Dona con
HomeDipartimentiAntimafia socialePeppino Impastato è vivo e lotta insieme a noi

Peppino Impastato è vivo e lotta insieme a noi

di Antonio Marotta –

Peppino Impastato nasce a Cinisi, piccolo comune agricolo dell’hinterland palermitano, il 5 gennaio 1948, in una famiglia mafiosa. Anche lui destinato a divenire un uomo della mafia. Lo zio un capomafia locale viene ucciso nel 1963, durante la prima guerra di mafia, fatto esplodere mentre guidava la sua Alfa Romeo Giulietta carica di tritolo. Peppino rimane molto scosso da questo episodio.
Fu questo brutale assassinio a far maturare in Peppino, un ragazzo di 15 anni, una nuova coscienza, una nuova visione del mondo. Per la prima volta capì la vera natura violenta e prevaricatrice della mafia e decise che avrebbe dedicato la sua vita a contrastarla. Questa sua presa di coscienza fu per lui una rinascita che però gli avrebbe causato anche pesanti rotture.
Dovette andar via da casa pronunciando le parole che furono per tutta la sua vita un punto cardinale: “E questa è la mafia? Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita.”
Nel ’65, Peppino inizia ad interessarsi di politica, fonda un giornalino locale che chiama l’Idea Socialista e si iscrive al PSIUP.
In quel tempo l’organizzazione mafiosa controllava l’economia di Cinisi. Quasi tutte le attività produttive e soprattutto il settore dell’edilizia ma anche il riciclaggio dei guadagni del contrabbando del traffico di droga. Combatterla in quel contesto era pratica esclusiva dei rivoluzionari.
Viene coinvolto da quello straordinario movimento di contestazione globale che fu il ’68. Fonda il circolo Che Guevara e si avvicina alle organizzazioni marxiste-leniniste.
Matura partendo dalla sua esperienza di vita l’idea di un legame fra economia mafiosa e capitalismo che era gia stata approfondita da Mario Mineo nella trattazione della “borghesia mafiosa”. Combattere la mafia in Sicilia era battaglia anticapitalista.
Lo ritroviamo protagonista delle lotte contro la costruzione della seconda pista dell’aeroporto, allora, di Punta Raisi, a fianco dei contadini che si videro espropriati a loro insaputa i terreni produttivi. La repressione fu forte.
Peppino non condivide il progetto del PCI del compromesso storico e inizia ad avvicinarsi alle esperienze extraparlamentari in particolare a Lotta Continua. Li incontrerà Mauro Rostagno che per sua stessa ammissione diverrà per lui un punto di riferimento.
Ormai è un militante comunista che ha raggiunto una sua maturità politica. Comprende che occorre agire non solo nelle lotte sociali ma anche nel settore della cultura e della comunicazione. Fonda prima Il Circolo di Musica e Cultura e successivamente Radio Aut, sulla scia delle numerose radio di movimento che sorgono in tutt’Italia.
Con Radio Aut inizia la sua avventura facendo divenire la radio il punto più alto della lotta contro la mafia cinisara. Si ispirerà allo slogan sessantottino “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!” che diverrà il suo modus operandi. E dalla radio lancerà il frontale attacco al capomafia, che controllava i traffici internazionali di droga, Gaetano Badalamenti definito beffardamente “ Tano seduto”.
La controinformazione divenne la missione di Radio Aut, per Peppino la notizia proviene dal sociale e cui va riproposta, cosi come l’intervento politico orientato di militante comunista e l’autogestione dello spazio radiofonico aperto a tante e tante giovani compagne e compagni.
La trasmissione di punta fu “onda pazza“ che definiva trasmissione satirico-schizo-politica.
Sulle note di “Facciamo finta che….” testi improvvisati che sembravano scritti surreali di Andre Breton, divenivano, riferendosi a reali vicende quotidiane, immaginifiche descrizioni della “mafiopoli” (Cinisi), lanciando da Radio Aut crude denunce di una realtà soggiogata dalla mafia.
Gli uomini della cupola non potevano oltremodo sopportare l’attacco politico e lo svelarsi delle attività illecite che attraverso gli sberleffi Peppino scagliava loro quotidianamente.
Gli avvertimenti e le pressioni sulla famiglia furono forti perché Peppino tacesse. Lui fu irremovibile.
Era il 1978 in quei mesi si sarebbero dovute svolgere le elezioni per il rinnovo del comune di Cinisi.
Peppino che aveva aderito a Democrazia Proletaria decise di candidarsi al comune. Aveva maturato la convinzione che solo agendo dall’interno delle istituzioni, avrebbe potuto incidere in modo significativo sulle politiche locali e sulle ingerenze degli interessi mafiosi.
La sua candidatura alle comunali fu per Peppino un periodo di grande impegno. Nei suoi comizi, che vedevano sempre una grande partecipazione di cittadini, Peppino denunciava con coraggio a viso aperto la mafia. Forti erano le accuse alle forze politiche più legate o succubi agli interessi mafiosi che impegnate per il bene della comunità di cinisi.
Peppino fece il suo ultimo comizio il 4 maggio.
Aveva anticipato che avrebbe lanciato accuse più gravi e puntuali, svelando malefatte ancora non conosciute, contro i suoi avversari politici al successivo comizio conclusivo del 10 maggio.

