di Pier Giorgio Ardeni –
Portafogli finanziari e immobili rappresentano il grosso della ricchezza delle fasce alte della società italiana. E il sistema fiscale non è disegnato per appianare la distanza tra ricchi e poveri. Anzi.
In questi giorni si è tornato a parlare di ricchezza e della sua distribuzione. Come si origina la ricchezza? Come si accumulano i patrimoni? E non è forse vero che – per come si accumula e distribuisce – non è adeguatamente tassata?
La ricchezza e la sua distribuzione
Qualche giorno fa la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sulla distribuzione della ricchezza in Italia, evidenziando un quadro ormai noto e in peggioramento: «la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il dieci per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2)» – e l’1% più ricco possiede il 24%.
Nel 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto i 12.326 miliardi di euro – l’equivalente di circa 8,5 volte il Pil del Paese – di cui gli immobili rappresentano circa la metà. La ricchezza finanziaria (non immobiliare) complessiva degli italiani, quindi, supera oggi i 6.000 miliardi di euro. Questo capitale è dato dal risparmio che viene allocato secondo tre modalità: conti correnti bancari o postali (circa un terzo); azioni, fondi e gestioni patrimoniali; titoli di Stato e obbligazioni. Sui conti correnti, nonostante gli importi elevati, la distribuzione è disomogenea: circa 4 italiani su 5 possiedono meno di 12.500 euro sul proprio conto, mentre solo una piccola percentuale supera i 250mila euro.
La ricchezza del 10% più benestante delle famiglie è in forma soprattutto finanziaria, poi ci sono gli immobili di pregio, seconde e terze case. Gli individui con una ricchezza netta superiore a 1 milione di euro sono 470mila e quelli con più di 2 milioni tra i 180.000 e i 200.000. Se guardiamo invece alle famiglie, secondo i dati di Bankitalia, il top 5% delle famiglie italiane (circa 1,2 milioni di nuclei) dispone di una ricchezza netta ampiamente superiore alla soglia dei 2 milioni di euro, attestandosi su una media di circa 3,5 milioni.
La classe media – ovvero il 40% sotto il 10% più ricco – detiene circa il 33% della ricchezza totale (3.600 miliardi), per il 70% sotto forma immobiliare: la ricchezza della classe media è infatti quasi interamente concentrata nella casa di proprietà. La parte finanziaria è per lo più in forma di liquidità o titoli di Stato. Il 50% inferiore della distribuzione, ovvero la fascia più povera, possiede invece una ricchezza immobiliare ridotta (molti componenti di questa fascia vivono in affitto) e chi possiede una casa ha spesso un patrimonio immobiliare di modesto valore commerciale e gravato da un mutuo significativo.
In sintesi, dall’analisi di Bankitalia emerge una media generale di 453.000 euro per famiglia: il 10% più ricco ha un patrimonio medio di € 2.745.180; la fascia media (40%) di € 364.665 e la fascia più povera (50%) di € 65.232 per famiglia.
L’origine della ricchezza
Da dove viene la ricchezza posseduta dalle famiglie? Per l’1% più ricco, tra il 60 e il 64% della ricchezza è ereditata, una quota enorme. Per il 10% più ricco, invece, circa il 45-50% della ricchezza è ereditata. Questi beneficiano di lasciti strutturati (es. seconde e terze case, portafogli azionari corposi) che consolidano la loro posizione di vantaggio economico. Per la fascia media di proprietari (il 40% più ricco, ad esclusione del 10% al top), circa il 30-35% della ricchezza è ereditata, dove la componente ricevuta in eredità è legata quasi unicamente alla casa di famiglia (spesso divisa tra più fratelli) o a piccoli risparmi liquidi. Il 50% più povero non ha quasi nessun patrimonio e riceve eredità nulle o insignificanti, quando non addirittura debiti, basando la propria minima ricchezza solo sul lavoro quotidiano.
