di Dino Greco –
Di libri su che Guevara sono piene intere biblioteche, eppure il libro di Sergio Dalmasso (Comandante Che Guevara, Redstar Press) mantiene un’originalità che merita di essere tenuta in conto. Non si tratta di particolari novità relative ai fatti, ormai ampiamente noti e dibattuti, e neppure dell’epopea guerrigliera, della narrazione mitica dell’eroe senza macchia che va ad accendere il “foco” ovunque ritenga esso possa attecchire, quanto dell’insistenza che l’autore pone su alcuni tratti del pensiero di Guevara che ne confermano l’attualità e, direi, la necessità. Parlo della coerenza assoluta, dell’amore incondizionato per la verità e la giustizia, dell’indisponibilità a compromessi quando questi ledono diritti fondamentali degli esseri umani, anche quando la fedeltà a questi principi comporta il prezzo personale più elevato.
Sotto questo punto di vista, il libro di Sergio Dalmasso è fra i quindici-venti testi che io considero “libri di formazione”, e che suggerirei vivamente ad ogni giovane che si apra alla vita con animo aperto e con generosità.
Per meglio spiegare cosa intendo, comincerò dal colloquio che Guevara ebbe con Jan Daniel, inviato del settimanale britannico-francese “L’Express”, ad Algeri, il 25 luglio 1963.
Ad un certo punto il Che pronuncia una frase di importanza cruciale, che illumina forse più di ogni altra, la caratura esistenziale del suo pensiero: “Il socialismo senza la morale comunista non mi interessa. Noi lottiamo contro la miseria, ma lottiamo al tempo stesso contro l’alienazione. Marx si preoccupava tanto dei fatti economici quanto della loro ripercussione sullo spirito. E definiva questa ripercussione: “fatto di coscienza”. Ebbene, se il comunismo non si preoccupa dei fatti di coscienza, potrà essere un metodo di distribuzione, ma non sarà mai una morale rivoluzionaria”. Quello che per Guevara è il punto non negoziabile di una vera rivoluzione è la costruzione di un nuovo tipo di essere umano, affrancato dalle scorie della società capitalistica. Per questo sostenne sempre con inflessibile caparbietà che il socialismo non potesse affermarsi unicamente trasformando la struttura economica della società perché lo scopo di un’autentica rivoluzione richiedeva in modo non negoziabile la creazione dell’ “hombre Nuevo”.
Il punto nodale per Guevara è la coscienza rivoluzionaria.
Quando nasce la coscienza, il primo atto di ribellione?
Albert Camus, il poeta della rivolta, nel 1951 scrive: “ Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no». Lo schiavo che ha sempre obbedito giudica d’un tratto inaccettabile un nuovo comando. Quel no indica una frontiera, qualcosa che non si è più disposti a subire, un limite oltre il quale non si può andare. Uno slancio improvviso porta l’uomo a rifiutare ordini e condizioni ripugnanti.
“L’uomo, sottolinea Camus, “è la sola creatura che possa rifiutare di essere ciò che è”: l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone ora gli tiene testa: “Mi rivolto, dunque sono”. Oppure il nostro grande Giuseppe Di Vittorio che un giorno disse:“la ribellione scatta quando il bracciante, l’operaio scoprono che il padrone non ti dà il lavoro ma che il padrone il lavoro se lo prende”.
Ancora Camus richiama il grido dostoevskiano di Karamazov: «Se non sono salvi tutti, a che serve la salvezza di uno solo!».
La ribellione contro l’ingiustizia, ecco la molla che per Guevara è essenziale; la ribellione e la generosità il cui onore sta “nel non calcolare nulla”: dando tutto al presente.
“Le battaglie non si perdono, si vincono sempre”, dirà più avanti. Perché già nell’atto di ribellarsi, comunque vada, si compie un primo passo nella conquista della propria libertà e della propria umanità.
Questo atteggiamento mentale accompagnerà Guevara in ogni fase del suo ingaggio rivoluzionario: quando combatterà nella Sierra Maestra e quando diverrà presidente del banco di Cuba; quando sarà ministro dell’industria e quando viaggerà in tutto il mondo come ambasciatore della rivoluzione cubana; quando difenderà le sue tesi relative all’edificazione del socialismo a Cuba, scagliandosi contro le degenerazioni che rischiano di trasformare la burocrazia in una classe sociale privilegiata, e quando tornerà a portare la guerriglia in Congo e poi in Bolivia.
