di Franco Ferrari –
La scorsa settimana è stata animata da alcuni appuntamenti che hanno coinvolto le forze politiche di sinistra, sia quella di orientamento socialdemocratico che quelle radicali e alternative.
A Barcellona si sono svolti contemporaneamente un vertice di capi di stato e di governo progressisti, per lo più latinoamericani, dedicato alla “difesa della democrazia” e un incontro più largo finalizzato ad una “mobilitazione globale dei progressisti”. I principali protagonisti di entrambi gli appuntamenti sono stati il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e il Presidente brasiliano Lula.
A Bruxelles invece si è tenuto l’8° Congresso del Partito della Sinistra Europea dedicato a “combattere l’austerità e fermare la militarizzazione”. Questa formazione politica di livello europeo è stata fondata nel 2004 per impulso soprattutto di Rifondazione Comunista e della PDS tedesca, poi confluita nella Linke. Raccoglie solo una parte della sinistra radicale, dato che si è recentemente formata un’altra aggregazione europea (l’ELA) e che alcuni partiti di rilievo non aderiscono a nessuna delle due.
Il doppio appuntamento di Barcellona ha avuto, evidentemente, una maggiore risonanza mediatica. Quali obbiettivi si proponeva e quale valutazione darne? Il principale impulso è venuto da Pedro Sanchez il quale guarda naturalmente alla difficile scadenza delle elezioni politiche del 2027, nelle quali non si può escludere una vittoria dei partiti di destra che potrebbero convergere nella formazione di un governo dai tratti fortemente autoritari e antidemocratici. Per parte sua, anche Lula sarà impegnato già in autunno in nuove elezioni presidenziali e, secondo quanto riferiva nei giorni scorsi Le Monde, la destra, incarnata dal figlio di Bolsonaro, sarebbe in ascesa e avrebbe un consenso importante tra i giovani.
Due sono gli elementi centrali che hanno caratterizzato, in particolare, l’assemblea di “Global Progressive Mobilisation”. Il primo è un tentativo di riunificare a livello mondiale la socialdemocrazia facendone il perno di convergenza di forze che si trovano alla sua sinistra, ma anche alla sua destra (come attesta il messaggio video di Hillary Clinton). L’incontro è il risultato di decisioni avallate dal Partito Europeo dei Socialisti (PES), dalla Internazionale Socialista e dalla Alleanza Progressista. Quest’ultima era sorta dalla decisione di alcuni partiti di rompere con la storica Internazionale Socialista, la cui immagine era stata irrimediabilmente “macchiata”, secondo alcuni, dall’avere mantenuto come partiti membri a tutti gli effetti formazioni politiche che sostenevano regimi autoritari (Egitto, Tunisia, ecc.).
Tra i primi “firmatari” dell’iniziativa di Barcellona figura oltre a Sanchez anche il socialdemocratico svedese Stefan Lofven nel suo ruolo di presidente del PES.
In Europa, dove la socialdemocrazia perde terreno ormai da molti anni, sembra essersi costituito un asse tra il PSOE e il PD di Elly Schlein che ha avuto un ruolo di primo piano nell’incontro di Barcellona. D’altra parte molti partiti socialdemocratici sono in crisi, soprattutto quelli di paesi chiave come la Germania e la Francia. In Italia, il PD ha concrete possibilità di tornare al governo nel 2027, e Schlein ha fatto esplicitamente riferimento ad un rapporto preferenziale con gli spagnoli.
Oltre alla riunificazione del campo socialdemocratico e di quelle forze progressiste, soprattutto in America Latina, che hanno provenienze e percorsi diversi dalla socialdemocrazia tradizionale (che in America Latina per molto tempo è stata fortemente spostata a destra), come il PT di Lula, il Pacto Historico di Gustavo Petro in Colombia, il Fronte Ampio in Uruguay, il MORENA messicano, un secondo obbiettivo caratterizza l’iniziativa di Sanchez: il riorientamento a sinistra di questo campo.
La socialdemocrazia ha sposato in gran parte, negli anni ’90 e oltre, la cosiddetta “terza via” di Blair che si è posta esplicitamente in rottura con tutto ciò che poteva richiamare la sinistra tradizionale. Schroder la ribattezzò come “Nuovo centro”. L’idea era che il capitalismo liberale e la globalizzazione, che ne era la sua proiezione sulla scena mondiale, fossero ormai l’unico contesto possibile e il conflitto politico si giocasse fra chi sapeva meglio “governare” questa dinamica. Erano gli anni delle promesse di una “globalizzazione felice” e dell’alternanza, che rappresentava la tendenza dei due blocchi politici principali a convergere verso politiche molto simili.
