(documento approvato dal CPN di Rifondazione Comunista il 18 gennaio)
La politica Trump verso il fascismo aperto
La situazione politica globale è segnata dalla crescente aggressività e violenza che emana dall’amministrazione di Trump. Questa si rivolge al mondo con il rifiuto di rispettare qualsiasi norma consolidata di diritto internazionale, l’applicazione di dazi e sanzioni come strumenti di guerra, atti di vero e proprio brigantaggio imperialista che rappresenta una minaccia per tutti i popoli e per l’umanità nel suo complesso.
La stessa violenza si registra all’interno, con l’uso dell’ICE, la polizia cha come compito di perseguire gli immigrati, ma che è ormai diventato un vero e proprio corpo militare separato che risponde direttamente a Trump e ai sui affiliati alla testa dell’Amministrazione USA.
Tutti gli strumenti di bilanciamento e di garanzie di equilibrio dei poteri che sono sempre stati vantati dalla retorica liberale nordamericana come esempio di una forma di democrazia compiuta e presentata come l’esito finale della storia dell’umanità dopo la sconfitta del socialismo e del comunismo, si dimostrano inconsistenti in presenza di un potere che si rivendica come assoluto.
La politica dell’Amministrazione USA si presenta oggi come una vera e propria forma di “fascismo del 21° secolo”, ed è anche il braccio armato del grande capitalismo oligarchico che non accetta più alcun vincolo o limitazione al proprio potere di appropriazione della ricchezza prodotta socialmente. Se l’Amministrazione Biden si muoveva anch’essa dentro una logica di difesa dell’imperialismo Usa e di rilancio della sua egemonia è del tutto evidente che la logica imperialista messa in campo da Trump si esercita con una brutalità e un ricorso alla forza che non ha precedenti.
Vengono smentite le letture semplicistiche sulla base delle quali il capitalismo e le forze politiche che lo rappresentano sono un unico blocco compatto, in cui tutti si equivalgono e che il successo di una destra apertamente autoritaria e reazionaria non cambierebbe nulla.
La politica trumpiana, come quella di Netanyahu sullo stesso solco, rappresenta oggi un punto di riferimento per tutta l’ultraadestra globale e ne anticipa e ne rafforza le tendenze alla soppressione progressiva di tutte le forme di libertà e democrazia, frutto in larga parte delle conquiste del movimento operaio, comunista e socialista, dei movimenti di liberazione nazionale e dei movimenti sociali anti-sistemici.
Una vera e proprio regressione di civiltà che non può essere interpretata come un semplice alternarsi di forze politiche sempre identiche, con una visione settaria che comuniste/i e le forze popolari e democratiche hanno pagato a caro prezzo in altri momenti storici. Per questo la prospettiva che noi indichiamo, ovvero lavorare per la cacciata della destra dal governo in Italia, diventa una necessità ancora più evidente, pur nella consapevolezza delle profonde differenze politiche, sociali e programmatiche che restano in campo tra noi comuniste/i e anticapitaliste/i e gran parte dell’opposizione.
La Carta delle Nazioni Unite è uno dei frutti preziosi della vittoria sul nazifascismo. La difesa del diritto internazionale è una trincea su cui giudicare l’operato dei governi di tutto il mondo.
A GAZA IL GENOCIDIO CONTINUA, LA CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI
A Gaza il genocidio continua mentre l’occhio mediatico si è spostato altrove. Nonostante il cessate il fuoco, i palestinesi continuano a essere uccisi, mentre Gaza rimane sotto assedio e l’UNRWA viene smantellata, mentre le famiglie lottano per la sopravvivenza. Questa non è pace: è una punizione collettiva, e il silenzio la rende possibile. Non solo l’esercito israeliano continua a uccidere, ma la popolazione sopravvissuta ai bombardamenti è ora vittima dell’inverno, dell’impossibilità di sufficiente accesso degli aiuti, o dagli attacchi sistematici operati dall’esercito sionista di scuole, ospedali, case, impianti elettrici e di fornitura idrica. A Ong e giornalisti viene ancora negato l’accesso, mentre il governo di Netanhyau toglie a 37 delle più grandi Ong internazionali la possibilità di continuare a lavorare revocando loro le autorizzazioni. In Cisgiordania il terrorismo dei coloni, spalleggiati dall’esercito, non solo miete vittime ma proseguono la confisca delle terre, l’abbattimento degli ulivi, la distruzione delle abitazioni, rendendo ancora più duro il regime di apartheid.
Quello che Trump ha chiamato “piano di pace”, che chi vive nelle zone occupate o sottoposte a genocidio, ha dovuto subire, è un piano di dominio coloniale. Il “Consiglio per la Pace” per Gaza annunciato da Trump è un Consiglio per l’Occupazione, un ennesimo sopruso contro i legittimi diritti del popolo palestinese.
Non possiamo non registrare l’affievolirsi del movimento di solidarietà con la Palestina, dopo le giornate straordinarie di settembre e ottobre.
