La condanna a 10 anni per il sequestro di Giulio Regeni di tre ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani non scuote il governo Meloni. Anzi il ministro Tajani si preoccupa di comunicare al dittatore Al Sisi che i rapporti con il regime egiziano non sono in discussione.
Anche se la magistratura non ha potuto finora condannare esecutori e mandanti delle torture e dell’omicidio del ricercatore italiano è evidente che la responsabilità è del regime di Al Sisi che ha peraltro ostacolato le indagini. Eppure, con la complicità del Cairo, i condannati non sono mai stati interrogati e non hanno mai ricevuto comunicazioni ufficiali riguardanti il processo in cui sono stati imputati e c’è da scordarsi ogni possibilità di ottenerne l’estradizione. C’è forse timore che rivelino a quale catena di comando abbiano obbedito? Sono trascorsi quasi 11 anni dal sequestro e dell’uccisione di Giulio, come Partito abbiamo seguito il tentativo della famiglia, dei legali, di una parte sana della società italiana, di ottenere che i diversi governi che si sono succeduti in Italia, battessero un colpo. Ma guai a interrompere le relazioni economiche, diplomatiche e militari con il regime di Al Sisi. L’Egitto, nonostante le migliaia di detenuti politici, è considerato un “paese sicuro”, a cui vendere armamenti, con cui mantenere gli accordi bilaterali per il rimpatrio dei richiedenti asilo, in cui a breve l’UE potrà realizzare centri di deportazione delocalizzando l’allontanamento di chi non deve aver diritto a restare in Europa e in cui potranno essere detenuti anche famiglie con minori. Almeno in nome di Giulio, si dovrebbe interrompere ogni relazione diplomatica, con il regime egiziano, che si fermino i rimpatri, come dovrebbe avvenire a prescindere per chi chiede protezione, in nome dell’articolo 10 della Costituzione.
Maurizio Acerbo, Segretario nazionale, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea




