Moderatrice: Un saluto a tutti i colleghi della stampa nazionale e della stampa estera accreditata nel Paese. Oggi si tiene la conferenza stampa del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, per presentare il rapporto sull’impatto del blocco degli Stati Uniti contro il nostro Paese. Ministro, in sala sono presenti 47 corrispondenti di 25 organi di stampa di 12 Paesi. Un saluto anche ai telespettatori e agli utenti di Internet. La conferenza viene trasmessa in diretta dalla televisione cubana, dalla radio cubana e sulle piattaforme digitali del Ministero degli Affari Esteri e della Presidenza. A Lei la parola.
Ministro: Sì, molte grazie. Vi saluto e apprezzo profondamente il fatto che condividiate questo momento con noi.
Il rapporto che tradizionalmente la Repubblica di Cuba presenta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, su sua richiesta, fornisce informazioni rigorose sui danni economici, commerciali e finanziari causati dal blocco del governo degli Stati Uniti contro Cuba.
In questa occasione desidero porre l’accento sul suo enorme impatto sulle persone, sulle famiglie cubane e, in definitiva, su tutto il nostro popolo, perché il blocco non punisce un governo: colpisce la vita quotidiana di un intero popolo in ogni suo ambito. È un atto di punizione collettiva. Lo si vede nei lunghi mesi trascorsi con appena due o tre ore di elettricità al giorno, o anche meno; negli alimenti che vanno a male; nel caldo che non lascia dormire; nei genitori che fanno aria ai propri neonati; nei bambini che svolgono i compiti scolastici nella penombra; nei giovani senza connessione a Internet o senza possibilità di svago; negli anziani senza televisione e, a volte, persino senza radio. Tutta la vita familiare ne risulta danneggiata.
L’Ordine Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti del 29 gennaio ha decretato il blocco dei combustibili, impedendone le forniture persino quando sono già state pagate, attraverso la minaccia di sanzioni; intimidisce e perseguita le compagnie proprietarie delle petroliere, minaccia le compagnie di navigazione e vieta loro di trasportare perfino parti e componenti destinati alle centrali termoelettriche o agli impianti fotovoltaici.
Una petroliera con 100.000 tonnellate di greggio consentirebbe di ridurre drasticamente i blackout per circa due settimane. Se potessimo importare olio combustibile e diesel per i gruppi elettrogeni, per i motori e i generatori della cosiddetta generazione distribuita, i blackout potrebbero essere ridotti al minimo, ma il blocco dei combustibili ne impedisce l’importazione. Abbiamo accelerato la trasformazione del mix energetico puntando sull’energia solare. Ora si minacciano le compagnie di navigazione affinché non trasportino neppure pannelli solari e batterie destinati ai nuovi parchi fotovoltaici, che abbiamo imparato a installare in appena 45 giorni.
La punizione si manifesta anche nelle settimane senza approvvigionamento idrico. Una fonte di approvvigionamento d’acqua funziona grazie a sistemi di motori elettrici che, ovviamente, si fermano durante un blackout. Anche una breve interruzione dell’elettricità li disconnette e sono poi necessarie diverse ore per ripristinare la pressione dell’acqua nelle condutture. Lo stesso accade con gli impianti di pompaggio, le stazioni di rilancio e i sistemi di rilancio della pressione nelle condotte. Questi sistemi sono protetti da gruppi elettrogeni, che però funzionano anch’essi con fuel oil o diesel che non ci viene consentito importare.
Il blocco ci priva di risorse. Non ci consente neppure di importare parti e componenti per questi gruppi elettrogeni. Ciononostante, lavoriamo intensamente per mobilitare i gruppi elettrogeni ancora in grado di funzionare e per garantire energia fotovoltaica ai sistemi di approvvigionamento idrico.