Lavoriamo per rilanciare la mobilitazione e le campagne. Innanzitutto va denunciato che in questi mesi si è cercato di colpire il movimento con iniziative repressive che identificano ogni forma di sostegno alla causa palestinese con il terrorismo. Va contrastata l’approvazione di progetti di legge che attraverso una definizione strumentale di antisemitismo mirano a criminalizzare le critiche a Israele e la solidarietà con la Palestina. Va rilanciata la campagna BDS contro l’apartheid, la pulizia etnica e il genocidio messi in atto da Israele. È fondamentale dare la più ampia diffusione alla campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e dei prigionieri politici palestinesi che, con la costituzione dei comitati a livello territoriale, deve favorire la ripresa di un terreno di lavoro unitario. Nei prossimi giorni sarà presente in Italia la moglie di Marwan e questo consentirà di dare il più ampio rilievo all’avvio della campagna. Sosteniamo la raccolta firme per l’ICE che richiede la sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in considerazione delle violazioni dei diritti umani.
Rifondazione Comunista ha costruito attraverso l’incontro con l’OLP un momento importante di confronto su una piattaforma politica.
DIFENDIAMO IL ROJAVA
Desta poi preoccupazione la situazione che registriamo in Siria, dove il nuovo regime guidato dall’islamista Abū Muḥammad al-Jawlānī, sostenuto dalla Turchia, ha ricevuto la piena legittimazione occidentale e costruito un vasto sistema di alleanze internazionali (dalla riapertura di canali con la Russia, alla benedizione di Arabia Saudita, Turchia ed EAU, fino all’incontro con Trump). Nel silenzio totale dei media, sono in corso attacchi militari contro quartieri curdi a Aleppo e l’autogoverno democratico del Rojava. Rifondazione Comunista ribadisce il proprio sostegno al movimento di liberazione curdo e alle sue esperienze di confederalismo democratico. Sosteniamo la campagna per la liberazione del Presidente Abdullah Ocalan e sosteniamo la sua proposta di pace e democratizzazione della Turchia e della regione che mette al centro la liberazione e il protagonismo delle donne.
LA SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO IRANIANO CONTRO OGNI INTERVENTO IMPERIALISTA
Rifondazione Comunista esprime solidarietà al popolo iraniano che protesta contro la repressione del regime teocratico, per i diritti democratici e sociali. In queste settimane, in Iran si è sviluppato un ampio movimento di protesta contro le politiche economiche e sociali del regime iraniano che ha investito la stessa legittimità della teocrazia autoritaria che governa il paese dai primi anni ’80 dopo aver conquistato il potere reprimendo tutte le forze laiche, popolari, democratiche e di sinistra che avevano lottato contro lo Shah.
Nelle mobilitazioni sono confluite anche diverse motivazioni a partire da quelle legate alla crisi economica e sociale. In parte sono state riprese anche le rivendicazioni del movimento “Donna, Vita, Libertà” che avevano animato un precedente ciclo di proteste, dopo l’assassinio di Masha Amini, che hanno costretto il regime ad allentare, ma non a rimuovere completamente, le misure oppressive rivolte alle donne iraniane.
Al di là delle singole rivendicazioni, il movimento ha assunto una dimensione di contestazione e rivendicazione democratica contro il regime che in questi anni ha continuato ad applicare misure repressive, a partire da quelle contro il sindacalismo indipendente e le lotte dei lavoratori, e a obbligare alla clandestinità tutte le forze politiche comuniste, di sinistra, democratiche, nazionaliste e laiche. La repressione ha colpito anche le minoranze etniche presenti nel paese a partire da quella curda.
Il Partito Tudeh (comunista), che ha pagato duramente la persecuzione da parte del regime, ha espresso il proprio pieno sostegno alla mobilitazione popolare e alle rivendicazioni.
Non è possibile, dato il blocco di internet e delle comunicazioni, conoscere esattamente l’andamento della mobilitazione popolare e soprattutto la drammaticità raggiunta dall’azione repressiva, ma le stesse fonti del regime parlano di centinaia di morti. Nelle manifestazioni pare che si siano inseriti gruppi – anche infiltrati diretti dal Mossad – che tentano di portare lo scontro sul terreno di una violenza che favorisce la stessa repressione, ma questo non cambia l’essenza del movimento che rivendica cambiamenti democratici, economici e politici profondi né la natura del regime. La violenza e la brutalità hanno caratterizzato un regime che ha costantemente trattato il dissenso di massa come una minaccia alla sicurezza da reprimere piuttosto che come una richiesta politica da affrontare. Questa repressione non può essere giustificata o minimizzata.
Come ha scritto Francesca Albanese, “le persone hanno il diritto di esprimere liberamente il proprio dissenso, ovunque si trovino, senza temere per la propria sicurezza” rilanciando il rapporto sull’Iran del relatore ONU per i diritti umani.
La nostra solidarietà al popolo iraniano non fa venir meno il nostro impegno antimperialista e contro il tentativo statunitense di utilizzare anche i conflitti interni ai vari paesi per giustificare aggressioni, accaparramento delle risorse di cui dispongono e per soggiogare i governi ai loro interessi.