“Se il partito non vince la sua battaglia contro la burocrazia – affermerà senza mezzi termini – finirà per burocratizzarsi esso stesso. E un partito che ristagna imputridisce”.
In quel periodo Guevara legge molto, da Marx a Lenin. Impressionante è l’analogia delle critiche che nel 1922 Lenin muoveva allo Stato sovietico, burocratico fino all’indecenza, “appena unto di olio sovietico” con un partito che veniva coincidere con lo Stato, generando accentramento burocratico e dispotismo gerarchico e privilegi di casta.
Fra il 1963 e il 1965 si apre a cuba un dibattito serrato su quale carattere avrebbe dovuto avere l’economia cubana.
Il dibattito rappresenta uno dei nodi teorici più importanti del marxismo del Novecento riguardo alla transizione al socialismo e alla gestione economica a Cuba. Al dibattito a cui partecipano Charles Bettelheim e Ernest Mandel dirigente della IV internazionale.
Il dibattito vedeva contrapposti due modelli di gestione delle imprese statali:
Il Sistema di Finanziamento di Bilancio (BFS): Sostenuto dal Che Guevara (e difeso da Mandel), considerava l’intera economia statale come un’unica grande impresa. Le fabbriche non compravano o vendevano tra loro, ma ricevevano fondi dal bilancio statale.
Il Calcolo Economico (Autonomia Finanziaria): Sostenuto da Alberto Mora (Ministro del Commercio Estero) e appoggiato dai consiglieri sovietici e da Bettelheim, prevedeva che ogni impresa pubblica fosse un’entità finanziariamente autonoma che vendeva i propri prodotti ad altre imprese, calcolando costi, ricavi e profitti.
Mandel sosteneva che nei settori socializzati (le industrie dello Stato) la legge del valore (cioè i meccanismi di mercato, i prezzi basati sulla scarsità e sul tempo di lavoro) dovesse essere progressivamente limitata e infine coscientemente eliminata. Secondo lui, i beni scambiati tra fabbriche statali non erano vere e proprie “merci” e la moneta all’interno del settore pubblico doveva fungere solo da unità di conto aritmetica, non da vero denaro.
La transizione al socialismo richiedeva che le decisioni economiche fossero prese tramite una pianificazione democratica e centralizzata basata sui bisogni reali, non sulla redditività finanziaria delle singole aziende. Lasciare troppa autonomia alle imprese avrebbe ricreato dinamiche capitalistiche.
Charles Bettelheim, economista marxista francese all’epoca vicino alle posizioni della pianificazione sovietica (e successivamente filocinese), criticò duramente l’approccio di Guevara e Mandel. Bettelheim argomentava che la legge del valore e le categorie mercantili (prezzi, profitti, moneta come mezzo di scambio) non possono essere abolite per decreto politico. La loro persistenza dipende dal livello di sviluppo delle forze produttive. Da questo faceva derivare che poiché lo Stato non ha una capacità di calcolo e controllo perfetta su ogni singolo processo produttivo, le singole fabbriche devono mantenere una reale separazione tecnica. Di conseguenza, i rapporti tra imprese devono essere regolati da scambi commerciali (compravendita) basati sul calcolo economico. Per Bettelheim, tentare di forzare la transizione eliminando la moneta e l’autonomia aziendale prima del tempo era un errore di “volontarismo”che avrebbe portato all’anarchia economica, a inefficienze e al crollo della produzione, danneggiando la rivoluzione stessa.
Lapidario il giudizio conclusivo di Guevara: “Vincere il capitalismo con i suoi vecchi feticci mi sembra un’impresa difficile”. Dopo la partenza del Che da Cuba la sua tesi viene abbandonata, accusata di volontarismo. Prevarrà il modello sovietico. La scelta sarà quella di eliminare la separazione tra organi statali e di governo e il partito.
Il 24 febbraio 1965, ad Algeri, Guevara partecipa al secondo Seminario economico di solidarietà afroasiatica. L’attacco di Guevara all’Urss è pesantissimo. I paesi socialisti – afferma – devono pagare un prezzo per l’aiuto dato ai paesi che si libera dal colonialismo nel nome dell’internazionalismo proletario. Non è accettabile che i rapporti fra di essi siano regolati dallo scambio diseguale per cui essi acquistano le materie prime a prezzi politici e vendono i prodotti finiti a prezzi di mercato.
Guevara arriverà a parlare di complicità del blocco comunista con quello capitalista e affermerà seccamente che l’Urss non è un paese comunista.
