di Raul Mordenti –
In data 5 agosto, su “Il Foglio”, trovava spazio un pessimo articolo basato sulle dichiarazioni di uno degli esponenti in parlamento di Futuro Nazionale e relativo al confino di Antonio Gramsci a Turi, definendolo “villeggiatura”
Abbiamo chiesto ad un compagno autorevole com Raul Mordenti di replicare e inviato il testo che segue al direttore e ai caporedattori del quotidiano.
Non è stato pubblicato né ci sono giunte risposte in merito alla nostra ferma ma cortese richiesta.
Per tale ragione consideriamo doveroso metterlo a disposizione delle compagne e dei compagni del Partito.
Alessandro Natta commentò uno dei ricorrenti attacchi contro Gramsci e Togliatti, parlando di “una campagna triste e verminosa”.
Credo che possiamo fare nostre queste parole per commentare la scoperta di un esponente neo-fascista, l’on. Furgiuele, a proposito di Gramsci: “Ma quale carcere? a Turi era in villeggiatura.” Questa scoperta fa il paio con la definizione di “banda musicale” riservata dal sen. La Russa alle truppe di occupazione naziste fatte oggetto dell’azione di guerra partigiana di Via Rasella.
Questi eredi del fascismo trasformano in menzogna la vergogna (che pesa sulla loro tradizione).
In realtà le condizioni di salute di Antonio Gramsci, ben note a tutti e di certo a Mussolini, rendevano fin dall’inizio la carcerazione un tentato omicidio, un lento feroce intenzionale omicidio. Non per caso Gramsci ebbe a dire a Mauro Scoccimarro (nel loro ultimo incontro a conclusione del processo fascista): “Io ho l’impressione che non uscirò vivo dalla prigione”.
Già all’età di quattro anni, Antonio (Nino) per tre giorni di seguito soffrì di emorragie associate a convulsioni, secondo i medici avvisaglie di un’imminente morte, tanto che vennero comperati una piccola bara e un abito per la sepoltura (lo stesso Gramsci ricordò con ironia questo episodio dicendo di essere già morto una volta). Si manifestò anche Il morbo di Pott, una spondilite tubercolare, in cui il bacillo di Koch s’insinua nelle vertebre provocando fra l’altro la gibbosità. Anche per questo Nino andò alle elementari con un anno di ritardo e più tardi all’università dovette saltare una sessione di esami per i suoi gravi problemi di salute.
Molti anni dopo, quando Gramsci si recò a Mosca come rappresentante del PCI nell’Esecutivo dell’Internazionale, fu lo stesso Zinov’ev che, considerate le condizioni di salute di Gramsci, volle che si ricoverasse in un sanatorio. Lì il dirigente italiano rimase per sei mesi (e conobbe le sorelle Schucht).
Dopo l’arresto (del tutto illegale) e la condanna da parte del fascismo, una visita medica accertò condizioni di salute talmente gravi da trasformare l’originaria destinazione a Portolongone, sull’isola d’Elba, in un’assegnazione a Turi. Ciò non impedì il sadico trasferimento del prigioniero con i chiavettoni ai polsi e lo “sfogo di S. Antonio”, su e giù per l’Italia, da Roma a Napoli, da Napoli a Palermo, da Palermo a Ustica, e poi per il processo a Milano un viaggio in “traduzione ordinaria” durato 19 giorni (che Gramsci ricordò sempre con orrore).
A Turi, sembra su indicazioni dirette di Mussolini che seguiva personalmente il caso, non mancarono modalità che puntavano a “rendere la vita impossibile” a Gramsci, come l’assegnazione nella sua stessa cella di agenti provocatori e le ispezioni notturne con rumore di manganelli sbattuti sulle sbarre che rendevano impossibile il sonno del prigioniero, aggravando l’insonnia di cui soffriva.
Nel frattempo alla tubercolosi, all’uricemia e alla nevrosi si era aggiunta anche una piorrea espulsiva che comportò la perdita dei denti. Mussolini intanto si opponeva personalmente alla ripetute proposte di scambio di Gramsci con prigionieri in Russia, e anche alla mediazione vaticana del card. Pizzardo (che si recò a Turi ma senza che gli fosse permesso incontrare Gramsci).
Una grave crisi del 3 agosto 1931 con emottisi, febbre alta e perdita di coscienza, fa scrivere a Gramsci “leggo poco e penso meno (…) mi sento spappolato intellettualmente come lo sono fisicamente”. Una nuova crisi si manifesta il 7 marzo 1933, che il prigioniero descrive in una lettera del 14 marzo: “caddi a terra senza più riuscire a levarmi con mezzi miei”. Gli viene diagnosticata “anemia cerebrale e debolezza cerebrale”. Il 5 giugno scrive a Tania: “mi esaspera l’idea di aver subito una menomazione permanente come l’arteriosclerosi alla mia età e che ciò debba passar liscio”, e il 1 agosto scrive: Ho la memoria molto indebolita”. Stava forse riuscendo il disegno del fascismo, esplicitato dal PM al processo contro Gramsci, di “impedire a questo cervello di pensare”?
Solo le lunghe insistenze e le influenti amicizie dell’amico Piero Sraffa, riuscirono finalmente a far visitare Gramsci da uno specialista di chiara fama, il prof. Umberto Arcangeli, il 18 aprile 1933. Il certificato medico a proposito del “villeggiante” Gramsci è agghiacciante:
“Antonio Gramsci (…) è affetto da cifoscoliosi grave per il male di Pott, sofferto nell’infanzia; ha lesioni tubercolari del lobo sup. del polm. D per le quali ha sofferto emottisi due volte una delle quali in quantità notevole con febbre per alcuni giorni; è arteriosclerotico con ipertensioni arteriosa (Mx.190-Mn.100), è stato colpito (marzo 1933) da svenimenti con perdita di conoscenza protratta e in seguito da parafasia che ha durato alcuni giorni. Mostra anche senilità precoce, ha perduto molti denti, per il che non può masticare bene, soffre di cattive digestioni. Dall’ottobre 1932 ha perduto 7 kil. di peso, soffre d’insonnia ostinata con agitazione; per queste sofferenze non è più in grado di attendere allo studio ed allo scrivere come nel passato.
Concludendo, credo che per queste sue condizioni morbose il Gramsci non potrà a lungo sopravvivere nelle condizioni attuali; credo pertanto necessario alla sua salute il ricovero in un ospedale civile o in una clinica, a meno che sia possibile concedergli la libertà condizionata.”
Arcangeli scrive nell’aprile 1933 “credo che per queste sue condizioni morbose il Gramsci non potrà a lungo sopravvivere”, ma solo il 7 dicembre 1933 (otto mesi dopo quell’allarme!), sempre in stato di detenzione, fu ricoverato alla clinica Cusumano di Formia, e soltanto il 24 agosto 1935 (due anni e quattro mesi dopo l’allarme!), sarà ricoverato presso la clinica Quisisana di Roma, sempre coi carabinieri fuori la porta.
Solo nell’aprile del 1937 riacquistò la piena libertà ma pochi giorni dopo, il 27 aprile, morirà per emorragia cerebrale. Aveva 46 anni.
Concludendo: anche in considerazione del periodo estivo, ci sia permesso augurare di tutto cuore una ben meritata e lunga villeggiatura all’on. Furgiuele.




