Di Lelio La Porta –
Lo scritto che segue compare nel volume Palmiro Togliatti, Discorsi alla Costituente. Un’antologia (Prefazione di E. Berlinguer, Introduzione di A. Natta, a cura di L. La Porta, Editori Riuniti, Roma, 2021). Il volume fa parte di una collana promossa da “Futura Umanità. Associazione per la storia e la memoria del Pci” in occasione del centesimo anniversario della fondazione del partito. Si ringraziano “Futura Umanità” e gli Editori Riuniti per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazione del testo di Lelio La Porta.
Il 2 giugno del 1946 fu chiesto alle cittadine e ai cittadini italiani aventi diritto di voto (ossia che avessero compiuto i 21 anni) di scegliere fra la Monarchia e la Repubblica. Il referendum istituzionale si tenne contemporaneamente all’elezione dei deputati all’Assemblea costituente, i quali avrebbero avuto il compito di redigere la nuova Costituzione. L’esito del referendum fu favorevole alla Repubblica e il 22 giugno si tenne la prima seduta dell’Assemblea Costituente formata da 556 membri suddivisi nel modo seguente:
- 207 Democrazia cristiana
- 115 Partito socialista d’unità proletaria
- 104 Partito comunista
- 41 Unione democratica nazionale
- 30 Fronte dell’uomo qualunque
- 23 Partito repubblicano
- 16 Blocco nazionale delle libertà
- 7 Partito d’azione
- 4 Movimento per l’indipendenza della Sicilia
- 2 Partito sardo d’azione
- 7 Altri
Venne istituita una Commissione ristretta di 75 deputati con il compito di elaborare e predisporre un progetto di Costituzione. La Commissione si articolò in tre Sottocommissioni:
diritti e doveri dei cittadini, presieduta da Umberto Tupini, della quale facevano parte per il Pci Togliatti, Marchesi e Nilde Iotti;
organizzazione costituzionale dello Stato nella quale, per i comunisti, sedevano Terracini (presidente della Sottocommissione), Amendola, Grieco, La Rocca, Leone, Maffi, Nobile, Rossi;
diritti e doveri in materia economica e nei rapporti sociali, presieduta da Gustavo Ghidini, che vedeva la presenza, per il Pci, di Di Vittorio, Teresa Noce e Pesenti.
Fu formato un “Comitato dei 18”, il cui compito era la preparazione del testo da discutere nella commissione dei 75 e poi nell’Assemblea plenaria; in questo Comitato i comunisti furono quattro, cioè Terracini, Grieco, Rossi e Togliatti.
Dal 4 marzo iniziò la discussione in aula che si concluse con l’approvazione del testo della Costituzione il 22 dicembre del 1947 con 453 voti favorevoli e 62 contrari.
La Costituzione entrò in vigore il primo gennaio del 1948.
Per quello che riguarda i comunisti alla Costituente, o meglio le comuniste e i comunisti che lavorarono in prima persona all’elaborazione del testo costituzionale, i nomi appena fatti testimoniano dell’autorevolezza; si tratta soltanto di ricordare che Terracini, l’8 febbraio 1947, dopo la scissione del Psi e le dimissioni di Saragat, diventerà il presidente dell’Assemblea. Le relatrici e i relatori comunisti alle Sottocommissioni si muoveranno in una prospettiva ben precisa: la riaffermazione della linea del partito nuovo avente come obiettivo una democrazia progressiva che abbia una solida base istituzionale e trovi nella sovranità popolare, come sommatoria di classe e popolo, il riferimento fondamentale.
