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L’Albania è in piazza contro la corruzione e per difendere il proprio patrimonio ambientale

di Mauro Carlo Zanella –

Arrivato ieri, venerdì 12 giugno, all’aeroporto di Tirana, prendo il pullman di linea che mi porta in centro. Percorro la via alberata che porta nella piazza principale di Tirana, Piazza Scanderbeg (in albanese Sheshi Skënderbej che è delimitata dal Museo della Storia dell’Albania, dal monumento all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbegdi e dalla più antica moschea della città. Sono arrivato nel momento della preghiera del venerdì e decine di fedeli stanno pregando all’esterno della piccola moschea che non potrebbe contenerli tutti.

Mi imbatto subito in un lungo banchetto dove si stanno raccogliendo e autentificando le firme dei cittadini per due referendum che hanno l’obiettivo di abrogare due leggi volute dal primo ministro Edi Rama. Converso a lungo con una giovane donna che parla un ottimo italiano e che mi spiega che le due leggi facilitano le speculazioni forzando i vincoli ambientali.

Si è voluto in particolare favorire a tutti i costi la figlia ed il genero del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il loro progetto di costruire un resort di lusso in una zona protetta. L’obiettivo è di raggiungere entro ottobre le 50mila firme certificate che imporranno al Presidente di indire il referendum per i primi mesi del prossimo anno.

Mi spiega che il sedicente partito “socialista” di Edi Rama nulla ha di sinistra, poiché oltre a svendere il Paese al capitale straniero favorisce gli oligarchi locali e le mafie ad essi collegate. Lei si dichiara di sinistra, quella vera è di opposizione, aggiunge.

Tirana appare come un gigantesco cantiere con grattacieli che spuntano come funghi. Senza troppi giri di parole mi spiega che sono il frutto di capitali mafiosi o para-mafiosi, che vengono in questo modo riciclati in beni immobiliari. Ciononostante il prezzo degli affitti nel centro cittadino è esorbitante e si aggira sui mille euro al mese. E’ simile a quello di Milano, specifica, ma il salario minimo di chi lavora in regola è di 500 euro (diffuso però è il lavoro nero e precario). I salari media dei lavoratori si aggirano sui 700 euro, ma anche nella periferia di Tirana gli affitti sono di 500 euro.

Molte famiglie possono vivere a Tirana perché il regime stalinista qualcosa di buono fece assegnando a chi vi abitava case che appartenevano allo Stato .

Per le nuove coppie e per i giovani vivere a Tirana è impossibile, anche perché i generi alimentari nei supermercati sono addirittura più cari che in Italia.

A promuovere la raccolta di firme è il piccolo partito Shquiperia Behet (Albania si può fare) che alle ultime elezioni del 2025 ha eletto un deputato.

Un giovane uomo mi spiega che si considerano un partito di centro destra, ma parlando mi rendo conto che questa denominazione non ha nulla a che spartire con ciò che in Italia si definisce “destra”. Semplificando si potrebbero paragonare al Partito Radicale Italiano degli anni Settanta: un Partito che si propone di riformare lo Stato lottando contro la corruzione e per alcune riforme democratiche come la legge, recentemente da loro proposta e approvata dal Parlamento, che ha permesso il voto agli albanesi residenti all’estero.

Per spiegarmi la situazione politica dell’Albania dice che si può fare un paragone con l’Italia di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi moltiplicata per dieci.

Mi spiega che loro hanno proposto il referendum, ma sperano che il governo rassegni prima le dimissioni e che si arrivi al più presto a elezioni anticipate.

Prende le distanze dai partiti di estrema destra italiani e di chi segue la via di Trump e ci tiene a precisare che il referendum è uno strumento messo a disposizione del movimento e che i volontari che raccolgono le firme non sono solo del loro partito, ma di chiunque abbia dato la sua disponibilità.

In piazza incontro invece i militanti dell’unico vero partito di sinistra che ha eletto a Tirana un deputato.

Il sistema elettorale è proporzionale su base regionale, senza recupero nazionale e quindi sfavorevole alle formazioni politiche minori.

Il loro giovane partito si chiama Shquiperi e re (Nuova Albania); si definiscono Socialisti Democratici e come tali sono impegnati soprattutto nella difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma non escludono la collaborazione nelle battaglie contro la corruzione e per la difesa dell’ambiente con i due piccoli partiti di opposizione di centro destra (il terzo nasce da una scissione dello screditatissimo e corrotto Partito Democratico di Salis Berisha).

Sono molto fortunato perché il compagno con cui parlo conosce la storia politica dell’Italia e il tentativo di Enrico Berlinguer di costruire un fronte eurocomunista con i partiti spagnolo e francese, attraverso una via democratica lontana dal sedicente “socialismo reale” sovietico e per molti versi contrapposto al regime stalinista di Enver Hoxha, che infatti condannò senza appello i comunisti italiani.

Il mio interlocutore è uno degli intellettuali di questa nuova formazione politica ed è impegnato nella traduzione in albanese degli scritti di Antonio Gramsci: ha tradotto la Questione Meridionale e ora si sta dedicando alla traduzione dei Quaderni dal Carcere.

Intanto in piazza la gente continua ad arrivare; sono almeno diecimila persone di ogni età e gridano “Revolution, revolution!”, “Rama e Berisha in prigione!” Molti sono giovani e giovanissimi, molte le famiglie che sfilano al completo, alcune con culle o passeggini.

Per i più grandicelli, di tre, quattro, cinque anni è allestito uno spazio con volontari che offrono colori per disegnare su lunghissimi fogli stesi in terra, dopo che il corteo si è trasformato in un presidio nei pressi degli uffici del presidente.

Dopo un ora di fischi e proteste il corteo si riforma e va via via ingrandendosi. Tante sono le bandiere albanesi, rosse con un’aquila a due teste nera.

Molti hanno cartelli fatti in casa o sagome di Fenicotteri Rosa, la specie protetta minacciata dalla costruzione del resort di lusso al centro della protesta.

Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!”

Il compagno del partito socialista democratico mi spiega che gli albanesi hanno un forte legame con la propria terra, ma che questo patriottismo è immune da ogni forma di sentimento ultranazionalista e suprematista.

da www.pressenza.com

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