Per Washington e per Israele, l’Iran non è mai stato una questione di diritti umani. Ciò che anima la politica statunitense e israeliana non è l’indignazione per la repressione, ma l’ostilità verso uno Stato avversario che resiste al loro predominio regionale, persegue capacità missilistiche e nucleari e sfida il potere israeliano. Trump lo rende spudoratamente esplicito. Il suo interesse non è il modo in cui gli iraniani sono governati, ma il rovesciamento delle politiche iraniane che limitano la libertà d’azione di Stati Uniti e Israele.
I responsabili del genocidio del popolo palestinese non fanno guerre per la democrazia e i diritti umani ma per imporre il proprio dominio imperialista. Non c’è mai stata una seria intenzione di proteggere le/i manifestanti democratici iraniani. Sono stati strumentalizzati, con modalità – come gli annunci sulle infiltrazioni del Mossad – che hanno fornito al regime iraniano esattamente ciò di cui ha bisogno per giustificare la violenza e screditare il dissenso.
Di fronte al tentativo di Israele e degli Stati Uniti di utilizzare le proteste per imporre la propria agenda e il ritorno di una monarchia condannata dalla storia e che si propone come vassallo di Washington e Tel Aviv alla guida dell’Iran, il Tudeh, tutte le diverse formazioni dell’opposizione e della resistenza, il movimento ‘Donna Vita Libertà”, hanno rivendicato il diritto del popolo iraniano a seguire il proprio, autonomo, percorso di liberazione.
Tutte le componenti dell’opposizione e della resistenza al regime islamico – tranne l’erede della sanguinaria dittatura dello Shah sponsorizzato da USA e Israele – si sono ripetutamente dichiarate contro una guerra che avrebbe conseguenze devastanti per il popolo iraniano.
Coerente con la propria visione internazionalista e i propri principi fondativi, il Partito della Rifondazione Comunista ha espresso la propria solidarietà con la mobilitazione del popolo iraniano e il sostegno alle posizioni assunte dalle forze comuniste, di sinistra, democratiche e femministe iraniane. Al tempo stesso abbiamo detto no agli interventi militari di USA e Israele. Una posizione condivisa dalle formazioni comuniste e di sinistra radicale in Europa.
Condividiamo l’appello alla mobilitazione in tutta Italia di Rete Pace e Disarmo e della convergenza Stop Rearm Europe di cui facciamo parte.
Rifondazione Comunista co-promuove e partecipa a manifestazioni a sostegno delle proteste pacifiche del popolo iraniano soltanto se viene espresso con chiarezza il no a qualsiasi intervento militare di USA e Israele.
Non vogliamo che si ripeta quanto accaduto in Iraq, Libia e altri paesi con società e città letteralmente distrutte dai bombardamenti occidentali in nome della democrazia. Non partecipiamo a manifestazioni a sostegno del figlio dello Shah di Persia, di Netanyahu e Trump.
Critica del “campismo”
Esprimiamo la nostra preoccupazione per il diffondersi di letture meramente geopolitiche, secondo le quali, i conflitti tra Stati debbano essere la bussola principale di giudizio nel valutare i movimenti di lotta all’interno dei singoli paesi. Riteniamo sbagliate e dannose per la ricostruzione di un internazionalismo che contrasti le tendenze alla guerra, le posizioni e pulsioni “campiste” che propongono di sostenere e difendere qualsiasi regime o soggettività in conflitto con l’imperialismo occidentale a prescindere da qualsiasi altra valutazione. Questi punti di vista ripropongono una logica che contestiamo all’avversario, nel distinguere tra un autoritarismo “buono” e uno “cattivo”, una repressione “buona” e una “cattiva” a seconda di presunti schemi “geopolitici”. O, come disse Draghi, in “dittatori utili”.
La subordinazione degli interessi generali del movimento operaio e rivoluzionario internazionale a quelli di paesi che si dichiaravano socialisti (con tutti i limiti e le deformazioni note) se poteva essere un limite ed un errore quando effettivamente esisteva un “campo socialista” nel Novecento, rischia di trasformarsi oggi in subalternità e codismo nei confronti di regimi e forze reazionarie, antidemocratiche e anticomuniste.
Il Partito della Rifondazione Comunista è impegnato a sostenere le mobilitazioni di sostegno alle lotte del popolo iraniano, rifiutando però di utilizzare queste lotte per trasformarle in sostegno all’imperialismo statunitense e agli autori del genocidio dei palestinesi e a un possibile intervento militare che sarebbe del tutto illegittimo sul piano del diritto internazionale.
È indispensabile, per analizzare il contesto internazionale e per trarne le corrette conclusioni politiche, respingere le analisi che rimuovono la dimensione strutturale del capitalismo, le sue contraddizioni e le sue dinamiche. Un capitalismo che mantiene la capacità di produrre profitti ma al prezzo di determinare una appropriazione della ricchezza da parte di settori della società sempre più ristretti e ormai dichiaratamente oligarchici e antidemocratici. Contemporaneamente il capitalismo ridefinisce le gerarchie tra capitalismi nazionali come storicamente ha sempre fatto, suscitando per questo conflitti e scontri che assumono anche la forma della guerra. Sono questi i veri temi che dovrebbero costituire l’ancoraggio della nostra analisi piuttosto che vaneggiamenti sulla “geopolitica” o sul “declino dell’Occidente”, attraverso i quali, non di rado, vengono assunti punti di vista reazionari, seppur travestiti a volte da argomenti di “estrema sinistra”.
