di Daniele Iannello –
Condividendo lo spirito e la lettera di questa bella nota di Daniele Iannello, come Dipartimento Giustizia e Istituzioni, prendiamo spunto per aprire una discussione in tema di controllo sociale e nuove tecnologie.
Lo schema di decreto legislativo attuativo della legge 23 settembre 2024, n. 132 (Disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale), attualmente all’esame del Parlamento, contiene disposizioni gravissime che rischiano di modificare in profondità il rapporto tra cittadini, spazio pubblico e potere dello Stato.
Non stiamo parlando di una puntata di Black Mirror, ma di un provvedimento reale con cui il Governo Meloni vuole costruire la base giuridica per l’impiego del riconoscimento facciale e di altri sistemi di intelligenza artificiale nelle attività di polizia.
Tra i punti più inquietanti quelli che riguardano il riconoscimento biometrico a posteriori. Si prevede che nei luoghi e negli eventi nei quali vengono individuate generiche «esigenze di ordine e sicurezza pubblica» possano essere trattati automaticamente i dati biometrici ricavati dai volti delle persone presenti.
Il provvedimento permette di predisporre sistemi capaci di estrarre preventivamente le impronte biometriche dei volti, procedere alla loro «memorizzazione a livello locale» e conservarle fino a «sette giorni», in attesa di un eventuale confronto successivo.
Non si parte più da un reato e da un sospetto per arrivare a un’indagine. Si raccolgono prima i dati di tutti, nel caso in cui possano servire in futuro.
L’intera popolazione presente in una piazza, in uno stadio, in una stazione, in un concerto o in una manifestazione può così essere trasformata in un archivio biometrico temporaneo di polizia, composto in larghissima parte da persone che non hanno commesso nulla e non sono sospettate di nulla.
Il volto diventa un codice numerico, una chiave di accesso alle banche dati dello Stato.
Lo schema contiene una contraddizione evidente. Da una parte afferma che questi sistemi non possono essere utilizzati per controlli «generalizzati o indiscriminati»; dall’altra autorizza la raccolta preventiva dei dati biometrici di tutte le persone che entrano in determinati luoghi o partecipano a determinati eventi.
Il Governo sostiene che non si tratterebbe di riconoscimento facciale in tempo reale, perché l’identificazione delle persone avverrebbe soltanto in un secondo momento. Ma la distinzione è in gran parte artificiosa: il passaggio più invasivo è già avvenuto quando il volto di una persona innocente viene trasformato automaticamente in un dato biometrico, archiviato e reso disponibile per una futura ricerca.
Lo stesso Garante per la protezione dei dati personali ha evidenziato che questa disposizione rischia di determinare una raccolta massiva, preventiva e generalizzata dei dati biometrici, in contrasto con il Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), che ammette il riconoscimento facciale a posteriori soltanto per ricerche mirate di persone sospettate o condannate.
È la realizzazione tecnologica di un modello di controllo sociale che Michel Foucault aveva descritto molti anni prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale: un potere che non si limita a vietare e punire, ma osserva, registra, classifica e disciplina i comportamenti.
Un potere tanto più efficace quanto meno ha bisogno di intervenire apertamente, perché induce ogni persona a comportarsi come se fosse costantemente osservata.
Una manifestazione può restare formalmente libera. Ma quanto sarà realmente libera una piazza nella quale ogni partecipante sa che il proprio volto può essere acquisito, trasformato in un dato biometrico e conservato dalla polizia?
La sorveglianza non produce effetti soltanto quando conduce a un fermo o a un arresto. Produce effetti prima, scoraggiando la partecipazione, limitando la libertà di espressione e rendendo più rischiosa l’attività politica, sindacale e sociale.
Le persone possono così rinunciare a esercitare un diritto non perché quel diritto sia stato formalmente cancellato, ma perché temono di essere registrate, identificate e schedate.
A subire maggiormente le conseguenze di questi dispositivi saranno coloro che già oggi sono più esposti al controllo delle istituzioni: giovani, migranti, abitanti dei quartieri popolari, movimenti sociali, lavoratrici e lavoratori in lotta, ambientalisti, occupanti di case, militanti politici e sindacali.
L’intelligenza artificiale non elimina le discriminazioni e le scelte politiche della polizia. Può amplificarle, automatizzarle e presentarle come risultati neutrali e scientifici.
Un algoritmo non decide autonomamente dove collocare le telecamere, quali manifestazioni considerare pericolose, quali persone inserire nelle banche dati e quali volti sottoporre a confronto. Dietro ogni sistema esistono decisioni politiche, interessi economici, criteri di selezione e rapporti di potere.
C’è poi un ulteriore elemento estremamente problematico. L’installazione e la manutenzione di questi sistemi potranno coinvolgere anche gestori dei luoghi e organizzatori degli eventi, costruendo una rete ibrida nella quale infrastrutture private diventano gli occhi della sorveglianza pubblica.
Lo Stato non deve necessariamente installare direttamente ogni telecamera: può utilizzare stadi, stazioni, strutture, imprese e organizzatori come articolazioni tecniche di un sistema diffuso di controllo.
Chiediamo che questo decreto venga immediatamente ritirato.
Chiediamo inoltre che ogni utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia sia subordinato ad autorizzazioni giudiziarie effettive, limiti rigorosi, piena trasparenza sui sistemi impiegati, verifiche indipendenti sui tassi di errore e sulle discriminazioni e al diritto di ogni persona di conoscere e contestare le procedure algoritmiche che la riguardano.
Non accettiamo che il Parlamento autorizzi prima la costruzione di un’infrastruttura di sorveglianza e rinvii poi a successivi decreti ministeriali la definizione delle garanzie tecniche fondamentali.
Il governo Meloni pensa di costruire sicurezza trasformando ogni cittadino in un potenziale sospetto. Noi crediamo che la sicurezza si costruisce combattendo le disuguaglianze, garantendo il diritto alla casa e al lavoro, rafforzando i servizi pubblici, contrastando la marginalità e rimuovendo le cause materiali dell’insicurezza.
Non siamo contrari all’intelligenza artificiale in astratto. Il problema è chi possiede e controlla queste tecnologie, per quali finalità vengono utilizzate e contro quali gruppi sociali vengono indirizzate.
Una tecnologia nelle mani di un potere privo di veri limiti democratici è un dispositivo di controllo più rapido, più invisibile e più pervasivo.
Oggi ci dicono che servirà per garantire la sicurezza in alcuni luoghi ed eventi. Domani gli stessi strumenti potranno essere estesi a un numero sempre maggiore di spazi e situazioni. È così che l’eccezione diventa ordinaria e la sorveglianza diventa normale.
Le piazze devono restare luoghi di libertà, partecipazione e conflitto democratico.
Non permetteremo che diventino banche dati biometriche a disposizione del potere.




