialismo, che ha dominato (ma riconosciamolo: anche egemonizzato) il mondo almeno dal XV secolo a oggi.

Questo sistema non regge più, né dal punto di vista economico-sociale, né dal punto di vista geo-politico, ne (troppo spesso sottovalutiamo questo aspetto) dal punto di vista antropologico ed etico. Poiché nessun sistema economico-sociale accetta di essere destituito e sostituito facilmente, assistiamo alle convulsioni di questa fine, e al fatto che il capitalismo porta lo scontro sul terreno in cui è ancora più forte (o crede di esserlo), quello militare: da qui l’estrema pericolosità dei nostri tempi. Un vero bivio e dunque oggi davanti all’umanità associata: “Oggi l’umanità è a un bivio: farsi distruggere dagli orrori di una storia che gronda sangue, oppure costruire – con alta visione e alta passione, come ci ha insegnato Aldo Capitini – realtà liberate dalla schiavitù economica, dall’isolamento dei sudditi,dai poteri oligarchici. Creare e organizzare società di tutti non è un’utopia, è una necessità. Ognuno si faccia centro di processi corali (relazionali, sociali, culturali e politici), ognuno sviluppi il proprio potere per un potere di tutti (ma proprio tutti, liberando tutti dai loro attuali ruoli sociali di vittime e carnefici), da costruire dal basso attraverso esperienze concrete di autonomia e autorganizzazione, sui temi urgenti del lavoro (negato e schiavizzato) e della radicale riconversione dei sistemi produttivi in una prospettiva di nuovo socialismo, erede della grande tradizione internazionale delle esperienze e del pensiero critico del socialismo, del comunismo e dell’anarchismo; guardando al mondo nella sua globalità, dando centralità alla concreta complessità dei soggetti della storia, ricostruendo gli Stati corrotti dai poteri oligarchici attraverso pratiche di nuova socialità collettiva e di democrazia diretta e delegata con il controllo dal basso, creando, sperimentando e organizzando un’altra società, un’altra realtà liberata in cui tutto sia di tutti, e di tutti il potere” 2.

Insomma di nuovo, e davvero, socialismo o barbarie.

2 – Alla radicalità del problema non sembra fare fronte nessuna corrispondente radicalità della riflessione sulla rivoluzione. Anzi il saggio interdetto della tradizione social-comunista del Novecento a non pronunciare invano il nome della rivoluzione (per evitare l’inutile estremismo della “frase scarlatta”) si è tramutato in questi tempi in un limite. Si attribuisce a Togliatti l’invito a non parlare mai della rivoluzione ma a pensarci sempre, tuttavia l’esperienza ha dimostrato che è davvero difficile pensare ciò che neppure si pronuncia, e l’esito di quell’interdetto è stata – mi sembra – la semplice cancellazione del tema della rivoluzione socialista dalla riflessione del movimento operaio; oppure (che è peggio ancora) la rinuncia a ri-pensare la rivoluzione ha comportato la meccanica identificazione della rivoluzione avvenire con qualcuna di quelle del passato 3, (e – come vedremo più avanti – con una in particolare).

Cosi queste ultime non sono mai state sottoposte ad adeguata riflessione e a sensato ripensamento, che avrebbe significato necessario superamento/ aggiornamento. Eppure, come scrive ancora Lanfranco Binni, “Senza teoria, niente rivoluzione” 4.

3 – Dobbiamo dunque impegnarci, quali che siano i nostri limiti, a ripensare la nostra idea di rivoluzione, e a definire che rapporto c’è fra la nostra attività politica quotidiana e la nostra aggiornata prospettiva rivoluzionaria.

Credo che una simile riflessione non possa non cominciare dall’esperienza dell’Ottobre e dell’Urss, per quanto difficile e perfino sgradevole ciò possa essere. Quali che siano state le provenienze e le traiettorie di ciascuno di noi non si può negare che dirsi comunista nel XX secolo ha significato per tutti (eresie comprese) fare riferimento all’esperienza originata dall’Ottobre sovietico, e come a quell’inizio non erano stati estranei i partiti comunisti nel mondo cosi essi non potevano restare estranei alla fine, in verità ingloriosa, dell’Urss. Questo è valso perfino per grandi e vittoriose esperienze rivoluzionarie (penso alla Cina o a Cuba, ecc.) che costruirono la propria idea di socialismo in aperta polemica e contraddizione con il modello dell’Urss, e questo vale a fortiori per noi piccoli e insignificanti comunisti occidentali. D’altra parte la storia non ha tempo per i particolari, non le si può dire: “Si, io ero e sono comunista, pero io non ero d’accordo con quella o quell’altra cosa del comunismo sovietico, che dunque non mi riguarda in alcun modo”.