IN DIFESA DEL VENEZUELA E DI CUBA
La natura aggressiva e violenta dell’Amministrazione trumpiana, contrariamente a qualche illusione che era circolata anche in settori della sinistra più o meno radicale, è ogni giorno più evidente e si misura sia all’interno, con la messa in campo di una vera e propria rete squadristica attraverso l’ICE, sia sul piano internazionale.
L’intervento in Venezuela, col rapimento di Maduro e di sua moglie, un atto criminale che non ha alcuna giustificazione, si è apertamente dichiarato come finalizzato a conquistare il controllo delle riserve di petrolio. Un obbiettivo che non ha solo come finalità l’arricchimento delle grandi multinazionali petrolifere USA ma anche di rappresentare uno strumento di ricatto verso la Cina ed altri paesi, nonché parte della campagna tesa ad impedire che il mondo, per fronteggiare il cambiamento climatico, riduca il ricorso delle fonti fossili e si sposti verso fonti energetiche e alternative.
La volontà chiaramente espressa dagli Stati Uniti è di mettere sotto controllo tutto il continente americano e per questo sono state già espresse pesanti minacce nei confronti di Cuba, della Colombia e del Messico, paesi nei confronti dei quali Rifondazione Comunista continuerà ad esprimere la più netta solidarietà. È evidente che l’ultradestra trumpiana ha come bersaglio tutta la sinistra e i governi progressisti latinoamericani.
Il Venezuela è di fronte oggi ad un passaggio difficile che da un lato, giustamente, rifiuta una linea di scontro militare che sarebbe una tragedia per il proprio popolo, dall’altra cerca di trovare la strada, auspicabilmente, anche di un rinnovamento politico e sociale che si ricolleghi all’ispirazione migliore dell’esperimento bolivariano. Un progetto politico e sociale, quello sorto dall’azione di Hugo Chavez (il socialismo del 21° secolo), al quale abbiamo sempre guardato con interesse e con favore, senza nascondere le contraddizioni e anche i rischi di involuzione alimentati peraltro dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dalle loro operazioni di destabilizzazione.
Per questo confermiamo la nostra piena solidarietà, guardando con rispetto alle scelte che la direzione bolivariana compirà nelle prossime settimane e mesi. Chiediamo la liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, prigionieri dell’imperialismo USA.
TRUMP E L’EUROPA
Il “rapporto” tra Trump e l’Europa è una caratteristica fondamentale di questa nuova fase. In generale è un ulteriore “salto” oltre il suprematismo neocon. Va visto però in modi articolati. C’è l’eredità e la trasformazione del vecchio Atlantismo che mantiene il collante dell’anticomunismo. C’è il rapporto con la UE vista come articolazione subimperiale di cui ribadire la subordinazione. C’è quello con i singoli Stati europei segnato dai nuovi nazionalismi. C’è quello ideologico tra la destra Maga e le destre europee sovente eredi di quelle sconfitte nel ‘900. Trump è la conferma che il ‘900 poteva avere un corso diverso da quello determinato dalla vittoria contro il nazifascismo. Siamo di fronte come negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso a una pericolosa connessione tra destre e “liberali”. Con una preponderanza delle prime. Nel suo pragmatismo Trump si riferirà alla Europa tenendo conto di quanto potere conquisteranno le destre radicali. Economicamente sta segnando punti significativi a suo vantaggio in tutti i campi a partire da quello energetico.
L’Unione Europea, e in particolare la Germania e la Polonia, punta sul warfare per seppellire definitivamente il compromesso sociale e democratico del welfare. Per il movimento operaio, e per le/i comunisti, è fondamentale ricostruire una lettura sociale e di classe dei rapporti interni all’Europa e con gli USA. Sfuggire alla morsa tra dazi e accordi liberoscambisti come quello UE-Mercosur.
Occorre una nuova dimensione europea e globale del movimento della classe lavoratrice capace di influire sulle dinamiche economiche e sociali, le politiche finanziarie, industriali, fiscali ma anche salariali e redistributive, sul controllo democratico della innovazione e delle reti, sulla giustizia climatica dopo il fallimento dell’ecocapitalismo e la svolta negazionista.
Non una Europa armata, la più debole tra i dominanti, ma una Europa democratica e sociale. La “guerra per la Groenlandia” è emblematica della catastrofe del vecchio mondo capitalista incapace di capire che la Groenlandia è punto cruciale non geopolitico ma ecologico. Da questi conflitti tra dominanti si esce liberando tutti i dominati. Sciogliendo le organizzazioni suprematiste come la NATO che ormai sono fonte di conflitti non solo fuori ma anche al proprio interno. Questa UE, neoliberista e guerrafondaia, non può essere la bandiera da sventolare contro il trumpismo.