La socialdemocrazia puntava a ridefinire un nuovo blocco di consenso nel quale perdevano peso settori operai e popolari tradizionali ed entravano con forza ceti medio e medio-alti, tendenzialmente a destra sul piano delle politiche economiche ma progressisti sul piano socio-culturale.
La crisi della globalizzazione capitalistica ha determinato anche una crisi di egemonia delle classi dominanti che ha coinvolto la stessa socialdemocrazia della “terza via” ma anche l’anima più centrista della destra con la fine della leadership della Merkel, poi il fallimento di Macron, Renzi e così via. L’estrema destra ha saputo cogliere la “finestra di opportunità” determinata da questa crisi di egemonia del centrismo dando risposta soprattutto alle paure e alle minacce di instabilità prodotte sia dalla globalizzazione che dalla sua crisi, senza però mettere in discussione il paradigma neoliberista.
La socialdemocrazia non è riuscita a trovare una nuova strategia e costruire un nuovo blocco sociale. Ci sono stati alcuni tentativi di uscire dalla crisi ma finora senza successo. È il caso di Starmer in Gran Bretagna che ha provato a riverniciare e rilanciare l’esperienza blairiana e, con un’impostazione un po’ diversa, la socialdemocrazia danese. Quest’ultima ha provato a smontare e rimontare lo schema socialdemocratico mantenendo alcune posizioni classicamente di sinistra (redistribuzione della ricchezza, presenza dello Stato), con elementi presi dalla destra (lotta ai migranti, “legge e ordine”). Entrambe le opzioni, dopo un apparente successo, sono rapidamente declinate. Nell’Europa dell’Est hanno trovato spazio esperienze che anch’esse tendono a mescolare elementi di sinistra e di destra con un’aggiunta di conservatorismo socio-culturale, come in Slovacchia con Fico e ora in Bulgaria con il successo di “Bulgaria progressiva”, una coalizione di formazioni socialdemocratiche, sostenute anche da una parte della destra nazionalista.
Ora Sanchez prova un’altra strada che è quella di corrispondere alla polarizzazione della destra con una contropolarizzazione della sinistra. Quindi non più convergenza al centro, ma rivendicazione del patrimonio ideologico e dell’identità della sinistra come strumenti della battaglia culturale: “à la guerre comme à la guerre”. Nel caso di Lula, l’autocritica è stata ancora più radicale perché ha denunciato il fatto che la sinistra abbia gestito il neoliberismo e abbia spesso presentato alle elezioni programmi di rinnovamento sociale a favore delle classi popolari per poi fare tutt’altro una volta arrivata al governo.
Questo riorientamento della socialdemocrazia che la allontana, almeno retoricamente, dal neocentrismo e dal socialiberalismo, per rivendicare posizioni più nette e a sinistra, andrà ovviamente verificata sui fatti concreti. Non si può negare però che alcune delle scelte di Sanchez, in questo grazie anche alla pressione della sinistra alternativa e comunista presente al governo, siano andate realmente in quella direzione. Analogamente, e nonostante le contraddizioni e gli ostacoli incontrati all’interno del partito, anche Elly Schlein ha operato una, prudente ma determinata, ricollocazione del suo partito secondo una direttrice analoga.
Non si può sottovalutare il fatto che diversi dei protagonisti di Barcellona (Sanchez e Schlein tra gli europei, Lula e Petro tra i latinoamericani) siano impegnati in, più o meno ravvicinate, scadenze elettorali e quindi una mobilitazione con un profilo ideologico più spostato a sinistra risponda anche, se non prevalentemente, ad una esigenza elettorale.
Con tutte le prudenze del caso c’è però un dato strutturale che va al di là della pura retorica. I partiti socialdemocratici e affini, sono forze politiche orientate a vincere le elezioni e andare al governo e quindi una parte di essi prendono atto che il ruolo di “gestori educati” del neoliberismo non consente più di costruire coalizioni elettorali e politiche in grado di resistere e respingere l’ascesa della destra.
Quali problemi pone questa offensiva di settori importanti della socialdemocrazia alle forze che si collocano alla sua sinistra e che non vogliano farsene assorbire come è avvenuto da forze comuniste importanti negli anni ’90 (a partire dall’Italia dove il cammino verso destra di una parte degli ex comunisti è andato anche oltre la socialdemocrazia come si è visto con la “sinistra per il Sì” al referendum o con la “sinistra per Israele”)?
