Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco Israelo-Americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore del recente volume ‘Libercomunismo’, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari.
D: Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione?
R: Direi di sì. E smentiscono gli illusi che speravano in un “Trump pacifista”, che avrebbe rispettato l’impegno con gli elettori “maga” ad abbandonare i teatri di guerra internazionali. Come tutte le crisi dei grandi imperi, la crisi egemonica dell’America indebitata non sfocerà in un placido e silenzioso ritiro del gigante in declino. Sarà un processo caotico, conflittuale, doloroso per il mondo intero.
D: Trump ha giustificato l’attacco in vari modi. Prima ha detto che bisognava liberare la popolazione oppressa dal regime teocratico. Poi ha dichiarato che altrimenti l’Iran avrebbe a sua volta attaccato, persino con bombe nucleari. Che ne pensa?
R: Il regime iraniano è nemico non solo dei movimenti per le libertà civili ma anche delle organizzazioni sindacali, dagli insegnanti ai trasportatori, più volte repressi nel sangue dalla polizia. Ma Stati Uniti e Israele sono soci in affari di dittature persino più oppressive della teocrazia Iraniana. Sarebbero disposti a mettere al vertice del paese un altro grande Ayatollah, anche più feroce verso le libertà, purché favorisca gli affari con loro. Pensare che americani e israeliani stiano bombardando per liberare è un pensiero infantile che attraversa i movimenti di emancipazione occidentali, ancora soggiogati dalle più rozze semplificazioni dell’ideologia liberale. Quanto al vagheggiato rischio di una bomba atomica iraniana, mi ricorda la fialetta “fake” che Colin Powell agitò al palazzo di vetro dell’ONU per giustificare il massacro in Iraq. Siamo dinanzi ai soliti tentativi di enunciare alte regioni etiche per nascondere i moventi profondi delle guerre in corso.
D: Andiamo allora ai moventi profondi. Lei è stato talvolta criticato per la sua insistenza sui fattori economici.
R: Il mio metodo è quello del materialismo storico, che non è certo rozzo “economicismo”. Ma in questi tempi di deteriore idealismo, anche una banale indagine delle cause economiche è sempre meglio dei vari, improbabili tentativi di spiegare le guerre in base ai modi in cui sciiti e sunniti interpretano il Corano… La verità materiale è che quando intraprendi una campagna militare e spendi ingenti capitali per finanziarla, in un modo o nell’altro, sia pure per vie traverse, ti devi per forza aspettare un ritorno economico. Specialmente se sei un paese significativamente indebitato verso il mondo, come gli Stati Uniti.
D: Il problema è sempre il petrolio? Gli americani vogliono prendere i giacimenti iraniani?
R: L’accaparramento energetico è tuttora importante, anche per i suoi riflessi indiretti. Se gli USA costringono l’Iran a un cambio di regime, non solo controlleranno un altro dei paesi esportatori di petrolio verso la Cina ma avranno pure il dominio di un’altra rilevante via di transito dell’energia. In fondo, bloccando lo stretto di Hormuz, l’Iran sta cercando proprio di comunicare ai cinesi cosa potrebbe voler dire un controllo filo-americano dell’area. Ma c’è di più.
D: Quali sono le altre ragioni materiali dell’attacco Israelo-Americano all’Iran?
R: Un motivo prospettico rilevante è che l’Iran e i suoi alleati, da Hezbollah ad Hamas, sono i veri guastafeste del famigerato progetto di corridoio commerciale IMEC (India, Medio Oriente ed Europa), propagandato dalle amministrazioni americane come espressa alternativa alla nuova via della seta cinese. Gli stessi accordi di Abramo, a ben vedere, sono funzionali a rendere Israele il grande gendarme, il garante di zona di quel corridoio. L’Iran è un evidente destabilizzatore di quel progetto. Ridimensionare l’Iran significa allora mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Insomma, l’amministrazione USA si è lanciata in una tipica scommessa capitalista. Che tuttavia potrebbe andar male.
D: Per quale ragione?
