di Raul Mordenti –
(1) La legge elettorale della destra, che il Parlamento si accinge ad approvare in via definitiva, rappresenta in assoluto il più grave attacco alla democrazia mai verificatosi nella storia repubblicana. Questa non è un’affermazione esagerata. Non si tratta solo degli aspetti palesemente anticostituzionali della legge elettorale “melonellum” (lo stupro degli artt. 48 e 92), che sono stati chiariti (praticamente all’unanimità) dai costituzionalisti italiani. Si tratta di ben di peggio, e per capirlo basta riflettere al fatto che qualsiasi legge-vergogna (e ce ne sono tante!) potrà essere abolita da un Parlamento con una diversa maggioranza, ma la legge elettorale di Meloni sconvolgerà la stessa composizione del Parlamento futuro! Determinerà un Parlamento violentemente deformato a colpi di premi di maggioranza e sbarramenti, in cui la destra con una maggioranza schiacciante di seggi (ma non di voti!) potrà eleggersi da sola tutti gli organi di garanzia, compreso il Presidente della Repubblica, e modificare a piacimento la stessa Costituzione senza passare per referendum.
Senza contare che questa legge è fatta “su misura”, con una sfacciataggine ignota perfino a Berlusconi e alle sue leggi “ad personam”. I sondaggi danno la destra al 43%? Bene, si fissa la quota per conseguire il premio di maggioranza al 42%, non al 25% come per la legge Acerbo del 1923-24, non al 50% come per la legge truffa del 1953, non al 35% o al 45% o a qualche altra percentuale, no: al 42%. Esiste, specie dopo le scelte di Rifondazione Comunista, la possibilità che si verifichi una convergenza tattica di molte forze di opposizione magari minori, che però sommandosi metterebbero in minoranza per il premierato Meloni? Non c’è problema: si prevede nella legge elettorale che le liste sotto il 3% siano escluse non solo dal computo per l’assegnazione dei seggi ma anche dal computo relativo all’elezione del/della premier, voti cancellati con un colpo di bacchetta magica, elettori resi fantasmi. Ma in tal modo la destra rischia di cancellare anche i suoi “moderati”, variamente sommati che saranno sotto il 3%? Niente di irresolubile: la legge prevede che la cancellazione del voto non valga per una delle liste sotto il 3%, si noti per una e una sola. L’opinione pubblica (e anche la Corte) considera inammissibile la cancellazione delle preferenze, e cioè che i nominativi degli eletti siano scelti dalle segreterie dei Partiti, togliendo qualsiasi potere di scelta agli elettori? Si può risolvere anche questo problemino: si tiene ben ferma l’elezione automatica dei capilista (che consente giochi e giochetti di alleanze) e si introduce la preferenza per il secondo o per il terzo nominativo[1], sapendo che quasi nessun Partito elegge più di un parlamentare in uno stesso collegio elettorale.
Eppure l’opinione pubblica democratica non sembra affatto consapevole della portata della minaccia, ed è mancata finora (anche da parte nostra) un’adeguata mobilitazione politica e culturale, paragonabile a quella contro la “legge truffa” nel 1953 o alle mobilitazioni vittoriose contro la schiforma renziana e in difesa dell’autonomia della Magistratura.
Né basta aspettare l’intervento della Corte, la quale purtroppo ha già chiarito con un precedente che anche un Parlamento eletto con una legge elettorale anti-costituzionale resta valido e vigente.
No, come cercheremo di argomentare, la soluzione va cercata altrove e passa per altre vie, cioè – come sempre quando la Costituzione è in pericolo – la sconfitta del “melonellum” può passare solo per una vasta iniziativa di massa che è ancora tutta da costruire.
(2) Sui motivi della debolezza politica di chi difende la Costituzione occorre dunque riflettere seriamente, perché se non si mette mano, e con urgenza, al superamento dei nostri limiti non è possibile nessuna resistenza e nessuna vittoria.
Ci sono, naturalmente, motivi legati alla miseria della politique politicienne. Esponenti della destra non hanno mancato di far notare che una volta asservito con la legge elettorale il Parlamento al Governo questo potrà un giorno risolversi in un vantaggio anche per il PD e il centrosinistra. Altri fanno calcoli ancora più meschini, auspicando una situazione di pareggio che apra la strada all’ennesimo Governo “tecnico”, o meglio del capitale finanziario europeo e della NATO, e naturalmente in una tale coalizione (che rifletterebbe più o meno ciò che già accade a livello europeo) Meloni e i suoi sarebbero bene accolti.
Credo però la debolezza politica di cui parliamo derivi soprattutto dal fatto che (anche in questo caso come in tanti altri) la destra si limita a utilizzare e portare a compimento errori gravi del centrosinistra. La destra raccoglie oggi ciò che il centrosinistra ha seminato per anni.
