Dona con
HomeApprofondimentiLuigi Longo: il ruolo dei Comunisti nella Resistenza

Luigi Longo: il ruolo dei Comunisti nella Resistenza

di Maurizio Acerbo –

Perché siamo stati i protagonisti.

Intervista a Luigi Longo, allora segretario generale del PCI, comandante delle Brigate Garibaldine e vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, pubblicata il 25 aprile 1965 su l’Unità.

LUIGI LONGO: IL RUOLO DEI COMUNISTI NELLA RESISTENZA by Maurizio Acerbo

null

Read on Substack

Comunisti, socialisti e azionisti seppero imprimere alla Resistenza il più largo carattere popolare e di massa, battendo l’«attendismo» dei liberali e dei dc – Le «zone libere» – La «svolta di Salerno» – Il carattere originale e il contenuto di classe della guerra partigiana in Italia

La stretta collaborazione tra la forza politiche che costituivano i CLN è stata la condizione essenziale per il successo della Resistenza. E’ noto però che questa collaborazione e unità antifascista, per svilupparsi e consolidarsi, dovettero superare non pochi ostacoli, passare attraverso lo scoglio di contrasti anche profondi. A che cosa erano dovuti questi contrasti?

Le divergenze si riconducevano a un contrasto di fondo durato, si può dire, in seno ai CLN per tutto il periodo della Resistenza: il contrasto, cioè, fra la tendenza «attendista» (rappresentata dai liberali e dai dc), e l’esigenza di dare alla lotta armata della Resistenza il più largo carattere popolare e di massa, sostenuta vigorosamente dai comunisti, dai socialisti e dal partito d’azione. Dietro questo contrasto si manifestavano naturalmente differenze ancor più profonde sul modo di concepire lo sbocco politico che si voleva dare alla lotta, sul carattere e sul contenuto stesso della Resistenza.

La giustificazione addotta dagli «attendisti» a sostegno delle proprie tesi era, sostanzialmente, nella gravità dei pericoli che le azioni armate avrebbero comportato sia per i partigiani sia per le popolazioni civili. Secondo i sostenitori di questo orientamento, tutto quello che bisognava fare era di attendere l’arrivo degli alleati, perché solo essi sarebbero stati in grado di liberare l’Italia da tedeschi e fascisti e avrebbero potuto insediare le forze antifasciste al potere. Viceversa, per noi, per i socialisti e gli azionisti la cosa essenziale era un’altra, profondamente diversa. Il popolo italiano doveva portare un proprio contributo autonomo alla Liberazione, perché solo in questo modo esso avrebbe potuto dopo venti anni di oppressione fascista acquisire una nuova coscienza nazionale e democratica, riscattare i crimini commessi dal fascismo contro i popoli che aveva aggredito, e conquistarsi così il diritto politico e morale di partecipare in modo autonomo alla definizione dei propri destini.

Questo dissenso era limitato al campo politico o si rifletteva anche sul modo di concepire la condotta militare della guerra di liberazione ?

Naturalmente, coinvolgeva anche questioni di tattica militare. Prima ancora, però, vorrei dire che le sue implicazioni erano visibili per ciò che riguarda il carattere e le funzioni degli stessi CLN. Secondo le correnti «attendiste» i CLN avrebbero dovuto esser contenuti nei limiti di una semplice coalizione di vertice fra i partiti; mentre comunisti, socialisti e azionisti puntavano a trasformare sempre più i CLN in organismi di massa, non limitati ai cinque partiti che ne facevano parte (nell’Italia settentrionale, giacché nel Meridione erano sei comprendendo il partito democratico del Iavoro), ad articolarne l’organizzazione in tutte le province e in tutte

le località dove fosse stato possibile, ad estenderla fino nelle fabbriche. negli uffici, in tutti i Iuoghi di lavoro e di studio.

E vengo all’aspetto, diciamo così, militare della questione. In effetti, anche qui i teorici dell’attendismo avevano le loro idee: la lotta armata avrebbe dovuto consistere secondo loro in una serie di semplici missioni di sabotaggio e d’informazione per conto degli alleati, ai quali, del resto, essi avrebbero voluto demandare l’organizzazione e la direzione diretta delle operazioni partigiane. Queste forze pensavano insomma a una guerriglia di commandos, affidati preferibilmente alla direzione di ufficiali di carriera. Da parte della sinistra, veniva invece messa in primo piano la necessità di considerare la lotta come una lotta popolare di liberazione nazionale che doveva essere organizzata, combattuta e diretta in modo autonomo dal popolo italiano. Una lotta alla quale bisognava assicurare la più larga partecipazione di massa, fino a farne un vero e proprio movimento unitario a carattere popolare nazionale, che abbracciasse tutte le correnti antifasciste, i più diversi ceti sociali, indipendentemente dalle differenti concezioni politiche, sociali, religiose e filosofiche. E questa è stata la tesi che ha prevalso.