Peppino non fece mai quel comizio.
Viene barbaramente assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio, alle ore una e mezzo, inscenando un attentato terroristico in cui apparisse come suicida, facendosi saltare in aria con una carica di tritolo sui binari della linea ferrata. Una messa in scena architettata anche per demolire la sua immagine di militante comunista.
Il delitto passò quasi inosservato dalle cronache nazionali, oscurato dal ritrovamento, in quelle stesse ore, del corpo senza vita di Aldo Moro
Nessuno degli uomini delle forze dell’ordine giunti sul luogo dell’assassinio si preoccupò di compiere una attenta descrizione dei luoghi analizzando nei dettagli la scena del delitto. I carabinieri inizialmente sostennero la tesi dell’attentato suicida. Furono i compagni di Peppino a rintracciare prove inoppugnabili che mostravano la dinamica della sua morte, raccogliendo materialmente i frammenti del suo corpo sparsi nei dintorni ed a scoprire tracce di sangue su alcune pietre, all’interno del casolare vicino.
Pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano comunque il suo nome nella lista di DP, eleggendolo in Consiglio comunale.
Inizia un lungo percorso per far affermare la verità sul delitto, che era delitto di mafia.
La matrice mafiosa verrà riconosciuta solo successivamente, grazie all’impegno del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta che aveva giurato sulla tomba di Peppino di fare verità ed aveva spezzato pubblicamente ogni legame con la parentela mafiosa, ai compagni di Peppino ed a Umberto Santino ed Anna Puglisi fondatori del Centro di Documentazione intitolato a Peppino Impastato.
Il Centro presenterà un esposto in cui si denuncia il delitto, sostenuta dal parere dell’illustre medico legale Ideale del Carpio che smonta la tesi dell’attentato e del suicidio.
Sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Ad un anno dall’uccisione di Peppino, Democrazia Proletaria ed il Centro di Documentazione Impastato organizzeranno la prima “manifestazione nazionale contro la mafia” della storia d’Italia.
Il clima, descritto dal compianto Salvo Vitale è molto teso e giungono diverse provocazioni che descrivono l’evento come un raduno di pericolosi estremisti.
In concomitanza filano a Cinisi in corteo migliaia di persone. C’è lo striscione di Nuova Sinistra Unita: “La mafia uccide, il silenzio pure”, e lo striscione dei suoi compagni “Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo”.
Sulla piazza è esposta una mostra “Mafia oggi”, della grande fotografa Letizia Battaglia.
Peppino aveva tracciato un percorso fondamentale nella lotta contro la questione mafiosa e da eroico martire continuava a guidarlo.
Nel 1998 presso la Commissione Parlamentare Antimafia si costituisce un Comitato speciale sul caso Impastato il cui lavoro fu fondamentale con il contributo straordinario di Giovanni Russo Spena che portò alla verità dei fatti. Il 6 dicembre 2000 la commissione approvò la relazione finale in cui emergono evidenti le responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent’anni di reclusione. L’11 aprile 2022 anche Gaetano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo.
Peppino Impastato con l’esempio della sua vita e delle sue lotte rimane un punto di riferimento sempre attuale per il movimento comunista ed in particolare per quello meridionale.
La sua coerenza. la sua militanza politica hanno plasmato non solo noi compagni della sua generazione ma sono divenute riferimento etico e politico per tutte le generazioni di comunisti sino ad i giorni nostri.
Peppino è degno di essere annoverato nel Pantheon delle figure più prestigiose del movimento comunista, donne e uomini che hanno superato il loro tempo entrando per sempre nella storia.
“Noi ci dobbiamo ribellare prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente”.

Ultimi articoli