METTERE FINE ALLA GUERRA IN UCRAINA E OPPORSI AL RIARMO
La nostra netta opposizione all’Amministrazione Trump e all’imperialismo MAGA non ci ha indotto a pensare che si dovesse boicottare la trattativa avviata per mettere fine alla guerra in Ucraina. Le posizioni assunte dall’Unione Europea e da molti governi europei sono state orientate più a porre ostacoli ad una soluzione che, per quanto insoddisfacente, potesse in ogni caso mettere fine alla carneficina in corso da quattro anni.
Rifiutiamo l’europeismo bellicista che vede nell’economia di guerra e nel riarmo il recupero del ruolo che l’Unione Europea ha perso scegliendo la subalternità agli USA, alla NATO e al capitalismo finanziario statunitense. Una subalternità che oggi di fronte all’aggressività USA che non fa distinzione tra amici e nemici (si veda la questione della Groenlandia) e in un contesto di collasso dell’assetto determinatosi dopo la fine dell’Unione Sovietica e di crisi di egemonia del capitalismo liberista e globalizzato, rischia di travolgere la stessa UE. Le recenti dichiarazioni di Macron sulla necessità di tornare a parlare con la Russia (a cui si contrappongo affermazioni che alimentano il conflitto) o il cambiamento di tono del cancelliere Merz nelle sue dichiarazioni recenti sulla natura europea della Russia, possono essere timidi segnali del riconoscimento che le classi dominanti europee si sono infilate volutamente in una via senza uscita. Ma solo la costruzione di una mobilitazione europea e di un ampio fronte unitario contro il riarmo e la guerra può avviare una fase nuova.
Per questo abbiamo criticato la decisione assunta da PD e AVS, nel parlamento europeo, di votare una risoluzione che rendeva più difficile la ricerca di una soluzione del conflitto fondata sulla trattativa. È dovere pacifista criticare queste posizioni che – presenti anche nella sinistra radicale in Europa – non favoriscono la lotta per la pace e nel nostro paese impediscono la costruzione di un’alternativa credibile anche al governo Meloni. Mentre sulla questione palestinese si è determinata una svolta positiva rispetto alle precedenti posizioni del PD non si può dire lo stesso sul conflitto in Ucraina anche se la segreteria Schlein ha dismesso l’oltranzismo atlantista di Letta e si sta aprendo in quel partito un dibattito.
Solo un forte movimento per la pace può incrinare il bellicismo del Partito Socialista Europeo. Questo è un impegno che dobbiamo proporci con tutta la Sinistra Europea.
Contrastare le scelte del governo e dell’Unione Europea per il riarmo rimane una priorità e in questo senso dobbiamo lavorare con tutte le soggettività pacifiste, dalla campagna STOP REARM EUROPE ai sindacati fino alla Conferenza Episcopale. La protesta dei giovani tedeschi contro la leva indica la via di un movimento popolare per la diserzione di fronte a questa ondata guerrafondaia. L’appuntamento di Bologna promosso da una vasta aggregazione di forze che prosegue l’attività di STOP REARM potrà rappresentare un utile e necessario salto di qualità per costruire un movimento di lotta che colleghi il no al riarmo all’opposizione ad ogni forma di autoritarismo e di involuzione anti-democratica.
Italia Neutrale
In un mondo che corre sempre più veloce verso l’autodistruzione e in cui “la guerra mondiale a pezzi” è sempre più estesa si pone l’urgenza di proporre al nostro paese scelte coerenti con l’articolo 11 della Costituzione.
Un capitalismo globale e finanziarizzato fino agli estremi ha ormai creato le condizioni sia per crescenti disastri ecologici, per crescenti e sempre più insopportabili diseguaglianze sociali, e soprattutto per crescenti politiche di guerra che già sfociano in aperti genocidi, come è nel caso palestinese, e che preparano una nuova guerra mondiale.
Il declino del ruolo egemonico degli USA, prodotto dalla stessa globalizzazione imposta dallo stesso capitalismo nordamericano, ha generato il tentativo in corso di creare tensioni, scontri, guerre commerciali e una cieca corsa al riarmo con la conseguente distruzione di ciò che resta del welfare in Europa. La guerra nucleare non è più temuta e non è più motivo per costruire l’equilibrio del terrore al fine di evitarla. È diventata oggetto di contesa politica quotidiana e non si contano più le minacce di ricorrervi da un momento all’altro.
Tutto ciò può apparire, ed appare, irrazionale agli occhi della stragrande maggioranza dell’umanità. Ma non lo è nei consigli di amministrazione del capitalismo finanziarizzato che scommette (investe direbbero loro) esattamente sulle guerre in corso e su quella grande e globale che deve venire. Non lo è per i politicanti (non politici, politicanti) che buttano benzina sul fuoco e che teorizzano nuove forme di razzismo e suprematismo occidentale. Non lo è nelle, chiamiamole analisi, di un esercito di giornalisti, pseudo esperti e pseudo intellettuali che parlano di “geopolitica” come se stessero giocando al risiko. Né gli uni né gli altri combatteranno mai in nessuna battaglia né saranno privati di nessuno dei loro beni superflui. Saranno i popoli a pagare tutti i prezzi imposti da classi dirigenti tanto avide quanto incapaci di fare conti che non siano i loro profitti a brevissimo termine.