E’ aperta, ma plausibile, l’ipotesi che la misteriosa scomparsa del Che da Cuba nasca da un potenziale dissidio con Castro.
Cero è che ad un certo punto Guevara ritiene conclusa la propria missione a Cuba.
La fallimentare spedizione in Congo e la riflessione di Guevara sulla sconfitta: totale disorganizzazione: “I cubani combattono, gli africani fuggono”. La presenza di Guevara. e dei cubani nel paese africano viene rivelata al mondo. Nella lettera del Che: “Non possiamo liberare da soli un paese che non vuole lottare”. Ma ribadisce: “Si è rivoluzionari solo se si è disposti ad abbandonare tutte le comodità per andare a lottare in un altro paese”.
La lettera d’addio di Ernesto “Che” Guevara a Fidel Castro fu scritta l’1° aprile 1965, prima che il Che lasciasse Cuba per andare a combattere prima in Congo e poi in Bolivia. Castro la legge al CC del Pcc il 3 ottobre 1965.
I punti principali della lettera
I ricordi e le origini: Guevara ricorda quando si conobbero a casa di María Antonia e la convinzione che nella rivoluzione si vince o si muore.
La rinuncia agli incarichi: Il Che formalmente si dimette da tutti i suoi incarichi nel partito, da ministro, dal grado di comandante e rinuncia anche alla cittadinanza cubana onoraria, dichiarando che nessun vincolo legale lo lega più a Cuba.
La lettera ai figli: “Ma più di ogni cosa, imparate a sentire profondamente tutte le ingiustizie compiute contro chiunque, in qualunque posto al mondo. Questa è la qualità più importante di un rivoluzionario”.
Nella lettera a Fidel Castro: «Non lascio ai miei figli ed a mia moglie nulla di materiale e non mi infastidisce: sono contento che sia così. Non chiedo nulla per loro perché lo Stato darà loro quanto basta per vivere ed istruirsi».
La scelta di partire: Spiega che altre terre del mondo hanno bisogno del suo contributo di rivoluzionario, un compito che a Fidel è precluso a causa della sua responsabilità alla guida di Cuba.
La conclusione: saluta con la celebre frase: “Hasta la victoria siempre. Patria o muerte”.
La lettera viene letta pubblicamente da Fidel Castro il 3 ottobre 1965, durante la presentazione del comitato centrale del neonato Partito Comunista di Cuba.
all’inizio del 1965, il bilancio è negativo: sconfitta in Argentina e Perù, stallo in Venezuela, colpi di stato in Brasile e Bolivia.
Dopo l’assassinio di Patrice Lumumba in Congo (1961); tra il 1965 e il 1966: assassinio di Malcom X a New YorK, colpo di Stato militare in Indonesia, il pogrom contro il partito comunista (3 milioni di iscritti, il terzo del mondo), uno dei più terribili orrori del ventesimo secolo, un massacro fra 2 e 3 milioni di persone. In Algeria un colpo di Stato depone Ahmed Ben Bella: è la fine della fase più avanzata della rivoluzione algerina. La speranza di Guevara in un nuovo Vietnam africano subisce un duro colpo. A Parigi viene rapito, torturato e ucciso Medhi Ben Barka, artefice dell’indipendenza del Marocco.
Dalmasso dedica un intero capitolo alla figura di Camillo Torres.
Scriverà German Guzman, in Cattolicesimo e rivoluzione: “Nel continente che ha prodotto la Teologia della liberazione, T. è l’espressione compiuta di un radicalismo cristiano”.
Gian Mario Albani: dirigente lombardo delle Acli della quale rompe il collateralismo con la Dc candidandosi con il Pci (1968). Scriverà la prefazione al libro Camillo Torres, Liberazione o morte.
Fra il 3 e il15 gennaio 1966, all’Avana si svolge la prima conferenza della Tricontinentale. Vi partecipano 82 paesi. L’Urss è presente solo come osservatrice. Pervengono messaggi da ogni parte del mondo.
Castro alla Tricontinentale:
“Il movimento rivoluzionario può contare sui combattenti cubani in ogni angolo della terra. Come simbolo della solidarietà fraterna verso gli altri popoli che lottano per i quali sono disposti anche a versare il proprio sangue. Patria o morte. Vinceremo!”.
Queste espressioni così nette smentiscono qualsiasi ipotesi di un contrasto su questo punto fra il Che e Castro.