Innanzitutto c’è un elemento indubbiamente positivo. Una forza politica che non si accontenti dell’autorappresentazione e della propaganda ideologica ha bisogno di costruire alleanze, innanzitutto sociali ma poi anche politiche. E questo se ci si dà una strategia per il potere senza la quale ci si condanna all’irrilevanza. Lo spostamento a destra di socialdemocratici e verdi rende più difficili, se non impossibili, le alleanze e questo priva le forze della sinistra alternativa di una strategia politica credibile. La tendenza contraria apre invece possibilità di collaborazione. Non è casuale che fra i principali protagonisti di Barcellona ci siano capi di coalizioni politiche larghe (“campi larghissimi”) nelle quali sono presenti da tempo anche partiti comunisti come altre forze radicali, marxiste, classiste di diversa ispirazione. Vale per la Spagna come per il Brasile, la Colombia, l’Uruguay, il Messico, ecc.
Però questa operazione pone anche una sfida non facile. Per sintetizzare una ricostruzione molto più complessa si può dire che la sinistra radicale (che in Europa, soprattutto, è diventata post-comunista negli anni ’90 o derivata da altre correnti ideologiche) ha in buona parte occupato lo spazio programmatico lasciato vuoto dalla socialdemocrazia: interventismo statale, ridistribuzione delle ricchezze, politiche economiche keynesiane, compromesso capitale- lavoro) integrate dalle teorizzazioni e dalle proposte programmatiche espresse dai “nuovi movimenti sociali” (femminismo, LGBTQ+, ambientalismo, ecc.). Aspetti questi sui quali anche il neoliberismo progressista si è mosso con un certo successo “decaffeinandoli” quel tanto da non metterle in conflitto con le politiche socio-economiche.
Se la stessa socialdemocrazia recupera temi classici antecedenti alla svolta neoliberista, si pone un problema di ridefinizione e riaffermazione del profilo delle forze che si trovano alla sua sinistra e che si collocano dentro la prospettiva della trasformazione sociale. Esistono terreni di dissenso sui quali la socialdemocrazia, anche quella che si sposta a sinistra, non concretizza una reale posizione di rottura con gli equilibri esistenti. Questo vale innanzitutto per l’Unione Europea che resta inserita nel paradigma neoliberista per effetto di Maastricht e delle impostazioni successive, ma che ora devia verso un processo di militarizzazione che ne accentua i caratteri antidemocratici. Analogamente manca una proposta politica di assetto globale che rimetta in discussione la NATO.
Temi sui quali il documento del Congresso del Partito della Sinistra Europea che si è tenuto a Bruxelles prova a definire, con le difficoltà derivanti dalla diversità delle forze politiche che ne fanno parte, una piattaforma minima sulla quale costruire una presenza politica più forte sia a livello nazionale che europeo.
Il documento indica però alcuni elementi di un profilo ideologico più complessivo che delineano differenze di fondo con l’impostazione socialdemocratica che resta, grosso modo, dentro la logica di un riformismo nel capitalismo, in un momento in cui le tendenze oligarchiche e autoritarie presenti nel capitalismo stesso rendono più difficile la realizzazione di politiche riformiste (nel senso classico del termine).
Ci sono alcune definizioni che poi nel testo, inevitabilmente, non vengono elaborate, e rimandano alla tradizione del movimento operaio socialista e comunista, come la rivendicazione di operare per il superamento del capitalismo in senso socialista, di essere espressione della classe lavoratrice e di analizzare la dimensione globale a partire da una posizione “anti-imperialista” (che ci dovrebbe utilmente esonerare dall’insopportabile chiacchiericcio “geopolitico”).
Senza entrare nelle scelte nazionali dei singoli partiti, il Partito della Sinistra Europea propone un orizzonte generale di convergenza delle sinistre, dei verdi e dei progressisti e la costruzione di “larghe alleanze”.
Ci sono quindi elementi importanti di ricostruzione di un paradigma che si differenzia da quello socialdemocratico, senza cadere in una prospettiva settaria e di puro propagandismo autoreferenziale. Parlare di “superamento del capitalismo”, “socialismo”, “classe lavoratrice”, “antimperialismo” significa individuare gli elementi fondamentali di un paradigma che, per quanto già in parte rinnovato dagli apporti del femminismo, resta in buona parte ancora da ripensare e ricostruire.