Né si può sottovalutare che una narrazione tossica e demonizzante dell’esperienza sovietica e del comunismo (in tutte le sue forme) è stata la più formidabile e duratura operazione ideologico-propagandistica dei nostri tempi 5. In questa operazione sono stati impegnati per decenni mezzi ingentissimi e intelligenze notevoli, e vi hanno contribuito la Cia, ma anche Hollywood, la Chiesa cattolica di Pacelli (che non è affatto morta con lui) ma anche l’intero apparato informativo controllato dal capitale imperialistico. Questa narrazione, per quanto falsificata e falsificante, mi sembra che abbia vinto, anche perché non è stata contrastata in alcun modo, e vincere per una narrazione significa essere diventata “senso comune” 6. Quei comunisti, o ex comunisti, che ostentano assoluta indifferenza per la demonizzazione del social-comunismo somigliano a Totò che in un vecchio sketch riceve pugni e calci da un bruto che mentre lo picchia lo chiama “Pasquale!!!”, ma Totò ride sereno dicendo “Tanto io, mica so’ Pasquale!”.

Appartiene alle vergogne della politica contemporanea il fatto che siano potuti arrivare a votare al Parlamento europeo l’identificazione fra nazismo e comunismo 7 anche dei parlamentari ex comunisti, già eletti con il simbolo della falce e martello: altrettanti Totò felici di non essere Pasquale.

4 – Questo dato di fatto da cui ci sembra necessario partire (il legame originario fra l’essere comunista e l’esperienza sovietica) e naturalmente solo una parte della verità, si pensi solo alla storia del comunismo italiano, lungo la linea, originalissima, Gramsci-Togliatti che ha legato indissolubilmente nei fatti e nella teoria il comunismo alla democrazia. È solo una tale sintesi fra comunismo e democrazia poteva dare vita alla nostra meravigliosa Costituzione. Ma quella parte è diventata un tutto, cioè il legame originario dei comunisti con l’Urss è stato enfatizzato e strumentalizzato dagli anticomunisti atlantici e guerrafondai, con la perfetta malafede che li caratterizza. Cosi, con una catena di false identificazioni, che sarebbero comiche se non fossero tragiche, perfino l’anticomunista e anti-leninista Putin è stato messo sul conto del comunismo, poi ogni opposizione alla guerra è stata presentata come sostegno a Putin, ma dunque all’Urss, e infine il vecchio, feroce e diffuso odio anticomunista verso l’Urss è stato trasformato con facilità in russofobia: e “l’usato sicuro”, che farebbe ridere se non fosse che esso sostiene propagandisticamente e prepara la guerra.

5 – Se si vuole riproporre la questione del socialismo occorre dunque ripartire dalla discussione del suo principio storico (quest’aggettivo “storico”dovrebbe essere preso sul serio), che non è Marx, bensì Lenin.
Quale idea di comunismo ebbe Lenin, e come questa ispiro l’Ottobre, e la costruzione del socialismo in Urss? Diciamo subito che con essa l’idea di comunismo di Marx c’entro poco, perché la storia, la storia grande e vera, non si adegua a ciò che essa avrebbe dovuto essere secondo la teoria, anche la teoria più geniale come quella di Marx.

Per capire cosa intendo, basti dire che la Rivoluzione d’Ottobre ebbe luogo in un paese capitalisticamente arretrato, e non in Germania o in Inghilterra (come …”avrebbe dovuto essere”), e ancora basti riflettere sul fatto che quel socialismo (di nuovo: per le cogenti necessità della storia reale, cioè per le sconfitte che il movimento riporto negli anni ’18-21 in Baviera, Ungheria, Italia, ecc.) dovette cercare di realizzarsi in un paese solo. Il socialismo e il comunismo in un paese non ancora capitalista, il socialismo e il comunismo non nel mondo intero ma in un paese solo: cosa c’e di più contrario di queste due cose rispetto alle idee di comunismo di Marx (peraltro da lui solo accennate e mai sviluppate per intero)? L’Ottobre è stata davvero una “rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx”, come scrisse il nostro Gramsci, al solito da noi spesso citato ma mai utilizzato e seguito.

Meriterebbe di essere studiato da vicino il drammatico dibattito 8 che si svolse nei gruppi dirigenti sovietici dopo le sconfitte in Europa della rivoluzione, quando cioè divenne chiaro che la catena non si spezzava affatto per intero dopo che ne era stato rotto l’anello più debole.