Il blocco energetico colpisce i neonati la cui sopravvivenza dipende dal funzionamento stabile di un’apparecchiatura medica, come per esempio un’incubatrice. E durante un blackout, quando il gruppo elettrogeno dell’ospedale smette di funzionare, i medici devono salvarli ricorrendo a tecniche manuali, ad esempio per sostituire la ventilazione assistita. Lo stesso vale per le persone in attesa di un intervento chirurgico, tra cui anche bambini. E sanno che il gruppo elettrogeno che garantisce il funzionamento della sala operatoria dipende anch’esso da un generatore che può avere problemi o trovarsi senza combustibile, o che dispone appena del combustibile necessario per continuare a funzionare. Si sono verificati episodi drammatici in cui è stato necessario portare a termine interventi chirurgici importanti con l’illuminazione di lampade ricaricabili o, in alcuni casi, con la luce dei telefoni cellulari del personale medico.
Le persone in attesa di un intervento chirurgico sanno che questo servizio è limitato proprio dalla mancanza di elettricità, dovuta soprattutto alla carenza di combustibile. È stato compiuto un grande sforzo, con risultati incoraggianti, per dotare di sistemi fotovoltaici gli ospedali, i policlinici e altri centri sanitari. Il blocco colpisce chi ha un malato in casa e incontra difficoltà a trasportarlo in ospedale, oppure chi ha un familiare che necessita di emodialisi e conosce le limitazioni, dovute alla mancanza di combustibile, del servizio di ambulanze e di altri servizi analogamente colpiti. Nonostante tutto, sono state acquistate ambulanze, viene garantito per esse un minimo di combustibile e viene assicurato il trasporto dei pazienti che necessitano di emodialisi.
Soffrono i genitori o i familiari che cercano con angoscia un farmaco indispensabile che potrebbe trovarsi in uno degli oltre 7.000 container ai quali le minacce del governo degli Stati Uniti contro le compagnie di navigazione impediscono di arrivare sull’isola, oppure che viene prodotto a Cuba ma le cui materie prime o forniture si trovano in uno di quei container.
I dati mostrano un aumento della mortalità infantile da 4 ogni 1.000 nati vivi nel 2018 a 9,9 nel 2025. Sono bambini, non numeri. Sono morti che non avrebbero dovuto verificarsi e che sono avvenute perché Cuba e il suo solido ed efficace sistema sanitario pubblico sono stati privati di risorse che spettano loro legittimamente.
Parliamo, per esempio, del sistema che deve assistere una donna incinta, curare un bambino malato e prestare assistenza a chi arriva al pronto soccorso. La sanità ha bisogno di risorse; i pazienti hanno bisogno di ricevere tempestivamente le cure che l’assedio energetico e le misure contro le compagnie di navigazione impediscono di far arrivare a Cuba.
La crudeltà della punizione collettiva si manifesta nelle migliaia e migliaia di cubane e cubani che ogni giorno devono affrontare enormi difficoltà per raggiungere il posto di lavoro a causa della mancanza di trasporto pubblico, perché il parco veicoli è praticamente paralizzato per mancanza di combustibile. Bambini, adolescenti e insegnanti devono spesso percorrere a piedi lunghe distanze per raggiungere le scuole, ma abbiamo acquistato e stiamo assemblando motocicli, tricicli e veicoli elettrici. Nonostante tutti questi danni, Cuba è riuscita nell’impresa di avviare l’attuale anno scolastico per i propri bambini con maggiori garanzie e migliori condizioni, in termini di universalità, equità e qualità, rispetto a quelle assicurate da Paesi latinoamericani o dagli stessi Stati Uniti nelle comunità a basso reddito.
Anche nelle condizioni estreme che la nostra economia sta affrontando, viene garantito ogni anno il finanziamento indispensabile per l’istruzione speciale dei bambini e dei giovani con disabilità uditive, psicomotorie o intellettive. Per una famiglia, quel finanziamento significa opportunità affinché il proprio figlio possa imparare, comunicare e partecipare. Il suo futuro vale più di una cifra in un bilancio statistico.
La riduzione dei redditi reali e l’aumento del costo della vita per le famiglie cubane, conseguenza dell’inasprimento ancora più estremo del blocco con l’Ordine Esecutivo del 1º maggio, provocano enormi sofferenze e angosce. Il blocco dei combustibili e le minacce contro le compagnie di navigazione provocano blackout, impediscono l’approvvigionamento idrico e colpiscono tutti i servizi alla popolazione. L’ostilità e l’aggressione investono ogni ambito della vita.
