di Giovanni Barbera –
Una Roma meticcia, solidale e antifascista smaschera il fallimento della piazza per la remigrazione
Le strade di Roma hanno offerto una rappresentazione plastica, drammatica e priva di filtri della profonda faglia politica e culturale che attraversa il Paese. Nella giornata del 13 giugno, la Capitale è stata letteralmente presa d’assedio da una sequenza di mobilitazioni che hanno paralizzato il centro urbano, trasformandolo nel palcoscenico di due idee di società radicalmente opposte e inconciliabili.
Non si è trattato di una semplice congestione da fine settimana, ma di un sabato di fortissima tensione, blindato da oltre millecinquecento agenti delle forze dell’ordine chiamati a gestire quattro diversi cortei e appuntamenti paralleli ad altissimo rischio di contatto. Al centro di questo scontro c’è l’uso politico dell’immigrazione, trasformata in un dispositivo di distrazione di massa che serve a coprire il fallimento delle politiche economiche e sociali.
La provocazione più esplicita si è consumata nel quartiere Prati, dove le frange radicali del neofascismo e dell’estrema destra hanno sfilato sotto la sigla “Remigrazione e Riconquista”. Dietro la formula apparentemente burocratica e ripulita della “remigrazione” – un termine preso in prestito dai network del nazionalismo identitario europeo per proporre veri e propri piani di deportazione e di espulsione di massa dei cittadini stranieri – la realtà emersa dall’asfalto è stata quella del razzismo più becero, violento e nostalgico.
Lungo via Cola di Rienzo, tra le serrande abbassate dai negozianti terrorizzati dai disordini, i manifestanti hanno sfilato sventolando tricolori e croci celtiche, intonando slogan xenofobi e cori espliciti come “Duce, Duce”, accompagnati da ripetuti saluti romani rivolti verso le finestre dei residenti che fischiavano il passaggio del corteo. Una scenografia reazionaria che ha tentato di accreditare come “proposta di legge popolare” un vero e proprio manifesto dell’odio e della discriminazione razziale più totale.
Tuttavia, il dato politico più macroscopico emerso dalla giornata è il clamoroso fallimento numerico di questa iniziativa. Nonostante fosse stata pomposamente annunciata come una mobilitazione di rilevanza nazionale, capace di richiamare autobus e militanti da ogni regione d’Italia, la sfilata dell’estrema destra si è risolta in un flop evidente, raccogliendo poche migliaia di nostalgici. Al contrario, la risposta della città è stata travolgente. Senza bisogno di mobilitazioni nazionali, il solo tessuto sociale, studentesco e popolare romano è stato in grado di dare vita a ben due distinte contromanifestazioni territoriali.
Il corteo cittadino principale – composto da circa ventimila persone – colorato, aperto e determinato, è partito dall’area del Colosseo e dei Fori Imperiali per percorrere via Cavour e via Merulana, riversando migliaia di persone a Piazza Vittorio Emanuele II, cuore del quartiere multietnico dell’Esquilino, per ribadire che Roma è e resterà una città aperta, solidale e meticcia.
Nelle stesse ore, un secondo corteo, più piccolo, ma anch’esso interamente romano, guidato da alcune organizzazioni studentesche e dai movimenti per il diritto all’abitare, si è mosso da piazzale del Verano. I manifestanti hanno sfilato lungo i viali del Policlinico per puntare direttamente all’assedio simbolico del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a Porta Pia.
Sotto le finestre del dicastero guidato da Matteo Salvini, identificato come il centro nevralgico della propaganda di esclusione e del razzismo istituzionale, la rabbia sociale si è tradotta in azioni eclatanti: i manifestanti hanno scaricato sacchi di letame davanti all’ingresso dell’edificio e hanno dato fuoco a una ruspa e a un carro armato fatti di cartone e polistirolo, ribadendo il rifiuto di un modello basato sulla militarizzazione, sul cemento speculativo e sullo smantellamento dei diritti sociali a favore della repressione.