Certo, una volta preso atto della mancata estensione della rivoluzione all’Occidente capitalistico (cioè al mondo), si poteva sempre dire “Beh, ci siamo sbagliati, richiamiamo Kerenskij e magari lo zar e restituiamogli il potere”,oppure… Oppure si trattava di difendere il primo Stato socialista (nel frattempo aggredito con le armi da una coalizione capitalista), porre fine alla guerra mondiale del ’14-18 “cedendo spazio per guadagnare tempo” (come disse Lenin a proposito della pace di Brest-Litovsk), e nel frattempo costruire una Internazionale Comunista (marzo 1919) per aiutare a preparare davvero la rivoluzione mondiale, e nel frattempo… costruire l’Urss.

6 – La costruzione del socialismo in Urss diventa un “frattempo”. Esclusa subito la prospettiva, anarchicheggiante e catastrofica, di procedere a un “comunismo della scarsità”, si trattava di sviluppare l’economia dell’Urss in modo accelerato e razionale (la pianificazione), in pratica implementare un sistema di produzione capitalistico, senza i lacci della rendita, e anzi dalla stessa borghesia. Ricordate? “Elettrificazione più soviet”. Ma per fare questo in un paese agricolo e privo di industrie di base, cioè di industrie capaci di produrre industrie, quello che si doveva fare, e in effetti si fece, fu dare vita a un’accumulazione capitalistica originaria. I comunisti sovietici fecero insomma in pochi, pochissimi anni ciò che la spontaneità capitalista aveva fatto in Occidente in più secoli per aprire la strada al capitalismo (Marx studiò l’accumulazione originaria in Inghilterra dicendo che essa fu “scritta a caratteri di sangue e fuoco”), in sostanza spostando massicciamente investimenti e risorse dalla campagna all’industria per permetterne il decollo. E fu l’industrializzazione forzata, e furono i Piani quinquennali, con tutto ciò di spaventosamente negativo che questo comportò sul piano della democrazia socialista.

La questione era resa in Urss ancora più drammatica dal fatto che l’accumulazione originaria ha come proprie vittime designate le campagne e dunque i contadini, i quali però restavano elemento assolutamente necessario per il consenso al governo sovietico. Anche questo, dell’alleanza operai-contadini come base indispensabile per l’esistenza stessa del potere sovietico, fu un problema ben presente a Gramsci (e fu ciò che lo fece sempre schierare con Lenin, e contro Trotzki). Capacità “egemonica” degli operai era in sostanza anche la capacità di dare vita a un sistema in cui gli operai, pure essendo al potere, però stavano peggio e guadagnavano meno dei contadini, in particolare dei kulaki. Ma gli operai sovietici non avevano (non avevano ancora) la forza politica per sbarazzarsi dei contadini (e quando tale forza la ebbero, furono stragi).

In poche parole, questa politica egemonica necessaria verso i contadini fu la Nep (la Nuova politica economica); forse possiamo leggere l’esperienza cinese, dove il Partito scelse di non rompere l’alleanza con le sterminate masse dei contadini, come una Nep assai duratura e coronata da successo.
Tutto il dibattito (asperrimo) nel gruppo dirigente sovietico, prima e dopo la morte di Lenin, ruota intorno al seguente cruciale problema: come procedere all’accumulazione capitalistica originaria e all’industrializzazione
senza scontrarsi frontalmente con la grande maggioranza contadina del paese?

D’altra parte, il manifestarsi sempre più minaccioso del nazifascismo tedesco rendeva l’armamento, cioè l’industrializzazione, una esigenza non rinviabile. Senza l’industrializzazione forzata sovietica avremmo perso la guerra contro Hitler, che invece abbiamo vinto.

7 – Il residuo (alquanto labile) del marxismo in queste scelte sovietiche consisteva in una lettura schematica del carattere rivoluzionario della contraddizione fra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali (borghesi)di produzione, che si legge nel Manifesto del 1848: “A un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse” 9.

L’ipotesi dunque era che uno sviluppo estremo e razionale delle “forze produttive materiali” avrebbe rotto necessariamente “i rapporti di produzione esistenti” cioè capitalistico-borghesi. D’altra parte tale processo di sviluppo, allargando a dismisura la classe operaia e riducendo sempre più la borghesia, si sarebbe un giorno rovesciato nel socialismo. La fine dell’Urss ha confermato nei fatti l’infondatezza di quell’ipotesi (in realtà positivista e non dialettica): lo sviluppo del capitalismo, per quanto di Stato”, non si rovescia affatto nel socialismo ma genera il potere di una nuova para-borghesia (si può essere borghesia anche senza essere proprietari dei mezzi di produzione: cos’altro sono i burocrati di Eltisn e Putin, trasformatisi con assoluta continuità in un’orrenda oligarchia?).