Non si tratta di “danni collaterali”, espressione anch’essa inaccettabile, della guerra criminale degli Stati Uniti contro Cuba. Sono le vittime di un disegno aggressivo, di un piano freddamente calcolato. Questo è l’obiettivo delle misure che vengono applicate. È una punizione collettiva contro i cubani per perseguire obiettivi politici. Il blocco punisce. Noi vogliamo vivere in pace. Punisce tutte le famiglie. Vogliamo che ci lascino in pace.
Il Presidente Donald Trump, l’8 gennaio 2026, rispondendo a una domanda sulla politica del suo governo nei confronti di Cuba, dichiarò, e cito: «Non credo che si possa esercitare molta più pressione, a meno di entrare e distruggere il posto». Il Segretario di Stato, che mentiva sistematicamente sostenendo che il blocco dei combustibili non esistesse, il 7 agosto dichiarò, e cito: «Non ci sono valvole di sfogo. Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per cercare di sottrarsi all’assedio, noi semplicemente lo blocchiamo». È lo stesso sentimento spietato e lo stesso spirito distruttivo che stanno dietro al genocidio perpetrato a Gaza. A Cuba è silenzioso, senza bombe, ma uccide anch’esso.
Ormai il governo degli Stati Uniti non riesce più a confondere né a disorientare. All’interno di quel Paese cresce la consapevolezza dell’abuso e aumentano le voci che ne chiedono l’immediata cessazione.
Il 27 e 28 ottobre prossimi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a esaminare il punto all’ordine del giorno intitolato «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba». Nonostante le straordinarie pressioni e intimidazioni esercitate dal governo degli Stati Uniti, dal suo Dipartimento di Stato, dalle sue ambasciate e missioni diplomatiche sugli Stati membri, il nostro popolo confida nel sostegno schiacciante della comunità internazionale alla richiesta di porre fine al blocco nella votazione che si terrà mercoledì 28 ottobre, intorno a mezzogiorno.
Il rapporto che presentiamo oggi, e che avete a disposizione nella sua versione integrale, comprende i danni causati dalla guerra economica contro Cuba tra marzo 2025 e febbraio 2026. Raccoglie esempi eloquenti, testimonianze strazianti e dati inconfutabili sui suoi effetti sulla nostra economia, sui diritti umani e sulla vita quotidiana delle persone.
Dietro ogni cifra c’è un volto umano; dietro ogni misura del blocco c’è una tragedia o un dramma familiare. I danni causati dal blocco tra il 1º marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 sono stimati in 8 miliardi e 83 milioni di dollari. È una cifra record, superiore al record dello scorso anno. In questo periodo, i danni causati dal blocco sono aumentati del 7% rispetto al livello record registrato un anno fa. I danni accumulati in questi decenni di applicazione del blocco ammontano a 178,700 milioni di dollari a prezzi correnti. È un altro record, superiore del 4,7% rispetto a quanto precedentemente comunicato.
Il rapporto stima che, in assenza del blocco, nel 2025 il PIL di Cuba a prezzi correnti sarebbe cresciuto in misura significativa. Questa stima riflette le opportunità perdute di rilancio del settore produttivo, delle nostre capacità di esportazione, di ripresa della nostra economia e delle possibilità di sviluppo sociale, proprio per effetto diretto della punizione collettiva. Essa provoca inoltre una riduzione della capacità del nostro governo di continuare a sviluppare e perfezionare le politiche sociali che fanno parte del nostro modello economico e sociale.
Il rapporto illustra, con dati e ampie spiegazioni, l’impatto esteso, complessivo, trasversale e profondo del blocco energetico in tutti gli ambiti della vita nazionale. Questa è una realtà che nessuno, se minimamente informato o semplicemente onesto, può affermare di ignorare. Bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe in qualsiasi altro Paese che avesse dovuto affrontare per oltre otto mesi un assedio energetico assoluto, equivalente a un blocco navale, che secondo il diritto internazionale costituisce un atto di guerra.