Abbiamo infatti assistito negli ultimi decenni a una vera e propria devastazione politico-culturale dell’opinione pubblica, contro la democrazia disegnata dalla Costituzione; e ciò è avvenuto almeno a partire dal sostegno garantito dal Partito di Occhetto alla raccolta di firme di Mariotto Segni nel 1992-’93, e poi nelle cinque leggi elettorali (cinque!) che sono seguite (fino al “rosatellum”), tutte votate anche dal centrosinistra e dal PD.
Si sono potute così diffondere, fino a diventare senso comune delle masse, vere e proprie stupidaggini (pericolose stupidaggini), come “il sindaco d’Italia” o come la necessità di sapere la sera delle elezioni chi governerà (e perché mai?); e si sono sperimentate leggi elettorali vergognose come quella toscana (“Toscana rossa” con 72.31 voti pari al 5.18% non ha neppure un seggio) o quella sarda (la lista di Renato Soru, con 63.100 voti pari all’8,6% non ha neppure un seggio) o quelle dei Comuni, con i sindaci sempre più plenipotenziari e simili ai podestà.
(3) Due sono stati gli argomenti-pilastro di questa ideologia anti-proporzionale, che vanno dunque affrontati e smentiti, in quanto si tratta di falsità: (a) l’eccessivo numero dei partiti, la cosiddetta “frammentazione”, e (b) l’ingovernabilità, due guai che sarebbero connessi alla proporzionale.
(a) Ebbene, con la proporzionale i partiti erano 8 o 9 (DC, PCI, PSI, MSI, PSDI, PLI, PRI, e semmai DP, Pdup e radicali) tutti riconoscibili e votati esplicitamente dai rispettivi elettori, nell’attuale legislatura i partiti alla Camera sono una trentina, perfino difficili da contare con precisione; proviamoci: AVS (che peraltro unisce due partiti); Azione.Popolari europeisti. Renew Europe; Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE; Fratelli d’Italia; Italia Viva-Casa riformista; Lega-Salvini premier; Movimento 5 Stelle; Noi Moderati (Noi con l’Italia, Coraggio Italia, EDC e Italia al Centro)-MAIE-Centro popolare; Partito Democratico-Italia democratica e progressista; Misto-+Europa-Stati Uniti d’Europa; Misto-Futuro nazionale Vannacci-free; Misto minoranze linguistiche; Deputati non iscritti ad alcuna componente.
E il motivo di tale moltiplicazione è chiaro, e dipende proprio dall’abbandono della proporzionale. Costretti dalla legge elettorale ad ammucchiarsi per superare lo sbarramento, i partiti poi si dividono all’indomani delle elezioni, né ci sono più limiti al trasformismo e ai “cambi di casacca”. Dunque, al contrario di ciò che si dice, è proprio il sistema maggioritario non la proporzionale a causare “frammentazione”.
(b) Altrettanto inconsistente appare l’argomento della cosiddetta “governabilità”, un concetto del tutto assente nella nostra Costituzione che deriva semmai dalla cultura politica ispirata dal nazista Carl Schmitt. In Italia, con la proporzionale, la DC ha governato (ahimè) più che stabilmente per decenni, Bettino Craxi praticamente per una legislatura intera, e ora quello stesso Governo che si vanta di aver battuto tutti i record di stabilità mette mano a una nuova legge elettorale per garantire la stabilità (“Stabilicum” vorrebbero chiamarla). Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
Tutto ciò, ripetuto senza adeguato contrasto per decenni, ha provocato un senso comune antidemocratico (e anticostituzionale) non ultima causa dello spaventoso crescere dell’astensionismo (non è un caso che con la proporzionale votasse oltre il 90% degli aventi diritto, ora siamo sotto il 50%!).
Inoltre la riduzione del numero dei parlamentari rende ulteriormente lontano il Parlamento dal Paese (dove sono quelli che – ricordate? – hanno votato al referendum quella riduzione con la motivazione che essa avrebbe comportato la proporzionale?).
(4) Al referendum del 23 marzo la Costituzione ha vinto, e allora dobbiamo ispirarci a quella battaglia e a quella vittoria. Il 23 marzo era ben chiaro non solo cosa voleva il Governo e la destra (una Magistratura asservita) ma anche che cosa voleva chi si opponeva (una Magistratura libera e indipendente). Questa netta contrapposizione di princìpi è ciò che ha coinvolto larghe aree di astensionismo (specie giovanile) e che ha anche travolto tutte le posizioni favorevoli al “Sì” presenti nel PD e nel campo largo (ce ne furono, eccome, anche se non ne parliamo più perché il referendum le ha ridicolizzate[2]). Ora, a proposito della legge elettorale, è abbastanza chiaro che cosa vogliono il Governo e la destra, ma che cosa vuole l’opposizione? Forse conservare il “rosatellum”? Oppure tornare al “mattarellum”? Forse abbassare un po’, o alzare un po’, la quota necessaria per il premio di maggioranza? Siamo seri: nessuno si può mobilitare per obiettivi come questi.