Gli immobili
Sebbene l’Italia sia storicamente un Paese di piccoli proprietari (circa l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà), la distribuzione del valore è fortemente sbilanciata: il 5% dei proprietari immobiliari più ricchi detiene da solo un quarto dell’intero valore monetario del patrimonio residenziale italiano. Al contrario, il 50% dei proprietari più poveri possiede complessivamente solo il 18,7% del valore immobiliare totale, concentrato in case di modesto valore in periferie o piccoli comuni. Inoltre, una quota rilevante dei “grandissimi” patrimoni immobiliari (complessi di decine o centinaia di appartamenti) non risulta intestata direttamente a singoli individui, bensì a persone giuridiche (società immobiliari di gestione, fondi o holding familiari). Questa strategia viene adottata per ottimizzare la tassazione sui redditi da locazione ed efficientare la futura tassa di successione.
In Italia, le persone fisiche che possiedono più di due abitazioni sono circa 1,2 milioni, poco meno del 5% dei circa 26 milioni di cittadini che hanno almeno un immobile residenziale intestato.
Come si accumula un patrimonio?
Chi possiede ricchezza, dunque, la riceve in eredità o l’accumula. Ma come si accumula un patrimonio?
Ai tassi di rendimento attuali, sfruttando un rendimento medio annuo realistico del 7% (tipico di un portafoglio in titoli diversificato globale), con € 500 euro al mese ci vorrebbero 33 anni per accumulare un milione, con € 1.000 al mese circa 25 anni, con € 2.500 al mese circa 16 anni. Ma chi può risparmiare mille euro al mese? Tra l’altro, se è vero che anche i redditi da capitale sono tassati, lo sono solo al momento della liquidazione, con un’aliquota sulle plusvalenze che è pari ad un 26% fisso (e non vanno a cumularsi agli altri redditi). Una tassazione di favore che premia chi ha redditi alti e può permettersi di investirne una parte. Non solo quindi la ricchezza patrimoniale è sbilanciata, come sottolinea la Banca d’Italia, ma la sua accumulazione favorisce chi ha redditi alti e viene tassato in misura proporzionalmente minore.
Perché ha senso tassare i patrimoni?
In queste ultime settimane si è tornati a parlare di “patrimoniale”, la famigerata tassa sui patrimoni, tanto aborrita perché «colpirebbe il ceto medio» e perché “ingiusta”, si dice, perché andrebbe a colpire redditi già tassati e poi accumulati, perché una tassa sugli immobili esiste già (l’Imu). Ora c’è una proposta di legge per tassare i grandi patrimoni, quelli sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) – denominata “1% equo” – che va ad aggiungersi ad una proposta di Oxfam per tassare i patrimoni sopra i 5,4 milioni, oltre alla nota “proposta Zucman”.
Partiamo dall’Imu. L’aliquota ordinaria a livello nazionale è fissata allo 0,86% del valore catastale, ma i singoli Comuni italiani hanno la facoltà di modificarla, aumentandola fino al 1,14% o azzerandola del tutto. I contribuenti totali che versano l’IMU in Italia sono circa 25,8 milioni. Considerando la composizione del patrimonio immobiliare tassato, l’imposta viene applicata su circa 19,7 milioni di abitazioni complessive, ovvero seconde case e altri immobili ad uso abitativo e abitazioni principali di lusso (circa 72.000 unità). Le restanti oltre 20 milioni di abitazioni, considerate “principali”, ovvero di residenza, sono per legge interamente esenti.
In Italia, le abitazioni che raggiungono una rendita catastale tale da superare i 2 milioni di valore catastale sono circa 15 – 20mila unità (meno dello 0,05% dell’intero stock residenziale di 35,6 milioni di case). Pertanto, dei più di 19,6 milioni di seconde case già soggette ad imposta IMU, pochissime potrebbero avere un valore catastale sopra ai 2 milioni.
Il valore commerciale delle case in Italia è mediamente 3,4 volte superiore a quello catastale, il che significa che le case con un valore di mercato superiore ai 2 milioni di euro sono diverse decine di migliaia e non 15-20mila.
Tassare il patrimonio immobiliare sopra una certa cifra, quindi, non colpirebbe il ceto medio, che non arriva a quei valori e compenserebbe una fallacia dell’attuale sistema fiscale che consente una tassazione separata – e favorevole – per i redditi da capitale, che sono all’origine dell’accumulazione di ricchezza. Sarebbe solo una misura nel segno dell’equità.