Qual è stato, in questo dibattito nella direzione politico-militare unitaria dei CLN, il ruolo dei comunisti?

Noi comunisti siamo stati fin dall’inizio quelli che hanno sostenuto a spada tratta la necessità della unità politica, organizzativa e militare delle forze di liberazione.

Lo abbiamo dimostrato non solo con le parole, ma con i fatti. Fin dall’inizio, quando abbiamo costituito le prime brigate «Garibaldi», lungi dal considerarle come formazioni autonome, alle dipendenze del nostro partito abbiamo voluto che esse si presentassero come

reparti d’assalto nel quadro del movimento di liberazione. Da principio, infatti, chiamammo le prime formazioni e «distaccamenti modello», e «brigate d’assalto».

Del resto, le avevamo costituite per avere una libertà d’iniziativa, per non essere condizionati dalle incertezze, dalle esitazioni o dalla e inazione dei primi «comitati militari» sorti su basi improvvisate, dai quali all’inizio, in qualche caso, si vollero escludere sia i singoli comunisti, sia le prime embrionali formazioni nate o per nostra iniziativa di partito o per iniziativa individuale di comunisti, di reduci dal carcere, dalla guerra di Spagna, ecc. Ma la nostra preoccupazione fondamentale, il principio costante di tutta la nostra azione è stato la più stretta collaborazione fra tutte le formazioni partigiane, comunque sorte, da chiunque comandate. In questa direzione dovemmo superare, fra l’altro, non poche incomprensioni e resistenze, soprattutto da parte delle formazioni che facevano capo a militari o a elementi ancora influenzati dalla ventennale propaganda anticomunista dei fascisti. E va ricordato che, nei primi tempi, questa ostilità nei nostri confronti di alcune formazioni cosiddette autonome costò arresti e fucilazioni di partigiani solo perché comunisti.

A parte questi episodi dei primi tempi, che giudizio dai del grado di unità raggiunto dalle formazioni partigiane?

Devo dire che, una volta cadute le prevenzioni anticomuniste che erano come ho sottolineato una triste eredità del ventennio fascista, l’unità nelle formazioni partigiane è stata più semplice a raggiungersi di quanto non lo sia stata nei CLN dove le differenziazioni politiche permasero sempre più o meno aperte, più o meno operanti. E anche questo si deve in gran parte alla nostra politica unitaria. Non c’è nulla di più falso, infatti, dell’accusa che ogni tanto ci viene rivolta su un preteso nostro «monopolio» della Resistenza. Basta pensare per esempio al fatto che fin dall’inizio noi abbiamo salutato la costituzione delle varie formazioni sorte per iniziativa di questo o quel partito o di gruppi autonomi. Basta ricordare come noi abbiamo sempre sostenuto che non si dovessero porre condizioni ideologiche o di partito nella formazione delle varie unità partigiane. Fu in coerenza con questo -principio che noi facemmo tutti gli sforzi per avere nelle brigate e divisioni «Garibaldi» operai, contadini, studenti, soldati, ufficiali di ogni partito e di ogni tendenza. E io credo anzi che proprio le brigate «Garibaldi» siano state le prime ad avere dei distaccamenti con proprio cappellano militare (soprattutto in Val d’Ossola). Non è un caso, inoltre, che molte brigate e divisioni garibaldine siano state composte e spesso comandate anche da membri di altri partiti, da ufficiali dell’esercito, insomma da non comunisti. Fu anche per questo loro carattere aperto, unitario, nazionale (e non di partito) ch’esse si moltiplicarono tanto rapidamente, e costituirono ben presto la parte prevalente di tutta l’organizzazione partigiana. Ma non credo che ci si possa rimproverare come una colpa questa nostra crescita.