Quale Paese, in simili condizioni, sarebbe in grado di mantenere la pace, il consenso sociale, la stabilità, la partecipazione dei cittadini alla soluzione delle difficoltà e la sicurezza pubblica?
Di fronte a questa crudele sfida, Cuba lavora instancabilmente. Non si lascerà mai sconfiggere. Oggi affronta con enormi sforzi le necessità più urgenti della popolazione. Mantiene e intende migliorare le politiche sociali come massima priorità, senza lasciare nessuno privo di protezione.
Procederemo rapidamente e con determinazione nell’applicazione dei cambiamenti economici e sociali recentemente approvati dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che auspichiamo producano primi risultati nel breve periodo e consentano di migliorare le condizioni di benessere della nostra popolazione.
È necessario ricordare il disegno originale della politica dei governi degli Stati Uniti contro Cuba, contenuto in quell’infame memorandum interno del 1960 del Sottosegretario di Stato Lester Mallory, che afferma, e cito: «Impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba, privarla di denaro e rifornimenti, ridurne le risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo». L’attuale politica del governo degli Stati Uniti contro Cuba configura e integra gli estremi di un atto di genocidio secondo le convenzioni internazionali; riproduce quegli obiettivi e mira a provocare una catastrofe come quella dell’olocausto subito dal popolo cubano nell’ultimo decennio del XIX secolo.
Sotto la riconcentrazione imposta dal Capitano Generale Valeriano Weyler, Weyler e Lester Mallory sembrano reincarnarsi in alcuni politici statunitensi e in alcuni funzionari del Dipartimento di Stato.
Ogni giorno vengono rilasciate dichiarazioni terribili, non soltanto da funzionari governativi, ma anche da parlamentari ferocemente anticubani, da esponenti neofascisti ed estremamente conservatori della politica statunitense, dagli eredi degli aguzzini e dei ladri che si arricchirono durante la dittatura di Fulgencio Batista, da coloro che ritengono che la soluzione per Cuba sia la tutela degli Stati Uniti o da quanti pretendono di consegnare Cuba alle peggiori forze di Miami, che hanno sempre vissuto dell’industria anticubana.
Sono i politici che invocano la violenza, che proteggono azioni terroristiche, che istigano alla destabilizzazione di Cuba e che sollecitano continuamente il Presidente degli Stati Uniti a compiere un’aggressione militare diretta contro il nostro popolo.
Chiudere tutte le vie d’uscita economiche di un Paese significa soffocare un’intera popolazione e tentare, attraverso questo obiettivo, di provocare una crisi umanitaria mediante la punizione collettiva.
Non ci sarà una crisi umanitaria a Cuba perché il nostro popolo è profondamente solidale, comprende e possiede un’elevata consapevolezza delle cause dei problemi e delle sofferenze che affrontiamo, si mobilita collettivamente in stretta unità ed è protagonista dei cambiamenti che stiamo introducendo per rispondere ai problemi del passato e alla durissima congiuntura attuale, attraverso un aggiornamento e cambiamenti del nostro modello economico, sempre anche sociale, orientato alla giustizia sociale, all’uguaglianza delle opportunità e alla dignità delle cubane e dei cubani.
Non si tratta di un attacco contro un governo con il quale il vicino del Nord ha divergenze politiche; non è in alcun modo un atto di legittima difesa della principale potenza militare, nucleare, tecnologica ed economica del pianeta; non tutela alcun interesse nazionale né dei cittadini né degli imprenditori statunitensi; non rappresenta né risponde alla volontà, ai sentimenti o agli interessi dei contribuenti e degli elettori di quel Paese.
Non risponde neppure, in alcun modo, ai sentimenti e agli interessi dell’immensa maggioranza dei cubani residenti all’estero, in particolare di quelli che vivono negli Stati Uniti, né dei loro discendenti, che desiderano il meglio per le loro famiglie, per la loro nazione, per la loro patria.
Con queste politiche genocidarie, il governo degli Stati Uniti non reagisce ad alcuna minaccia insolita e straordinaria; eppure entrambi gli Ordini Esecutivi del 29 gennaio e del 1º maggio si fondano su questa incredibile calunnia. Non reagisce in alcun modo ad alcuna minaccia reale.