La situazione è talmente grave che ha anche tarpato le ali alla nascita di un grande movimento per la pace. Per impotenza, per sfiducia, non per indifferenza e tanto meno per consenso verso le guerre.
Ogni assemblea in un piccolo paese ed ogni manifestazione contro la guerra e i genocidi in corso sono utili. Sono necessarie. Danno senso alla vita di chi vi partecipa e fanno male ai parassiti del capitale finanziario che prospera e cresce sulla guerra.
Ma non bastano più. È necessario che succeda qualcosa che fermi il respiro di tutta l’umanità. Qualcosa di potente che sia il segnale di una inversione di tendenza. Qualcosa che per quanto difficile sia giusta e quindi meritevole di sforzi e sacrifici. Saremmo intellettualmente disonesti se dicessimo di avere la soluzione del problema. Ma una cosa vogliamo proporla a noi stessi, per impegnarci in una campagna politica permanente, e a tutte le donne e uomini amanti della pace e della vera democrazia. Quella non rappresentata dalla politica spettacolo dei leader e del presidenzialismo all’americana. Se l’Italia, o un altro paese parimenti grande ed importante, ma per noi vale l’Italia, imboccasse su spinta del proprio popolo il percorso che lo porti a dichiararsi NEUTRALE, che dichiari di non voler partecipare né attivamente né passivamente a nessuna guerra, darebbe un vero e imbattibile contributo per la pace, per il rilancio dell’ONU, per la soluzione politica di tutti i conflitti in corso e a venire. E potrebbe essere un esempio da seguire.
Il popolo italiano, lo dicono tutti i sondaggi e basta avere anche poche relazioni sociali per saperlo in prima persona, non vuole essere coinvolto in nessuna guerra ed è solidale con chi patisce il genocidio e qualsiasi guerra. Ci permettiamo, coscienti della nostra debolezza ma convinti di avere ragione su questa vitale questione, di formulare un appello a tutte e tutti per un’Italia neutrale che lavori per un’Europa libera dalla guerra e un progetto di sicurezza comune.
UNA MANOVRA ANTIPOPOPOLARE
La legge di bilancio approvata dal governo Meloni ha espresso un indiscutibile profilo neoliberista, classista e antipopolare. Le decisioni assunte sulle pensioni configurano un esecutivo che ha scelto di presentarsi come il garante del capitalismo finanziario, della rendita e dei poteri forti contro un “campo largo” presentato con grandi esagerazioni come orientato troppo a sinistra. I proclami di Giorgia Meloni come “con la Destra al governo le patrimoniali non vedranno mai la luce” o il ricorso bocciato contro l‘introduzione nelle regioni del salario minimo sono messaggi precisi di chi si presenta come garante del regime dei bassi salari, delle privatizzazioni, della precarizzazione. Il cosiddetto “piano per la casa” un tema che oggi viene vissuto in modo drammatico da una parte crescente della società italiana, oltre ad aver partorito un topolino è stato affidato direttamente ad un rappresentante della speculazione edilizia.
L’attacco ossessivo contro la Cgil, i sindacati non allineati e contro la legittimità dell’esercizio del diritto di sciopero qualifica il carattere reazionario di classe di questo governo e la matrice da cui non si sono mai separati. Dal postfascismo all’oltrefascismo (Brancaccio) il passo è breve. Piegare la residua forza del sindacato e liberarsi del contropotere di una magistratura autonoma sono obiettivi su cui la destra incontra la simpatia di larghi settori della borghesia italiana.
Il blocco sociale e di interessi che sostiene il governo è cementato verso il basso da un’incessante propaganda sostenuta da un poderoso apparato mediatico di consenso su temi, parole d’ordine, paure che continuano a avvelenare e imbarbarire il nostro paese.
Gli scioperi generali dei sindacati di base e della Cgil, anche per la mancata convergenza in un’unica scadenza, non sono riusciti a ripetere la partecipazione enorme e moltitudinaria che si è registrata nelle giornate per la Palestina del 3 e 4 ottobre né a bloccare il paese con una massiccia adesione nei luoghi di lavoro. Non ne va assolutamente diminuito il valore – come tentano di fare i neoliberisti di tutti gli schieramenti – ma vanno visti come passaggi nella lotta contro un governo assai aggressivo sul piano sociale. I fatti dimostrano che la nostra determinazione unitaria e per la convergenza sia indispensabile per evitare divisioni sterili che indeboliscono la forza delle mobilitazioni.
È fondamentale proseguire anche dopo l’approvazione della manovra una campagna di informazione con iniziative e volantinaggi per denunciare il carattere antipopolare della destra mettendo in relazione questione sociale e questione democratica. La perdita del potere d’acquisto di salari e pensioni, i tagli a sanità, scuola, università, servizi vanno strettamente collegati alla guerra e al riarmo. L’ingiustizia della mancata tassazione delle grandi ricchezze deve essere oggetto di una campagna specifica.
I nuovi provvedimenti che si profilano sul terreno della cosiddetta sicurezza prevedono un ulteriore stretta repressiva contro gli immigrati, i giovani e ogni forma di dissenso politico e sociale che si ponga come ostacolo alla deriva autoritaria del governo.
