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I DISOCCUPATI E LO STATO

Breve nota sulle lotte per il lavoro a Napoli –

di Rino Malinconico –

  1. Ieri, 15 settembre, a Napoli c’è stata una bella dimostrazione di come si possa parlare in modo lineare e chiaro dell’interesse pubblico e dei diritti degli individui. Non si è obbligati per forza al linguaggio mellifluo e tendenzialmente bugiardo che caratterizza i politici di mestiere e i giornalisti mainstream. A prendere la parola sono state donne e uomini che tutti i giorni sono alle prese con la precarietà del lavoro e della vita, e che però hanno osato alzare la testa e non vogliono più starsene davanti ai potenti col cappello in mano. Sono persone che hanno lottato, e lottano, con determinazione e intelligenza: non soltanto per migliorare la propria condizione materiale di vita ma anche nell’interesse generale della loro grande, bella e martoriata città. Essi insistono, infatti, sul lavoro di pubblica utilità in quanto leva decisiva per costruire un futuro degno per tutte e tutti.
    Ed è proprio questo l’elemento che non va giù a chi ragiona in termini di puro profitto e tornaconto personale e a chi è troppo abituato a guardare tutti dall’alto in basso. In sostanza, è un vero e proprio odio di classe verso “i poveri” a spingere quelli che vivono in condizioni più o meno agiate, o addirittura di privilegio, a giudicare con astio i disoccupati organizzati di Napoli e a coprirli di insulti e bugie sui giornali e nel chiuso delle istituzioni. Ma la loro unica, innegabile colpa è che si sono ribellati al destino di miseria e soggezione stabilito dalle regole dell’attuale sistema sociale.
  2. Davanti al portone di Santa Maria la Nova, che è anche una delle sedi più note della Città Metropolitana, i disoccupati organizzati hanno tenuto, dunque, una conferenza stampa di chiarificazione sulla loro vertenza. Chiarificazione necessaria, perché nelle settimane passate figure istituzionali di lungo corso e giornalisti di varia caratura hanno cercato in tutti i modi di gettare fango su una lotta che va avanti da quasi 12 anni. Non serve ripercorrere qui l’intera vicenda poiché la conferenza stampa, trasmessa in diretta sulle pagine social del Movimento 7 Novembre e reperibile facilmente in rete (https://www.facebook.com/disoccupati7novembre), ha chiarito certosinamente tutto ciò che andava chiarito – ovvero che le rivendicazioni dei disoccupati sono sempre state alla luce del sole e che non c’è alcun ragionevole motivo per non stipulare i contratti con i poco più di 1200 uomini e donne aventi diritto.
    Mi limito, perciò, a sottolineare che la platea dei 1200 è stata definita progressivamente con protocolli firmati da tutte le istituzioni (Prefettura, Comune e Regione) ed era già in procinto, fin dall’estate 2025, di essere avviata al lavoro nelle attività di interesse pubblico previste da un apposito progetto statale. Si tratta, d’altronde, di persone che in questi anni hanno già svolto attività precarie e di tirocinio (sempre sotto controllo pubblico). E che, in aggiunta, si sono a più riprese impegnate in volontariato di pubblica utilità, hanno seguito corsi di formazione (per centinaia di ore) appositamente organizzati dalle istituzioni, sono già state impegnate in tirocini per mesi, si sono diligentemente sottoposte alle verifiche richieste dal bando e sono risultate, infine, in posizione utile per essere chiamate a una concreta attività di lavoro (che del resto è prevista solo a tempo determinato).
  3. Ma se le cose stanno così, perché ora l’iter sì è bloccato? Il punto decisivo da capire è che non è stata affatto una decisione spontanea delle istituzioni quella di emanare un bando per “lavori di pubblica utilità”. Al bando si è arrivati esattamente per la denuncia pubblica, l’insistenza sulle questioni e la forza della protesta. C’è stato, cioè, un duro braccio di ferro tra il movimento di lotta e le istituzioni. Prima ancora che rivendicare un lavoro quale che sia, i disoccupati hanno dovuto costruire una pressione gigantesca e prolungata affinché tutti prendessero atto dei bisogni reali di una metropoli complessa come Napoli e della necessità impellente di potenziare e tutelare i beni comuni, l’ambiente, i servizi e la vivibilità cittadina. In certo qual modo, si può dire che proprio l’iniziativa continua, decisa e avveduta del movimento ha indicato le necessità e i contenuti medesimi del progetto, costringendo con la mobilitazione le istituzioni a uscire dalla propria inerzia (nel migliore dei casi) e dalla logica affaristica (nei casi peggiori).
    È proprio perché c’è stato tutto questo che ci sono voluti 12 anni. Anzi, tutto il percorso è stato ininterrottamente attraversato da ritardi costruiti ad arte, da marce indietro malamente motivate e da strettoie burocratiche continuamente riproposte. Fino a quest’ultimo inciampo fabbricato con schizzi di fango del tutto inventati e col provocatorio tentativo di gettare ombre sulla composizione della platea, che i disoccupati hanno tenuto sempre pubblica e che comunque è stata più volte puntualmente verificata dalle stesse istituzioni.
  4. Io non voglio pensar male. È anche possibile che in questo caso le istituzioni non intendano procedere perché temono ci sia stata una qualche imprudenza, o addirittura un illecito, in uno dei molti passaggi burocratici. E se hanno questo timore, è bene che appurino come stanno le cose. Ma perché bloccare l’iter ormai avviato e anzi in fase di attuazione? Perché frustrare le aspettative e i bisogni di 1200 famiglie? Se dovesse venir fuori un qualche sbaglio burocratico, si tirino le conseguenze nei confronti dei responsabili. Ma che c’entrano i disoccupati? E soprattutto: perché si lascia girare la voce – maligna e completamente infondata – che dei fantomatici vulnus potrebbero annidarsi proprio nelle carte da loro presentate?
    Ma a dir la verità, io penso che sia molto più probabile che anche quest’ultimo ostacolo fuoriesca direttamente dal malanimo dei ceti privilegiati nei confronti del conflitto sociale. I partiti e i giornali che con loro sono in sintonia hanno uno spontaneo moto di repulsione nei confronti delle lotte che conseguano un sia pur limitato risultato. Sono molti anni che, nonostante i cortei, i picchetti e le mobilitazioni, le classi popolari non vincono. Non vincono, in particolare, le lotte dei disoccupati. E non è difficile immaginare quale dispiacere abbiano provato, per come stavano mettendosi le cose, coloro che traggono il loro status di potere proprio dalla soggezione dei ceti poveri. Del resto, se i disoccupati non vengono più a chiedere col cappello in mano, e se cominciano a capire che può esserci anche un’alternativa alle paghe di fame, e che si possono anche non subire le ingiustizie e si possono anche non ingoiare i bocconi amari, allora l’ordine costituito rischia veramente di andare sottosopra. Che poi, per noi comunisti, non sarebbe affatto un male. Anzi…

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