8 – Abbandoniamo questo discorso che abbiamo affrontato con evidenti superficialità e forzature (di cui mi scuso), per porre un altro ordine di problemi, quello che veramente ci serve e più ci sta a cuore. Il punto è infatti un altro, e cioè che il problema del comunismo (e del socialismo) si pone in ogni epoca in modo diverso, e la nostra epoca e davvero del tutto diversa da quella che si trovarono ad affrontare i comunisti in Urss nel Novecento.

Fa quasi sorridere ricordare che oggi per noi il problema politico centrale non sono più i kulaki delle campagne (ci ha pensato il capitalismo a distruggere il potere democristiano della Federconsorzi 10), ma soprattutto non sono più all’ordine del giorno per noi come prioritari i problemi dell’accumulazione originaria, dello sviluppo e dell’industrializzazione. Al contrario: per noi il problema non è più l’accumulazione originaria del capitale ma semmai la sua re-distribuzione razionale. Siamo cioè di fronte a problemi (per cosi dire) inversi rispetto a quelli che le rivoluzioni proletarie del Novecento furono (paradossalmente!) costrette ad affrontare: noi siamo oggi di fronte: ai danni irreparabili dello sviluppo capitalistico, cioè al suo essere contraddittorio con la stessa sopravvivenza ambientale del pianeta; alla disoccupazione di massa indotta dalla tecnologia; ai limiti invalicabili perché oggettivi della produzione illimitata di merci (la quale invece è la natura stessa del capitalismo); alla concentrazione inaudita dei capitali e alla trasformazione del capitale in capitale finanziario. Alla base di tutto ciò, siamo di fronte alla irresistibile tendenza alla guerra come unica soluzione che le classi dominanti vedono alla propria crisi.

Con ogni evidenza siamo insomma di fronte non alla semplice evoluzione di un modello ma a un vero cambio di fase storica, stiamo vivendo la chiusura della grande fase capitalistico-borghese che ha dominato il mondo almeno dalla fine del secolo XV fino al Novecento.

E stato detto, purtroppo giustamente, che è più facile immaginare la fine
del mondo che non la fine del capitalismo. Ma i comunisti che ci stanno a fare se non per immaginare prima e determinare poi la fine del capitalismo? Se non facciamo questo siamo inutili.
Dunque, ancora una volta, vale anche per noi il marxiano: Hic Rhodus, hic salta!

9 – Proviamo allora a impostare la questione nei suoi termini storici più generali: il capitalismo, nelle sue forme privatistiche o statuali, si è dimostrato superiore a qualsiasi altra forma nel promuovere l’accumulazione e
la crescita illimitata, assumendo come unico criterio che domina su tutto (il deus absconditus) il profitto individuale e la sua massimizzazione. D’altra parte la crescita illimitata è la natura stessa del capitalismo, cosi come lo è la massimizzazione del profitto individuale; ma questi sono ormai diventati – come abbiamo appena visto – la via dell’abisso per l’umanità. Non serve allora un altro sistema, diverso e alternativo rispetto al capitalismo, che metta al centro non la crescita irrazionale del capitale ma la sua razionale re-distribuzione?
Occorre sostituire al posto del profitto individuale l’interesse collettivo, al posto della crescita illimitata il rispetto dei limiti della natura, al posto della concentrazione di capitali e potere (la dittatura del capitale) la diffusione di poteri di decisione controllo (cioè la omnicrazia 11), al posto della concorrenza homo homini lupus la cooperazione fra le persone e fra i popoli, al posto della violenza il diritto (a cominciare da una Costituzione per la terra), al posto della guerra la pace.

Sono questi – mi sembra – i tratti del socialismo, del necessario socialismo del XXI secolo, e come il capitalismo si è rivelato storicamente il sistema migliore per accumulare ricchezza potrebbe darsi che il socialismo sia il
sistema migliore per redistribuirla. Riconoscere questa evidenza dovrebbe andare ben al di la degli schieramenti politico-parlamentari del Novecento.

Difficile da realizzarsi? Certamente, ma intanto cominciamo a immaginarlo.
D’altra parte, come sempre accade per le rivoluzioni, il vero punto di forza anche della nostra rivoluzione è l’insopportabilità della situazione presente. Il capitalismo è insopportabile (i comunisti dovrebbero cominciare a ricordarlo e a ricordarlo alle masse), anzi più ancora esso è catastrofico, cioè il suo permanere conduce l’umanità associata alla fine (crisi ambientale irreversibile, divari sociali intollerabili e povertà crescente, guerra mondiale a pezzi e, infine, la guerra atomica).