Questa spinta è rafforzata dalla svolta autoritaria in atto negli Stati Uniti, più in generale, dalla crescita a livello globale della destra autoritaria e reazionaria con elementi di fascismo. L’opposizione sociale e politica a questa destra fascistoide è un compito prioritario per un partito comunista e antifascista, dal quale deriva la necessità ineludibile di porsi concretamente l’obiettivo della sua sconfitta nelle elezioni politiche del 2027.
IL GIUDIZIO SULLE ELEZIONI REGIONALI
I risultati delle elezioni regionali presentano caratteri contraddittori perché da un lato hanno segnato un “pareggio”, e quindi una battuta d’arresto per la destra, ma a tempo stesso è cresciuta ulteriormente l’astensione e nelle vittorie del “campo largo” è forte il peso dei sistemi di potere locale. Se il risultato del voto certamente ha indebolito i centristi anti-Schlein – e questo è un fatto positivo – rimane l’assenza di una visione programmatica chiara e unitaria che delinei un’alternativa per il paese e in particolare per i settori popolari e le classi lavoratrici.
Il nostro partito ha partecipato alle elezioni con collocazioni e modalità differenti regione per regione decise dai comitati regionali dando attuazione alla linea approvata all’ultimo congresso. Non è stato imposto un identico schema dall’alto su contesti differenti. In alcune regioni si è scelto di tentare di sfidare le antidemocratiche soglie elettorali presentando candidature indipendenti dentro liste in grado di eleggere all’interno della coalizione di centrosinistra (Calabria, Puglia), in altre abbiamo presentato il nostro simbolo partecipando a coalizioni di centrosinistra (Marche, Veneto), in alcune regioni abbiamo partecipato a liste unitarie alternative ai due poli (Toscana, Campania). Soltanto in Calabria si è riusciti a eleggere un consigliere regionale, il candidato indipendente Laghi, e al momento si attende il risultato del ricorso in Toscana che potrebbe determinare l’elezione della candidata Bundu.
I risultati differenti non si discostano di molto dalla precedente tornata per il nostro partito e le liste da noi promosse, si confermano differenze nel peso elettorale nei diversi territori già note. Risulta evidente che nessuna collocazione di per sé è in grado di garantire un successo né di recuperare l‘astensionismo in crescita. Lo stesso risultato della Toscana non può essere assunto come uno schema salvifico riproducibile con analoghi risultati altrove, come ampiamente verificato in Puglia o in Liguria e Emilia Romagna nel 2024, perché in quella regione l’elettorato a sinistra del campo largo è assai più consistente. Emerge la necessità di qualificare la nostra iniziativa politico-programmatica sui temi regionali e territoriali per essere percepiti come socialmente utili, rafforzare la nostra internità ai movimenti, il nostro ruolo attivo nelle vertenze, sviluppare relazioni strutturate con personalità e competenze impegnate sul piano sociale e ambientale.
Ma una condizione imprescindibile è rafforzare il nostro radicamento organizzativo e ricostruire presenza in tanti territori in cui siamo da tempo assenti. Non si esce facilmente da una lunga crisi e da un’oggettiva marginalizzazione. In questo senso essenziale è lo sviluppo dell’attività dei gruppi di lavoro nazionali e dell’ufficio di programma e la partecipazione agli stessi gruppi dei compagni delle federazioni, come luogo di elaborazione, di costruzione di un solido impianto programmatico e di predisposizione delle campagne di massa. Il CPN ringrazia tutte le compagne e i compagni che hanno dato il proprio contributo alla campagna elettorale allargando il quadro delle interlocuzioni e delle adesioni a partito. Il lavoro fatto non va disperso e anzi valorizzato anche con iniziative nazionali sui temi regionali e territoriali.
PER IL NO NEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, PER FERMARE L’ATTACCO ALLA COSTITUZIONE
L’imminente nuovo referendum costituzionale, quello contro la “controriforma” Nordio, assume un carattere politico che una formazione politica antifascista non può sottovalutare. Questo testo non è la riforma della Giustizia, non ha nulla a che fare con il garantismo, non favorirà nuove assunzioni né la durata ragionevole dei processi. Siamo di fronte a un atto di prepotenza per affermare il primato del governo e della politica sulla magistratura. Non si voterà sulla separazione delle carriere, questione affrontata già dalla legislazione precedente, ma per portare avanti il piano di Licio Gelli e Silvio Berlusconi contro l’indipendenza e l‘autogoverno della magistratura sancita dalla Costituzione e rendere il PM subalterno alla polizia giudiziaria.
Una vittoria della destra nel referendum consentirà di rilanciare il disegno reazionario contro la democrazia costituzionale, dal premierato all’autonomia differenziata che, nonostante la sentenza della Corte costituzionale, sta andando avanti con le pre-intese che Calderoli ha stretto con varie regioni. Il tentativo di portare avanti la secessione dei ricchi prosegue silenziosamente e anche nella legge di bilancio sono state introdotte norme sui Lep che vanno in questa direzione.
