Di Giovanni Russo Spena –
Nelle intenzioni della maggioranza ci sono premi di maggioranza abnormi, liste bloccate, il nome del “capo” sulla scheda. Ecco le proposte alternative dell’associazione Salviamo la Costituzione.
La sconfitta referendaria ha allarmato la Meloni. Voleva un plebiscito ma ha ottenuto la rinascita di una attiva partecipazione popolare contro la sua torsione incostituzionale, il tentativo di stravolgere l’equilibrio tra i poteri abbattendo il potere autonomo della giurisdizione. Come reagisce Meloni? Oltre l’approvazione dell’ennesimo “pacchetto sicurezza” che trasforma lo Stato di diritto in Stato penale, del controllo, della sorveglianza, si affretta a portare in Parlamento la proposta di una nuova legge elettorale. Pessima, ad avviso nostro, cioè della associazione Salviamo la Costituzione. L’obiettivo è quello di rendere stabile il proprio potere, privo di reale legittimazione popolare, mediante abnormi premi di maggioranza, simili a quelli delle leggi elettorali Acerbo e Mussolini; allungando la lista bloccata dei candidati e introducendo l’indicazione, sulla scheda, del nome del “capo” coalizione come futuro presidente del Consiglio.
La proposta alternativa di larga parte dei giuristi democratici è, invece, per un sistema elettorale proporzionale e uninominale, che verrebbe incontro al vero, grande problema: la crisi della partecipazione democratica. La proposta Meloni, infatti, elude questo tema ed esalta, in misura unilaterale, il tema della governabilità. Per la presidente la rappresentanza del pluralismo rappresentativo di una società complessa, come è la nostra, non conta niente; interessa che venga garantita, attraverso marchingegni tecnico-elettorali, una maggioranza parlamentare (che risulta, poi, essere una coalizione di minoranze) che abbia un solo voto in più: e che si impossessa, in tal modo, di tutti gli scranni istituzionali, puntando perfino all’elezione del presidente della Repubblica senza confronto e consenso generali, come pretende la “disciplina costituzionale”. Non si affronta il tema drammatico: la crisi della rappresentanza, che è crisi della democrazia. Meno della metà della cittadinanza si reca al voto, ma le forze politiche pensano ad alchimie della legge elettorale al solo scopo di conseguire la vittoria. Nasceranno governi legittimi, certo; ma senza una solida ed estesa base di consenso sociale, senza reale legittimità popolare.
La proposta Meloni prevede premi di maggioranza abnormi (70 deputati e 35 senatori), allunga le liste dei candidati sempre bloccate, e prevede l’indicazione del “capo” della coalizione, contro l’articolo 92 della Costituzione, che prevede che i poteri di scelta e nomina dei governi spettino al Capo dello Stato. Noi proviamo a disegnare una legge elettorale alternativa, rispettosa della Costituzione, un punto di vista “altro” che non venga ingabbiato in pratiche di inefficaci mediazioni.
Il punto da cui Salviamo la Costituzione parte è il 1993, quando un referendum populista, voluto da quasi tutte le forze politiche, cancellò il sistema proporzionale, con uno slogan simile a quello della presidente del Consiglio: «il popolo deve indicare direttamente chi ci governa», con una evidente forzatura del secondo comma dell’art. 1 della Costituzione. Ma se facessimo un bilancio onesto dovremmo dire che è successo il contrario. In definitiva, cittadine e cittadini non solo non hanno scelto i governi, ma neanche i propri rappresentanti in Parlamento.
Il nostro punto di partenza, invece, deve essere il dispositivo della Consulta: «è necessario garantire l’effettiva conoscibilità dei candidati e con essa l’effettività della scelta e della libertà del voto». Ne deriva la necessità di adozione di un sistema proporzionale basato sui collegi uninominali, senza le liste bloccate. I parlamentari non sarebbero calati dall’alto ma, nella stragrande maggioranza dei casi, espressione dei territori. Il sistema proporzionale, inoltre, permetterebbe una rappresentanza istituzionale anche delle minoranze, superando la distinzione castale e verticistica del sistema ipermaggioritario. La Consulta, ancora una volta, spiega, infatti, che è sulla rappresentanza democratica che «si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente».
Nei piccoli collegi uninominali, con il sistema proporzionale, anche il confronto tra forze politiche sarebbe più diretto, fondato sui programmi, in grado di coinvolgere l’elettorato. Sul serio il “popolo” potrebbe influire sulle strategie. È un modello molto simile a quello tedesco, previsto, del resto, anche dalla legge 29 del 1948 per l’elezione dei membri del Senato italiano. Che evita, tra l’altro, l’eccessiva “personalizzazione”: la rappresentanza istituzionale deve essere anche sociale.
È un grave errore il totem, la cantilena che larga parte del sistema politico ripete, senza fare mai un bilancio degli ultimi decenni del sistema maggioritario: «bisogna conoscere il giorno stesso delle elezioni chi governa il Paese». Perché così crolla il ruolo del Parlamento. È il Parlamento, infatti, il luogo dell’equilibrio, ove le rappresentanze elette concordano strategie e programmi. Le coalizioni preelettorali, richieste dal sistema maggioritario, sono spesso il frutto del mercato delle candidature, di condizionamenti, ricatti. E non portano affatto stabilità.
Proviamo, a partire da queste brevi note, a discutere per affrontare il tema decisivo della democrazia rappresentativa?