La convocazione della Costituente era uno degli obiettivi principali dei comunisti italiani a partire dagli anni Trenta, ossia dalla riflessione di Gramsci in carcere sulla quale si è soffermato Alexander Höbel:
In una vera e propria riunione con gli altri prigionieri comunisti svoltasi a Turi alla fine del 1930 e poi raccontata da Athos Lisa, Gramsci annuncia che le sue parole potranno suonare come un “cazzotto nell’occhio”: «La reazione italiana – afferma –, avendo privato il proletariato dell’attività del suo partito […] ha tolto ad esso i mezzi più indispensabili alla lotta […]. In un paese prevalentemente agricolo come il nostro, in cui fra il Nord e il Sud esiste […] una netta demarcazione nella struttura economica […] l’azione per la conquista degli alleati diviene per il proletariato cosa estremamente delicata e difficile. D’altra parte, senza la conquista di questi alleati, è precluso al proletariato ogni serio movimento rivoluzionario. […] Il primo passo attraverso il quale bisogna condurre questi strati sociali, è quello che li porti a pronunciarsi sul problema costituzionale e istituzionale».
Prosegue Höbel con le parole di Lisa che riferisce quanto sosteneva Gramsci:
“La ‘Costituente’ rappresenta la forma di organizzazione nel seno della quale possono essere poste le rivendicazioni più sentite della classe lavoratrice, nel seno della quale può e deve svolgersi […] l’azione del partito […] dimostrando alla classe lavoratrice italiana come la sola soluzione possibile […] risieda nella rivoluzione proletaria”.
Perciò
la parola d’ordine della Costituente va vista “non come fine a sé, ma come mezzo”, come piattaforma sulla cui base “sarà possibile un’intesa con i partiti antifascisti”, ponendosi al tempo stesso “nelle condizioni di indipendenza e [addirittura] di supremazia di fronte ad essi”, fermo restando l’obiettivo finale della “Repubblica dei soviet operai e contadini”. Il punto, insomma, ribadiva Gramsci in un colloquio con Lisa, era questo: “Per il Partito si pone il problema urgente di realizzare l’egemonia del proletariato, senza di che non si può parlare di conquista del potere” [ivi, 94].
Resta il fatto che il 25 marzo 1937 Gramsci riceverà, presso la Clinica Quisisana di Roma, la visita di Piero Sraffa (come confermato dal fonogramma della Questura di Roma alla direzione generale di PS con la stessa data) al quale affiderà l’incarico di trasmettere un suo preciso messaggio politico a Parigi, dove si trovava gran parte del gruppo dirigente comunista. Il messaggio fu trasmesso da Montagnana a Ercoli (Togliatti) il 27 aprile del 1937 (giorno della morte di Gramsci):
Parlando con p. [Piero Sraffa] ho appreso che l’amico ha formulato stavolta in modo più netto la sua antica idea della Costituente. Ha detto che «il fr[onte] pop[olare] in Italia è l’Ass[emblea] costituente». Vorrei conoscere la tua opinione, perché non è escluso che, nelle prossime trattative per mettere a giorno il patto d’azione [con i socialisti], la questione possa sorgere.
Per un chiarimento circa quanto Gramsci intendesse con Assemblea Costituente e quello che essa fu nella realtà della politica dei comunisti italiani, si consenta di ricorrere ancora a Höbel. L’Assemblea Costituente
è vista come una tappa, uno strumento, una leva fondamentale per la lotta contro il fascismo, più che come un obiettivo in sé, e in tal senso mi pare si leghi strettamente sia alla stagione dei fronti popolari, sia al modo nel quale il Pci condusse la lotta di liberazione nel 1943-45, individuando cioè un terreno unitario ampio condiviso – quello della lotta per il ripristino della libertà, della democrazia e dell’indipendenza nazionale – ma dando a tale prospettiva un carattere processuale, di percorso aperto agli sviluppi più avanzati sul terreno economico e sociale; parlando in tal senso di “democrazia progressiva”: una “democrazia di tipo nuovo” che proprio nella mobilitazione popolare della Resistenza e nei nuovi organismi di lotta e di autogoverno nati durante la lotta – dai Comitati di fabbrica ai CLN a tutti gli organismi di massa che fiancheggiavano l’azione antifascista –; proprio in tali organismi, espressione di un nuovo potere avrebbe dovuto trovare, accanto ai partiti di massa e a un Parlamento reso davvero rappresentativo, le sue basi. In questo senso, la riflessione di Gramsci sulla Costituente mi pare si leghi strettamente (il che non significa dire che coincida) con la concezione seguita dai comunisti italiani durante la Resistenza, con l’obiettivo dell’Assemblea costituente che anche allora fu posto e tenacemente perseguito fino a riempire la nuova Carta costituzionale di molti di quei contenuti che proprio alla creazione di un nuovo ordine sociale ed economico alludevano e continuano ancora oggi ad alludere.