Allora la battaglia contro il “melonellum” si vince solo contrapponendogli princìpi democratici forti e coerenti, e semplici, a cominciare dal principio fondativo di ogni democrazia rappresentativa, cioè la corrispondenza la più perfetta possibile fra voti e seggi, senza trucchi né inganni. Proporzionale significa avere un Parlamento che sia “specchio del Paese” (come scrisse Togliatti), cioè che rifletta le articolazioni della società e sia in grado di dare rappresentanza al conflitto sociale. Solo sulla nettezza di tali princìpi, che sono l’essenza stessa della democrazia costituzionale, si può richiamare alla mobilitazione il popolo del 23 marzo. Per questo appaiono davvero preziose le molte (ma ancora isolate) iniziative della società civile, come quella lanciata da “Cittadinanza informata-Voglio scegliere”.
(5) L’art. 48 della Costituzione contiene tali princìpi democratici forti e coerenti, esso dunque è il punto che deve essere difeso e innalzato come vessillo della battaglia contro la legge elettorale “melonellum”.
L’art. 48 ha voluto il voto “personale ed eguale, libero e segreto”: teniamo a mente questi importanti aggettivi e vediamo che fine fanno con il “melonellum”.
Non è “eguale” un voto che non elegge nessuno se non supera una soglia di sbarramento arbitrariamente fissata (faccio notare che il 3% rappresenta quasi un milione di voti espressi[3]): perché mai questi elettori non debbono avere alcuna rappresentanza[4]? Ciò significa fra l’altro che non si può essere per una legge elettorale proporzionale e, al tempo stesso, essere favorevoli allo sbarramento, perché anche lo sbarramento deforma la volontà degli elettori, cioè produce un Parlamento che non corrisponde al voto.
E non è “eguale” un voto che elegge più parlamentari di un altro voto, che ha insomma una maggiore vis electiva, giacché fruisce di un “premio di maggioranza”, che serve a rendere maggioranza in Parlamento chi è minoranza nei voti.
La crisi che viviamo nasce da lì: nel settembre 2022 ha votato il 60,5% degli italiani per la Camera e il 63,8% per il Senato, dunque meno di due italiani su tre[5]. La coalizione di destra (FdI, Lega, FI, “Noi moderati”) ha riportato il 43,7% dei voti alla Camera e il 44,02% al Senato. Il partito della Meloni, FdI, ha avuto il 25,9% alla Camera e il 26,2% al Senato[6]. Il problema dunque è il seguente: come mai col 26% dei voti al proprio partito e il 44% alla propria coalizione si può avere una maggioranza schiacciante di seggi? E la risposta è semplice: grazie all’abolizione della legge elettorale proporzionale e agli sbarramenti, a cui destra e centrosinistra, d’accordo fra loro, hanno provveduto in attuazione del cosiddetto “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.
Questi trucchi e trucchetti deformano la volontà popolare (per così dire) “in uscita”, cioè nel passaggio dal voto all’assegnazione dei seggi, ma non sono meno gravi e intollerabili le deformazioni della volontà dell’elettore prima del voto, che tendono a coartare la sua volontà e la sua libera scelta. Non è affatto “libero” un voto che non si può dare al partito che rappresenta le proprie idee e i propri interessi, se questo partito è escluso di fatto dalla “gara” maggioritaria, così che si è costretti a votare, con la pistola puntata alla tempia, solo per impedire che vinca e prenda tutto il peggiore fra i peggiori. E non è affatto conforme alla Costituzione un voto che sia richiesto per eleggere di fatto un/una Presidente del Consiglio, dato che la Costituzione ha disegnato una Repubblica parlamentare e non presidenziale (Art.92).
(6) La legge elettorale dovrebbe, per sua natura, essere affrontata considerando gli interessi generali della democrazia e non quelli dei propri partiti (mentre abbiamo assistito addirittura all’obbrobrio di leggi elettorali approvate col voto di fiducia al Governo!).
La storia dimostra tuttavia che pensare al proprio “particulare” quando si scrivono le leggi elettorali non porta affatto bene (l’esito finale dell’astuta impresa Occhetto-Segni, cioè il berlusconismo, dovrebbe insegnare qualcosa). Il PD e il centrosinistra hanno usato per anni lo sbarramento per impedire che sorgesse alla loro sinistra una rappresentanza parlamentare del conflitto sociale, cioè Rifondazione Comunista. Ora PD e centrosinistra dovrebbero capire che l’unica speranza di battere la destra consiste nel portare al voto la massa degli astensionisti, e che questo scopo, favorito dalla possibilità di accedere al Parlamento della sinistra radicale, è assai più importante che rubare un po’ di voti alla propria sinistra col ricatto dello sbarramento. Riusciranno a capire questa elementare verità, suffragata dai numeri?
Dunque l’ultima trincea è ora rappresentata dagli organi di garanzia previsti dalla Costituzione a propria tutela, la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica. Ma perché questi siano spinti a compiere il loro dovere, è necessario che si manifesti nel Paese un movimento forte e unitario, capace di superare esplicitamente la debolezza politica del passato che ci ha portato alla pericolosa crisi attuale. E non c’è più molto tempo.