R: A causa del debito americano verso l’estero, e dei conseguenti limiti alla spesa militare americana. I dati del Bureau of Economic Analysis ci dicono che, fino alla grande recessione mondiale, per i soli interventi militari all’estero calcolati fuori bilancio gli Stati Uniti riuscivano a spendere oltre l’uno percento del Pil. Oggi sono scesi allo zero virgola uno, cioè un crollo del novanta percento. Questo spiega, tra l’altro, la mutata natura delle aggressioni americane: un tempo erano vere e proprie invasioni, oggi si limitano a bombardamenti affiancati alle lusinghe delle spie verso i corrotti dei regimi avversi. E’ un altro modo di dominare, con molti più vincoli, per certi versi più disperato. Questo spiega anche la smania con cui Trump pretende sostegno dai vecchi vassalli europei.
D: A questo proposito, il primo ministro spagnolo Sanchez ha contestato la guerra israelo-americana contro l’Iran, ammonendo che così cominciano i “disastri dell’umanità”. In tutta risposta, il presidente USA ha minacciato la Spagna di sanzioni commerciali. Che ne pensa?
R: L’avvertimento di Trump a Sanchez va anche al di là della ricerca del consensus sull’attacco all’Iran. Si tratta infatti dell’ennesimo tentativo americano di disunire la politica commerciale dell’UE. Il principio di unità in materia commerciale è uno degli ultimi pilastri su cui ancora regge la fragile unità europea. L’amministrazione trumpiana vuole dividere per dominare e per questo cerca di abbattere quel pilastro. Ci aveva provato con le blandizie su un possibile rapporto commerciale privilegiato con l’Italia, e alcuni membri del nostro governo hanno quasi rischiato di cascarci. Adesso ritenta con minacce specifiche contro la Spagna. I leader europei dovrebbero reagire chiarendo che questo gioco americano è ormai scoperto e porterà solo a una reazione comune dell’Ue. Von der Leyen ama inventarsi comandante in capo quando si tratta di guerra, che non è sua competenza. Mentre su questi temi, espressamente enunciati dai trattati Ue, si chiude in un patetico silenzio.
D: Intanto gli effetti economici internazionali della guerra si sentono, le borse sono di nuovo in fibrillazione. C’è il rischio di una crisi economica generale?
R: Il mercato azionario, americano e non solo, è sopravvalutato da tempo. Come si dice in gergo, è una “bolla” speculativa così gonfia che basterebbe anche un piccolo spillo per farla esplodere. Se va per le lunghe, la guerra contro l’Iran diventa un grosso spillo. Con effetti pesanti, a livello internazionale, soprattutto su occupazione, salari e stipendi.
D: Nel suo libro, lei esamina i processi di concentrazione del potere in sempre meno mani, sia a livello economico che politico, anche riguardo alle decisioni sull’entrata in guerra dei paesi. Il caso dell’Iran è un esempio?
R: Trump sta giocando sul filo della “War Powers Resolution” che fu approvata dal Congresso americano dopo il disastro del Vietnam, per limitare i poteri della Casa Bianca in tema di guerra. E’ uno dei vari esprimenti con cui il presidente americano prova ad assumere tutti i poteri contro gli altri organi costituzionali. E’ l’ennesima prova di crisi profonda dei meccanismi di funzionamento delle democrazie liberali.
D: L’Europa rischia di essere trascinata nella guerra di Trump e Netanyahu? Siamo alla vigilia di una escalation che vedrà anche il nostro paese coinvolto?
R: Probabilmente siamo dinanzi a un crocevia. Possiamo piantare in terra la bandiera pacifista, forti del fatto che una maggioranza ancora piuttosto ampia della popolazione si esprime contro la guerra. Oppure possiamo lasciare che le tipiche brame da vassalli dell’impero americano seducano i nostri leader e li sospingano a entrare in questo nuovo caos bellico. La prima opzione può essere vincente, ma il movimento pacifista dovrebbe impegnarsi a diffondere una consapevolezza. La guerra moderna, in ultima istanza, è sempre guerra capitalista. Per questo non ha mai giustificazioni etiche.
Fonte: L’Unità