Togliatti, soprattutto nel Rapporto al V Congresso del 29 dicembre del 1945, ritornò a più riprese sulla centralità della Costituente per i comunisti italiani e sul fatto che essa, e di conseguenza la Costituzione da redigere, dovesse rappresentare il primo passo sulla strada del superamento del passato e sulla proposta di un programma per il futuro:
Bisogna quindi andare alle elezioni della Costituente, e bisogna che nelle elezioni per la Costituente gettiamo le basi di una più audace e più concorde opera di rinnovamento.
Il popolo deve essere e sarà chiamato finalmente a manifestare la sua sovranità, eleggendo un’Assemblea costituente. Di qui avrà inizio il nostro rinnovamento vero […]
La Costituente ci deve essere e ci sarà […] Abbiamo bisogno di una Costituzione che seppellisca per sempre un passato di conservazione sociale e di tirannide reazionaria e non gli permetta di risorgere mai più, quindi di una Costituzione la cui originalità consisterà nell’essere, in un certo senso, un programma per il futuro. Dovranno perciò essere posti dall’Assemblea costituente problemi di rinnovamento non solo politico, ma economico e sociale.
Il 2 giugno del 1946 si sarebbero svolti il referendum e le elezioni per l’Assemblea Costituente. Per cui Togliatti continua:
Si avvicinano le elezioni. Il popolo dovrà votare. È evidente che il popolo esprimerà col voto l’esigenza che l’Italia sia profondamente rinnovata. Nel passato questa volontà di rinnovamento si è ripetutamente manifestata. Già le elezioni del 1914 furono intese dal popolo come elezioni da cui dovesse uscire qualcosa di nuovo. Così nel 1919 l’elezione della Camera dei deputati del dopoguerra fu compresa in sostanza come elezione per un’Assemblea costituente, come Giolitti stesso faceva intendere. Una volta e l’altra la volontà popolare di rinnovamento fu tradita. Una volta e l’altra, in conseguenza di quel tradimento, il paese venne gettato nel disordine, nella confusione. Questa volta ciò non deve più accadere. Per questo è compito del corpo elettorale, cioè del popolo italiano, mandare all’Assemblea costituente uomini che diano assicurazione al popolo stesso che condurranno a fondo l’azione per il rinnovamento economico, politico, sociale del paese. Noi chiederemo al popolo di votare per noi, per il Partito comunista, presentando il bilancio di tutto quello che abbiamo fatto per la salvezza del paese, per la sua liberazione, per la sua indipendenza, per la vittoria della democrazia, dicendo chiaramente quale è il nostro programma per il futuro. Ma anche a quelli che non vorranno votare per i comunisti, noi consigliamo fin d’ora di votare per qualcuno che dia loro garanzia di svolgere opera vera e seria di rinnovamento. Qualunque sia il partito per cui a seconda delle loro convinzioni vogliono votare, chiederemo agli elettori, nell’interesse di tutta la nazione, di impegnare almeno su tre punti essenziali quei candidati a cui daranno il voto:
- per la repubblica e contro la monarchia;
- rottura radicale e di fatto con tutte le forze reazionarie da cui è sorto il fascismo, e volontà decisa di distruggere a fondo ogni residuo di fascismo e di impedire che il fascismo rinasca;
- atteggiamento unitario nei confronti delle altre forze democratiche.
Se nell’Assemblea costituente ci sarà una maggioranza di uomini i quali siano impegnati al rispetto di questi tre punti, la Costituente potrà iniziare bene la sua opera di rinnovamento e condurla avanti con una certa sicurezza dei risultati. Invitiamo quindi il corpo elettorale a chiedere a tutti queste garanzie precise e negare il voto a chi non le dia.