Il governo Meloni, con la spregiudicatezza che lo contraddistingue, ha imposto una data ravvicinata nel mese di marzo per la convocazione dei referendum, al fine di non perdere il vantaggio che per ora gli attribuiscono i sondaggi. La presentazione della raccolta di firme per un quesito che potrebbe allungare i tempi, alla quale come partito abbiamo aderito, ha superato in venti giorni le 500.000 firme, raccolta che deve continuare. È il segnale che l’attenzione popolare per questa tema sta crescendo ed è a partire da questa spinta che è possibile determinare un esito positivo nel referendum.
Solo un lavoro politico di massa che chiarisca i termini dello scontro oltre il tecnicismo giuridico può, come nel 2016, consentire di rovesciare i pronostici con una vittoria del NO. L’impegno nella campagna referendaria è centrale per il nostro partito che, in tutti i territori, deve contribuire alla formazione di comitati unitari per il NO e ad iniziative specifiche che facciano emergere la nostra visione garantista di una giustizia orientata dai principi della Costituzione antifascista. Il combinato disposto di “riforma” della giustizia, referendum, legge elettorale, premierato decreti sicurezza delinea il definitivo svuotamento della democrazia costituzionale e il definitivo stravolgimento della Carta nata dalla Resistenza antifascista.
Condanniamo l’ennesima accelerazione nella deriva securitaria che nuovamente trova il pretesto in qualche tragico fatto di cronaca che produce una campagna mediatica che finisce in repressione. Il DDL e il DL annunciati, infatti, conterranno nuove sanzioni amministrative per adolescenti tra i dodici e i quattordici anni, espulsione di stranieri più facili e un inasprimento delle pene per i delitti contro il patrimonio e connessi o derivati dalle dipendenze. L’autentica vocazione del Governo pare essere aumentare il lavoro delle forze di polizia togliendo ai giudici il controllo di legittimità ma senza garantire la sicurezza di cittadine/i.
Gli sgomberi dei centri sociali, rivendicati apertamente dal governo con proclami politici, come gli attacchi costanti ai sindacati non allineati e al diritto di sciopero, evidenziano che l’ultradestra si è data come obiettivo la normalizzazione autoritaria del paese.
LA CAMPAGNA PER LA TASSAZIONE DELLE GRANDI RICCHEZZE
Nel contesto sociale italiano di forte disuguaglianze sociali, i governi che si sono succeduti negli anni, sia di centro sinistra che di destra o non hanno preso realmente orientamenti indirizzati all’uguaglianza sociale e alla ridistribuzione o hanno ulteriormente accentuato le differenze sociali (per esempio con orientamenti in tema di politica fiscale tesi ad abbandonare il principio di “progressività”).
Come Rifondazione Comunista pensiamo sia giunto il momento di invertire la rotta e provvedere ad un’equa distribuzione sociale della ricchezza e di affrontare l’ingiustizia fiscale. Come già sostenuto in forme diverse da forze sindacali e politiche, già presente in Spagna e in altre forme in diversi paesi europei, avanziamo tra le misure ormai indispensabili la proposta politica economica di introdurre una imposta annuale (contributo di solidarietà) sull’1% del patrimonio dell’1% degli italiani più ricco d’Italia (circa 500 mila persone con patrimoni superiori a 2 milioni di euro).
Un contributo di solidarietà rigidamente indirizzato a un grande piano di rilancio del welfare e di estensione di diritti sociali: da un piano per l’edilizia sociale pubblica pubblico, il potenziamento della sanità pubblica e non privata, il sostegno alla scuola pubblica, il risanamento ambientale, ecc. È ora di reperire risorse economiche adeguate ai bisogni popolari senza aumentare la tassazione che pesa su classe lavoratrice.
Avvieremo questa campagna pubblica di convincimento in forma unitaria, aprendo il confronto con tutte le forze politiche e sociali che vorranno contribuire attraverso anche una proposta di legge di iniziativa popolare. Una sfida programmatica per un progetto alternativo alla destra trumpiana della Meloni che della difesa dei privilegi dei più ricchi ha fatto una bandiera.
L’IMPEGNO DEL PARTITO
Il CPN ribadisce la necessità del massimo impegno nel rilancio organizzativo del partito e nella digitalizzazione. La permanente drammatica emergenza economica richiama al dovere di rilanciare la campagna di autofinanziamento. Invita i Comitati regionali alla convocazione delle Assemblee regionali previste dallo Statuto.
Il CPN impegna il partito sui seguenti obiettivi prioritari e dà mandato a segreteria nazionale e responsabili di predisporre indirizzi e coordinare campagne:
referendum sulla giustizia
campagna per la tassazione delle grandi ricchezze
contro autonomia differenziata
iniziative sulle questioni sociali e a difesa delle condizioni economiche della classe lavoratrice e delle classi popolari
contro il riarmo e la guerra, per la Palestina e la liberazione di Marwan Barghouti, contro l’aggressione al Venezuela e a Cuba, contro la repressione in Iran e Siria, per l’Italia neutrale.
Il Prc partecipa all’assemblea nazionale di convergenza “Contro i Re e le loro guerre” che si terrà a Bologna il 24 e 25 gennaio.