Castro sulla fossilizzazione del marxismo:
“Non ci può essere nulla di più antimarxista del dogma, della pietrificazione delle idee”. “Come è possibile rassegnarsi mentre vediamo settori del clero diventare forze rivoluzionarie e settori del marxismo trasformarsi in forze clericali?”
Guevara sull’esportazione della guerriglia: “Creare due, tre, molti Vietnam: è la parola d’ordine”. “Bisogna condurre la guerra fin dove la conduce il nemico: nella sua casa, nei suoi luoghi di divertimento. Bisogna renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un attimo di tranquillità, un attimo di respiro fuori dalle caserme e dentro: attaccarlo in qualunque luogo si trovi… Allora il suo morale si abbasserà”.
Il giudizio del Che sulla coesistenza pacifica: “Può esserci coesistenza pacifica fra Stati, non fra sfruttatori e sfruttati”.
La scelta della Bolivia. Il dissidio (non ricomponibile) col segretario del Pcb Mario Monie.
Haidee Tamara Bunke Bilder
Totale isolamento dai contadini. Non uno di loro si unirà alla guerriglia.
Il diario del Che.
La Higuera. La cattura e l’assassinio a freddo del Che
L’ordine finale di esecuzione fu dato formalmente dal presidente della Bolivia, René Barrientos, d’intesa con l’Alto Comando delle forze armate boliviane (guidato dal generale Alfredo Ovando Candia). Barrientos voleva evitare un processo pubblico che avrebbe potuto dare risonanza internazionale al Che e trasformarlo in un martire politico all’interno del paese.
La CIA e gli agenti sul campo (Félix Rodríguez): Sul posto, nel villaggio di La Higuera, era presente l’agente della CIA di origine cubana Félix Rodríguez. Rodríguez ricevette il codice via radio da La Paz che confermava l’ordine di esecuzione (“500-600”, dove 500 era il codice per il Che e 600 quello per l’uccisione). Sebbene le direttive ufficiali di Washington (gestite alla Casa Bianca dal consigliere Walt Rostow) preferissero mantenere il Che in vita per interrogarlo a Panama, la CIA diede il via libera finale per assecondare la ferma volontà del governo boliviano di eliminare il prigioniero.
L’ordine di procedere fu trasmesso a La Higuera la mattina del 9 ottobre, stabilendo inoltre di non colpire il Che al volto per simulare che fosse morto a causa delle ferite riportate in combattimento. L’esecuzione venne materialmente eseguita dal sergente boliviano Mario Terán.
18 ottobre 1967: Castro annuncia la morte di Guevara: il discorso (p.251).
Jean-Paul Sartre definì Ernesto “Che” Guevara “l’essere umano più completo del nostro tempo” nel dicembre del 1967, a circa due mesi di distanza dalla morte del rivoluzionario, avvenuta in Bolivia il 9 ottobre dello stesso anno.
La celebre definizione fu rilasciata da Sartre durante un’intervista con l’agenzia di stampa cubana Prensa Latina, incentrata sui lavori del Tribunale Bertrand Russell (di cui il filosofo faceva parte) e sulla figura di Guevara.
La citazione completa spiega le motivazioni profonde del giudizio del pensatore esistenzialista:
“Voi conoscete la mia ammirazione per Che Guevara. Penso che effettivamente quest’uomo non sia stato solo un intellettuale, ma l’uomo più completo del suo tempo. È stato il combattente, il teorico che ha saputo trarre dalla battaglia, dalla sua stessa lotta e dalla sua esperienza, la teoria per continuare a lottare.”
Sartre e la compagna Simone de Beauvoir avevano conosciuto personalmente il “Che” nel febbraio del 1960, durante un viaggio all’Avana in cui rimasero profondamente colpiti dalla sua instancabile etica del lavoro, dalla sua cultura e dalla coerenza assoluta tra pensiero e azione. La frase fu successivamente raccolta nel volume antologico di tributi ¡Viva Che! pubblicato nel 1968.
Frei Betto (Teologia della Liberazione) a 10 anni dalla morte di Guevara: “Pensavano i tuoi boia, che seppellendo pallottole nel tuo corpo – dopo che ti avevano catturato vivo – avrebbero condannato la tua memoria all’oblio. Ignoravano che, al contrario di quello che succede con gli egoisti, gli altruisti non muoiono mai. I sogni libertari non possono essere confinati in gabbia come uccelli addomesticati (…) Il tuo spirito oltrepassa le frontiere dell’Argentina, di Cuba e della Bolivia e, appello ardente, ancora oggi infiamma il cuore di molti”.