Quindi, quando Togliatti nella seduta della Costituente del 26 settembre 1947, esclamerà: «Veniamo da lontano e andiamo lontano!», con forza pari soltanto alla consapevolezza del ruolo rivestito dal Partito comunista italiano sia nella Resistenza sia nella Costituente nella fase di elaborazione della Costituzione, proporrà la sintesi di un percorso iniziato da Gramsci nel carcere fascista e che stava per realizzarsi il 22 dicembre di quello stesso anno.
Togliatti non fece parte del governo che si formò subito dopo il referendum. Preferì dedicarsi al lavoro di Partito, da un lato, e a un impegno il più assiduo e attento possibile alla scrittura della Carta Costituzionale, dall’altro. Quale fu il ruolo effettivo del Segretario comunista in questo senso è già stato sottolineato e messo in evidenza. Due idee ne animarono l’operosità come costituente. La prima era legata alla necessità che nella Costituzione fossero affermati dei diritti che, in quel momento, lo Stato non poteva garantire ma che sarebbero stati acquisiti in futuro. L’altra sua idea era legata alla possibilità che la Costituente stessa fosse sovrana, potesse, cioè, legiferare su questioni fondamentali; è noto, invece, che la Costituente scrisse la Costituzione mentre l’attività legislativa fu lasciata al governo. Non per questo l’impegno togliattiano in sede di Costituente fu meno intenso; proprio lì riuscì a superare l’atteggiamento del movimento operaio tradizionalmente poco propenso ad accettare l’istituto parlamentare:
Questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere. Questo è un Parlamento conquistato da tutti, in primo luogo da noi.
La stesura della Costituzione fu per Togliatti l’obiettivo principale: doveva essere il risultato di una collaborazione fra tutti i partiti, che venne messa fortemente in discussione dalle montanti tensioni interne ed internazionali. Da un lato l’inizio della guerra fredda, con la volontà statunitense di porre solide basi in Italia (a marzo l’esposizione al congresso statunitense della dottrina Truman che si proponeva di contrastare le mire espansioniste dell’avversario comunista nel mondo; è importante sottolineare come l’Unione Sovietica fosse chiaramente al centro dei pensieri di Truman, anche se nel suo discorso tale Paese non venne mai direttamente menzionato), dall’altro la necessità da parte delle forze conservatrici ed antioperaie italiane di avere in toto il controllo del governo. Le due motivazioni, quella internazionale e quella nazionale, trovarono il momento di sutura nel viaggio di De Gasperi in Usa nel gennaio del 1947 quando la Dc ottenne il totale appoggio statunitense nell’imporre la sua direzione politica ed economica in Italia alleandosi con il cosiddetto quarto partito, il partito del denaro10. Quest’ultimo, rappresentato nella Costituente soltanto dal partito liberale, aveva alle spalle la forza del grande capitale monopolistico. Il leader, con la sua proposta di difesa della lira e di compressione dello sviluppo economico dell’Italia a beneficio di una ricostruzione capitalistica, era Luigi Einaudi. A questa linea si contrapponeva quella fissata dal congresso della CGIL del giugno 1947, sviluppata e ripresa da Di Vittorio con il Piano del Lavoro (1949), che aveva come problematiche di fondo la ricostruzione e l’occupazione, cioè un allargamento della spesa pubblica. La crisi del maggio viene letta da Togliatti come un evento da collegarsi alla situazione internazionale, ai crescenti contrasti fra le forze che diedero vita alla coalizione antifascista internazionale con un evidente ricaduta sulla politica interna.
Leggere il discorso dell’11 marzo del 194711 può essere illuminante, da questo punto di vista. La stessa posizione assunta rispetto al problema dell’inclusione dei Patti Lateranensi nell’articolo che regolava i rapporti fra lo Stato e la Chiesa12 ha la sua più profonda motivazione nella necessità di mantenere la coesione della comunità nazionale, di sostenere l’unità fra forze politiche e culturali diverse, di rendere solido il percorso della transizione alla democrazia.