Cuba non è una minaccia, il blocco sì. Cuba non è in alcun modo una minaccia. Siamo un Paese di pace, vogliamo e meritiamo la pace.
In sintonia con la posizione largamente maggioritaria della comunità internazionale, lo ribadisco ora e lo ribadiremo alle Nazioni Unite: ponete fine una volta per tutte al blocco.
Lasciateci vivere in pace.
Moderatrice: Sì, Ministro, abbiamo ricevuto richieste di intervento da parte di tre organi di stampa presenti in sala.
La televisione cubana, il Canale Cubano di Notizie. Per favore, si presenti.
Giornalista: Roxana Arián, del Canale Cubano di Notizie.
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato in diverse occasioni che il suo governo ha stanziato 100 milioni di dollari in aiuti umanitari per il nostro Paese e che Cuba li avrebbe rifiutati. Può dirci quale sia la realtà riguardo a questi fondi e quale somma di denaro sia effettivamente arrivata nel nostro Paese?
Ministro: Mentono continuamente. L’offerta dei presunti 100 milioni di dollari in aiuti umanitari a Cuba fu resa pubblica, in maniera insolita, presso la Santa Sede, quando non ne erano a conoscenza né le Chiese cubane né il nostro governo.
Va ricordato che, dopo che il nostro governo aveva accettato e agevolato un aiuto umanitario di 3 milioni di dollari, la cui attuazione si è protratta molto nel tempo, in risposta ai danni causati dall’uragano Melissa, era stata formulata un’offerta di ulteriori 9 milioni di dollari. Una qualche oscura aritmetica del Dipartimento di Stato ridusse immediatamente questa cifra a 6 milioni di dollari, accettati da istituzioni religiose internazionali altamente riconosciute dalle Chiese a Cuba e dal nostro governo. Di quei 9 milioni, diventati poi 6, è stato effettivamente erogato poco più di un milione.
Posso dire che, per quanto riguarda quell’offerta di 100 milioni di dollari, rispetto alla quale in un determinato momento fonti credibili avevano affermato che sarebbero stati esclusi medicinali e alimenti, mentre altre avevano riferito che l’attuazione sarebbe stata rinviata fino alla fine dell’anno, posso informare che è stato effettuato l’invio di un pacco di generi alimentari e prodotti per l’igiene destinato a 700 famiglie cubane. Probabilmente hanno calcolato i prezzi secondo altri tassi, immagino, perché è difficile pensare che 700 pacchi destinati ad altrettante famiglie costino i 91.000 dollari che sostengono siano stati spesi.
Invito ancora una volta il governo degli Stati Uniti, e in particolare il Dipartimento di Stato, a dire quando inizierà concretamente l’erogazione di questi aiuti umanitari, se comprenderanno medicinali e alimenti, che costituiscono una vera priorità per il nostro popolo, e perché la loro attuazione richieda tanti mesi. Quando inizierà e, soprattutto, quando terminerà?
Naturalmente Cuba accetta sempre qualsiasi aiuto umanitario offerto da qualunque parte del pianeta, nel rispetto delle prassi internazionali e delle norme di cooperazione e assistenza umanitaria riconosciute dalle Nazioni Unite, che escludono sempre e completamente qualsiasi condizionamento o manipolazione politica, perché nessuno deve trarre profitto politico dal bisogno o dalla sofferenza, e che escludono naturalmente anche qualsiasi formula lesiva della sovranità nazionale.
Posso dire che il governo cubano è in stretto contatto con le Chiese cubane che parteciperanno alla distribuzione di questi aiuti e fornirà loro tutto il sostegno necessario affinché tale distribuzione sia rapida ed efficace. Spero che il Dipartimento di Stato faccia qualcosa.
Moderatrice: Abbiamo anche una domanda dell’agenzia AP.
Giornalista: Buongiorno, o buonasera, Ministro. Andrea Rodríguez, dell’agenzia di stampa AP.