A rendere lo scenario ancora più cupo e stratificato, il centro storico è stato attraversato anche dal corteo nazionale dei movimenti Pro-Vita, un’alterazione dello spazio pubblico fortemente connotata a destra che ha sfilato da piazza della Repubblica fino a Porta San Giovanni, portando in strada le parole d’ordine della reazione contro i diritti civili, la libertà delle donne e l’autodeterminazione dei corpi.
E quasi a voler completare il quadro di una saldatura ideologica impressionante, nelle stesse identiche ore l’Auditorium di via della Conciliazione, a due passi da San Pietro, ospitava al chiuso un convegno blindato dell’ex generale Roberto Vannacci e del suo nuovo partito, interamente incentrato proprio sul tema dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa dei confini.
Questa spaventosa concentrazione di eventi rivela una contiguità politica e ideale profonda, una saldatura strategica tra l’estremismo neofascista di piazza, l’oscurantismo confessionale e la destra istituzionale che siede sui banchi dell’esecutivo. Le forze della destra di governo hanno scientificamente preparato il terreno culturale, normativo e mediatico in cui concetti aberranti come la remigrazione possono germogliare e trovare legittimità.
Gestendo il potere senza mai rimuovere le cause strutturali del disagio economico, la politica istituzionale ha trasformato l’immigrazione in un’emergenza perenne. Riducendo la complessità dei problemi sociali a una mera questione di ordine pubblico e presidio militare del territorio, il discorso governativo ha normalizzato i deliri xenofobi delle frange radicali. Quando dai palazzi ministeriali si parla quotidianamente di blocchi navali, difesa della razza e dei confini, esternalizzazione dei centri di detenzione amministrativa o di reati legati alla solidarietà, si fornisce una veste presentabile, istituzionale e formale alle medesime pulsioni violente che i militanti dell’estrema destra hanno urlato per le strade di Prati.
Questa saldatura serve a un obiettivo politico ben preciso: la costruzione di un capro espiatorio perfetto per alimentare una scientifica guerra tra poveri. La narrazione reazionaria spinge i lavoratori a percepire l’immigrato non come un compagno di sventura con cui condividere la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita, ma come un usurpatore di risorse scarse. Si assiste così alla competizione artificiale tra gli ultimi e i penultimi per l’accesso a un posto di lavoro sottopagato, a una casa popolare o a una prestazione sanitaria.
Questa divisione chirurgica disinnesca sul nascere qualsiasi possibilità di conflitto verticale, impedendo agli sfruttati di unire le proprie forze e di rivolgere la protesta verso l’alto, ovvero verso i veri responsabili della crisi: le grandi multinazionali, i palazzinari e i grandi fondi immobiliari che lucrano sul carovita, i datori di lavoro che impongono contratti da fame e una classe politica che ha smantellato il welfare pubblico in nome del profitto privato.
C’è però un risvolto ancora più subdolo e concreto in questa operazione. L’obiettivo reale della spinta verso la “remigrazione” non è la sua effettiva e impraticabile realizzazione logistica su larga scala, bensì l’effetto immediato che questa minaccia produce sul presente. Agitare lo spettro dell’espulsione di massa serve a terrorizzare e rendere ancora più vulnerabili i cittadini stranieri già presenti sul territorio.
Il risultato immediato è il totale azzeramento dei loro diritti contrattuali e sociali: un lavoratore costantemente minacciato di deportazione diventa un lavoratore infinitamente più ricattabile, disposto ad accettare salari da fame, assenza di sicurezza e turni massacranti pur di mantenere un barlume di regolarità. La retorica identitaria si rivela così per il suo reale scopo economico: non svuotare le fabbriche o i cantieri, ma creare una forza lavoro totalmente servile, priva di diritti e sotto costante ricatto, da utilizzare come strumento di dumping salariale contro l’intera classe lavoratrice, italiana e straniera.
La giornata di mobilitazione e di resistenza che ha attraversato Roma ha dimostrato che la città possiede ancora gli anticorpi per rifiutare questa trappola. La vera sfida non si giocherà sulla gestione tecnica dei respingimenti, ma sulla capacità di smascherare questa gigantesca mistificazione, rimettendo al centro della discussione la redistribuzione della ricchezza, la giustizia sociale e il contrasto radicale a un sistema che produce miseria per poi speculare cinicamente sull’odio.