In maniera altrettanto significativa non va dimenticato che il Pci, già estromesso dal governo, nel luglio del 1947 si astenne dal voto per la ratifica del trattato di pace pur di non vedersi associato alle destre e, così, ne consentì l’approvazione da parte della Costituente.
Fu quella la prima prova di coerenza unitaria e democratica del Pci all’opposizione, la prova di un Partito che continuò a contribuire alla stesura della Costituzione al punto che, come già ricordato, fu Umberto Terracini, presidente comunista della Costituente, a firmare la Carta Costituzionale. Più che la moderazione di Togliatti, fu la sua saggezza a consentire al Pci di operare una scelta diversa rispetto al Pcf, che pure aveva contribuito alla stesura della Costituzione della Quarta Repubblica francese, ma che non l’approvò.
Togliatti, quindi, Padre Costituente e protagonista di primo piano della vicenda dell’Italia del secondo dopoguerra. Com’è noto morì nel 1964. Di fronte al modo piuttosto scettico con cui alcuni ambienti politici italiani avevano accolto la notizia che a lui sarebbe stata intitolata una zona industriale del Volga, nel modo seguente appuntava Nenni nel suo diario il 2 settembre 1966:
Come se Togliatti non appartenesse ormai di pieno diritto alla storia del nostro paese.
Per concludere, parafrasando le parole con cui D’Albergo introduceva i discorsi togliattiani alla Costituente14, dal 1947 sono passati quasi ottanta anni e si pone l’urgenza di verificare quale sia l’attualità di questi discorsi in un quadro mutato sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico. È vero che il Pci non esiste più così come gli altri due partiti di massa che rappresentarono l’asse portante della Costituente. È altrettanto vero che di nuovo di recente si sono manifestati tentativi di mettere mano alla Costituzione per mutarne il senso e il significato più profondi. È ancora più vero che molti dei principi, anche alcuni fra i 12 definiti fondamentali, sono stati spesso sottoposti ad attentati di vario tipo e provenienti da direzioni diverse. Sono ancora i segretari comunisti a richiamare all’osservanza e alla seria applicazione dei principi costituzionali, nella prospettiva di una continua espansione della democrazia in direzione del socialismo.
Noi siamo democratici perché ci muoviamo nell’ambito della Costituzione, del costume democratico e della legalità che essa determina, ed esigiamo da tutti il rispetto di questa legalità e l’applicazione di tutte le norme costituzionali da parte di tutti, e prima di tutto dei governi. Il terreno della democrazia lo abbiamo conquistato per procedere, sopra di esso, verso il socialismo.
E Longo:
Punto di partenza e di riferimento di tutta la nostra battaglia resta la Costituzione repubblicana. (…) Vogliamo una democrazia nuova, avanzata, capace di esaltare al massimo l’esigenza operaia e popolare di partecipazione; una democrazia che deve avere la sua base nella stessa attività produttiva e deve trovare espressione in un ampio e articolato sistema di autonomie.
In ultimo, ma ovviamente soltanto in ordine cronologico, Berlinguer il quale, nel 1983, pone la questione dell’applicazione della Costituzione in termini molto concreti:
A dieci anni dall’entrata in funzione della riforma tributaria, si impone un cambiamento complessivo, per avviare il passaggio a un sistema fiscale che valuti i patrimoni e non solo i redditi: gli uni e gli altri, naturalmente, con imposizione progressiva come prescrive la Costituzione.
La Costituzione, quindi, non è soltanto un insieme di idee che vagolano nell’iperuranio delle astrazioni giuridiche; si tratta, invece, del configurarsi di concrete disposizioni da applicare in quanto (e questo è stato il compito della Costituente e dei comunisti per primi) tratte dal mondo concreto delle condizioni del popolo italiano alla fine della seconda guerra mondiale, condizioni trasformate in principi, principi divenuti norme da realizzare e da applicare.