Signor Ministro, nelle ultime settimane abbiamo sentito parlare moltissimo di colloqui, dialoghi: sì, no, ci siamo incontrati, non ci siamo incontrati. Potrebbe dirci ufficialmente ed esattamente a che punto si trovano questi colloqui con gli Stati Uniti, ammesso che siano reali? Esiste un’agenda o quale sarebbe la tabella di marcia per sbloccare questa situazione che dura ormai da molti mesi? A questo proposito, vorrei anche sapere se le autorità statunitensi vi abbiano fatto pervenire qualche tipo di commento sulle 176 misure, sull’approvazione delle 176 misure, alcune delle quali prevedono aperture nella stessa direzione — al di là delle motivazioni che Cuba possa avere — delle richieste statunitensi di una maggiore apertura.
E una precisazione, mi scusi. Lei ha appena parlato di circa 8 miliardi di dollari di perdite in un anno, ma il periodo considerato arriva fino a febbraio. Vale a dire che comprende soltanto un mese dell’attuale assedio energetico. Quanti milioni di dollari aggiungerebbe e quale sarebbe la proporzione corrispondente a questi sei mesi, che sono stati i più drammatici e quelli in cui si è maggiormente intensificato l’assedio energetico e finanziario che Cuba sta vivendo? Grazie.
Ministro: Come è stato detto, vi sono stati colloqui con il Dipartimento di Stato. Le comunicazioni in questo senso proseguono. Tali colloqui non mostrano avanzamenti né progressi, a causa della mancanza di volontà del governo degli Stati Uniti.
Cuba ribadisce di essere disposta a proseguire tali colloqui sulla base del diritto internazionale, senza precondizioni, nel rispetto dell’uguaglianza sovrana e in condizioni di assoluta parità, sulla base del rispetto reciproco e del beneficio reciproco per i nostri popoli, senza ingerenze nei nostri affari interni.
Non vi sono state e non vi sono in questo momento negoziazioni, né esistono agende o tabelle di marcia. Posso dire che manteniamo la disponibilità a proseguire questi contatti, nonostante la mancanza di progressi.
Non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale del governo degli Stati Uniti sui cambiamenti economici e sociali recentemente decisi dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. Non vi sono state dichiarazioni di questo tipo e, a dire il vero, non ve n’è alcun bisogno, perché tali cambiamenti riguardano l’esercizio delle prerogative sovrane della Repubblica di Cuba, che risiedono in maniera inalienabile ed esclusiva nel popolo cubano.
Riceviamo invece costantemente segnali e domande da ampi settori della società statunitense, da singole persone, da cubani residenti in quel Paese, da imprenditori e aziende, uomini e donne d’affari, persone di buona volontà, membri del Congresso degli Stati Uniti e politici di diversi Stati, profondamente interessati a conoscere meglio e a capire come poter cogliere le opportunità che si aprono per ampliare i rapporti commerciali, di cooperazione e di investimento. E soprattutto mettono a confronto l’ampiezza di queste trasformazioni con l’inasprimento dell’assedio energetico e della persecuzione contro le compagnie di navigazione che trasportano forniture a Cuba. E ci chiedono come potrebbero farlo in simili circostanze.
Ci colpisce che ci chiedano sistematicamente che cosa contengano gli oltre 7.000 container, se tali container siano già stati pagati, se siano oggetto di rapporti contrattuali e di contratti firmati con compagnie di navigazione internazionali e quali siano gli enti cubani che hanno commissionato quelle merci. E rimangono sorpresi quando diciamo loro che la maggior parte di questi carichi è stata commissionata da piccole e medie imprese private cubane; che la maggior parte delle merci consiste in alimenti, medicinali e dispositivi medici; e che, ovviamente, si tratta di merci precedentemente ordinate e pagate secondo le regole universalmente accettate del commercio internazionale. Ed è questa politica di strangolamento energetico, impropria di una situazione di pace perché costituisce un atto di guerra, a colpire la libertà di commercio e la libertà di navigazione. E il terzo elemento?
Il calcolo che ho presentato qui è un calcolo rigoroso, basato su una metodologia conforme agli standard internazionali, che diversi anni fa fu sottoposta a verifica da una commissione del Congresso degli Stati Uniti, la quale la dichiarò conforme alle pratiche contabili internazionali e metodologicamente rigorosa.