Al permanere del regime capitalistico oltre ogni sua storica positività sono legate altre caratteristiche insopportabili: un’antropologia dell’individualismo e del conflitto, la guerra di tutti contro tutti, l’avidità, il razzismo, i nazionalismi e i fascismi, la concorrenza fino alla morte dell’altro, che è sempre e solo visto come un avversario.

Domando: non stiamo forse tutti già morendo di capitalismo? Non c’è forse l’insopportabilità del capitalismo alla base della depressione di massa delle nostre società? E non è, questa depressione, questa infelicità di massa, diffusa specie fra i giovani, un problema politico di cui dovremmo occuparci seriamente? Forse l’infelicità rappresenta nel XXI secolo ciò che fu la fame nei secoli XIX e XX.All’ordine del giorno della storia umana sono ora altre esigenze, ben diverse anzi opposte rispetto a quelle che il capitalismo sa risolvere, che si possono unificare sotto la macro-categoria della re-distribuzione, cioè la condivisione, il rispetto dei limiti naturali del pianeta, la necessità di garantire la sopravvivenza di tutti gli umani nel mondo, l’accettazione delle diversità di ciascuno come ricchezza di tutti, la pace.

Chiamerei nuovo comunismo (in mancanza di nomi migliori), l’insieme di queste esigenze che sono la ragione sociale dei comunisti oggi.

10 – Forse varrebbe la pena cominciare una riflessione collettiva su ciò che noi oggi possiamo pensare come il nostro comunismo, e magari cominciare a farne discendere dei puntuali, e realistici, elementi di programma, che – direi – potrebbero essere tutti sulla base dell’”invece di…”.

Al contrario di quanto avveniva nel passato, oggi nelle nostre società i soldi ci stanno, eccome, anzi (rendiamocene conto noi per primi) i soldi sono troppi, dunque è tutta questione di quale classe ne governi la distribuzione e a vantaggio di chi tale distribuzione avvenga, o non avvenga; cosi per noi diventa possibile, e doveroso, dire: “invece delle armi, la sanità”, “invece della Nato, patti egualitari fra popoli e nazioni”, “invece di mega-opere distruttive, trasporti pubblici ecologici”, “invece del sovraconsumo individuale indotto coattivamente dalla pubblicità, i consumi collettivi”, “invece dell’ossessione dell’industria dell’intrattenimento, il piacere dello studio e la scuola”, e cosi via.

Ma il discorso è tutto da fare, e per farlo bisogna essere in tanti che abbiano il coraggio di pensare, e ri-pensare, insieme.

Note:

  1. L. Binni, Estremi rimedi, “Il Ponte”, n. 1, gennaio-febbraio 2025, pp. 5-14. Si veda in particolare la proposta Una Costituente per il socialismo (alla p. 11 ss.). ↩︎
  2. Ivi, p. 11. ↩︎
  3. Mi sia permesso il rinvio a un lavoro in cui si cerca di articolare una riflessione sul concetto di rivoluzione: R. Mordenti, La Rivoluzione…, Milano, Tropea, 2003, in particolare il capitolo 2: “La rivoluzione come processo”. ↩︎
  4. L. Binni, Estremi rimedi cit., p. 11. ↩︎
  5. Che forse ha un solo precedente: la demonizzazione sistematica della Rivoluzione francese e di Robespierre buveur de sang, durata unanime in tutta Europa almeno fino alla grande storiografia di Albert Mathiez. ↩︎
  6. Un solo esempio banalissimo fra mille possibili: le file ai negozi se riprese in Inghilterra rappresentano l’ordinata convivenza civica, se riprese in Urss rappresentano fame e miseria. ↩︎
  7. Identificazione proposta dall’estrema destra europea, e polacca in specie. ↩︎
  8. Invito che ne fosse capace a ricostruire quel dibattito, che – ricordiamolo – aveva ancora al centro Lenin. ↩︎
  9. L’esempio di questo processo contraddittorio è rappresentato per Marx ed Engels dal passaggio dal feudalesimo al capitalismo: “Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate […] Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio cosi potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate” (Il Manifesto del Partito comunista, I, “Borghesi e proletari”) ↩︎
  10. Il tempo, i finanziamenti europei e la sapienza politica della Dc hanno saputo gestire tale distruzione, impedendo che essa assumesse caratteri politicamente conflittuali. ↩︎
  11. Cfr. A. Capitini, attraverso due terzi del secolo. Omnicrazia: il potere di tutti, a cura di L. Binni e M. Rossi, Firenze, Il Ponte Editore, 2016. ↩︎

Ultimi articoli