Questa cifra non comprende i danni causati dall’assedio energetico né quelli derivanti dalle sanzioni secondarie, poiché gli effetti dell’Ordine del 29 gennaio cominciarono a manifestarsi già dalla settimana successiva.
Pertanto, cercheremo di chiudere quanto prima le statistiche relative a quest’anno, ma ci atteniamo alla rigorosa metodologia stabilita dagli organismi cubani competenti in materia di statistica economica e alla metodologia prevista dalla risoluzione dell’Assemblea Generale, che chiede al Segretario Generale di riferire sullo stato di attuazione della risoluzione — o, potremmo dire, sul suo mancato rispetto — e gli richiede informazioni su questi aspetti. Non abbiamo voluto modificare tale metodologia, ma posso anticipare che i danni di questi mesi sono molte volte superiori a quelli registrati nel periodo precedente.
Moderatrice: Ministro, un’ultima domanda da Alma Plus.
Giornalista: Grazie. Nora Becerril di Alma Plus TV.
I recenti Ordini Esecutivi emanati da Washington definiscono Cuba una minaccia alla sicurezza nazionale e, inoltre, inaspriscono l’assedio energetico, come si è detto nel rapporto. Come risponde Cuba a questa definizione? Come risponde a tutto ciò? E quanto considerate reale la minaccia di un’azione militare diretta?
Ministro: Mentono, mentono continuamente. Per questo la politica di aggressione e di blocco contro Cuba provoca un isolamento e un discredito internazionali così profondi per il governo degli Stati Uniti.
Se non fosse una minaccia reale, se non fosse una minaccia all’esistenza di Cuba — cosa che noi prendiamo sempre molto sul serio —, se non fosse una minaccia che non si basa soltanto sulla retorica, ma anche sulle testimonianze di numerose fonti autorevoli, analisti ed enti non governativi statunitensi che presentano prove del fatto che il governo degli Stati Uniti sta compiendo reali preparativi militari; quando si ascoltano il Presidente, il Segretario di Stato o, molto recentemente, il Segretario alla Guerra affermare che un’aggressione militare diretta contro Cuba rientra tra le opzioni sul tavolo del Presidente degli Stati Uniti, è evidente che tale minaccia debba essere presa sul serio. E ciò alla luce dell’esperienza di Cuba in materia e dell’esperienza di tutti coloro che, nel pianeta, hanno subito e continuano oggi a subire non soltanto la distruzione dell’ordine internazionale, ma anche la proliferazione di aggressioni che vanno oltre le misure coercitive unilaterali, nonché il moltiplicarsi dei conflitti e delle guerre che il governo degli Stati Uniti ha combattuto o combatte ancora oggi.
Pertanto, il nostro popolo e il nostro Stato prendono molto seriamente queste minacce e si preparano a difendere con determinazione, fino in fondo, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale.
Ma anche se non si trattasse di una minaccia di tale portata, e benché speriamo che essa non si concretizzi mai, perché provocherebbe un vero bagno di sangue, perché causerebbe perdite di vite non soltanto tra le cubane e i cubani, ma anche tra giovani statunitensi che verrebbero mandati a combattere una guerra che non vogliono, che non appartiene loro e che non risponde al benché minimo interesse nazionale né dei cittadini né del popolo statunitense. Ed è chiaro che difenderemo, con la stessa determinazione dimostrata in passato, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale.
Allo stesso tempo, però, il nostro Stato e il nostro governo lavorano attivamente nell’ambito delle nostre politiche economiche e sociali per rispondere ai problemi strutturali della nostra economia, ai problemi accumulati negli ultimi decenni e all’effetto di strangolamento provocato oggi dall’assedio energetico che, lo ripeto, equivale a un blocco navale e costituisce un atto di guerra. Il nostro popolo è quindi oggi impegnato con il massimo sforzo ad affrontare le difficoltà e a risolverle attraverso la partecipazione e il contributo di tutti.
Moderatrice: Molte grazie. Grazie davvero. Con questo si conclude la conferenza stampa.
(Traduzione non ufficiale a cura di ANAIC e EmbaCuba-Italia)