Vorrei aggiungere, per esaurire l’argomento «militare», che un altro ostacolo da superare fu la tendenza — anche quella di origine «attendista» — secondo la quale si consideravano come «assurdità» la costituzione di grosse formazioni (erano già considerate tali quelle che si avvicinavano al centinaio di uomini), la liberazione di singole località, l’organizzazione di zone libere. Fummo soprattutto noi comunisti a batterci contro questa opinione restrittiva difendendo invece la necessità, la possibilità e l’utilità politico-militare di questa tattica operativa senza mai dimenticare che il principio della guerra partigiana consiste proprio nell’attacco improvviso, nell’immediato sganciamento, nel rifiuto di ogni scontro a fuoco con forze superiori, a meno di non esservi costretti.

Abbiamo dato vita a «zone> libere, non nell’intento di difenderle fino all’ultimo, secondo i rigidi criteri della guerra classica, ma per crearvi basi organizzative, depositi di materiale, per mantenere viva e sempre più estesa la minaccia contro il nemico, scalzare e distruggere l’autorità dei poteri fascisti, indicare che il tedesco, che il fascismo potevano essere battuti e scacciati. Naturalmente, si tratta di una concezione che discendeva direttamente dal nostro orientamento politico generale sul carattere popolare e di massa della guerra di liberazione. Ciò che ci si proponeva di ottenere con la creazione di zone libere e con il loro rafforzamento era la partecipazione diretta delle forze popolari a una esperienza democratica di autogoverno, l’impulso a risolvere autonomamente i problemi urgenti di carattere materiale (vettovagliamento, scambi di prodotti, attività commerciali, ecc.) che si presentavano loro in modo tanto drammatico a causa della guerra.

In questo senso, noi comunisti siamo stati i più coerenti, i più attivi, abbiamo avuto la parte maggiore d’iniziativa: ciò che derivava non solo dalla nostra capacità politica, ma anche dalla forza che rappresentavamo nell’Italia occupata, dal prestigio di cui godevamo fra la popolazione.

Forza e prestigio tali per cui molto spesso anche le forze conservatrici in seno ai CLN dovevano lasciar cadere la propria opposizione e accettare le nostre proposte, per non rimanere isolate, per non lasciarci soli alla testa delle masse.

Non si deve infatti trascurare il fatto che alla base del movimento di liberazione, non solo in singole località, ma anche in intere province, queste forze difettavano di uomini e di quadri, di gente disposta ad assumersi le responsabilità e i rischi della resistenza e della guerra partigiana.

Puoi dirci quale eco trovò nel movimento di liberazione del Nord la svolta di Salerno, la politica di unità nazionale annunciata a nome del PCI nel famoso discorso di Togliatti?

Rispondo senza esitazione che quel discorso trovò nel Nord, e non poteva non trovarla, un’accoglienza estremamente positiva. Esso infatti cadeva in un’atmosfera quanto mai propizia, veniva a dare un grande contributo al consolidamento dell’unità e della collaborazione in campo politico e soprattutto militare, attenuando i contrasti — qualche volta degenerati in conflitti — fra le varie formazioni. Grazie alla svolta di Salerno fu possibile così realizzare feconde collaborazioni anche con i cosiddetti «badogliani», cioè con gli elementi monarchici e con gli ufficiali dell’esercito ancora ligi alla monarchia.

Il memorabile discorso di Togliatti ebbe anche l’effetto di far cadere le ultime prevenzioni anticomuniste e di dare legittimità alla collaborazione con noi anche da parte di forze che erano rimaste politicamente legate all’istituto monarchico. Aggiungo che anche nell’ambito dei partiti facenti parte del CLNAI l’eco fu generalmente favorevole, salvo qualche riserva critica da parte dei gruppi di «Giustizia e Libertà» che credevano che in quel modo venisse compromessa la lotta per la Repubblica; in ogni caso, queste riserve non crearono alcuna difficoltà per la collaborazione fra i partiti, nemmeno con i G.L..

Nel comune glorioso contributo di lotta e di sacrificio dato dalla Resistenza in ogni parte di Europa, qual è, secondo te, la caratteristica che distingue la Resistenza italiana?

Direi che il segno originale della Resistenza italiana è stato il suo largo carattere popolare e di massa. La nostra è stata infatti una Resistenza che non si è espressa soltanto nella lotta armata in montagna e in pianura, ma, contemporaneamente, in grandi, aperte azioni rivendicative delle masse lavoratrici nelle città e nelle campagne, sfidando il terrore nazifascista, contro gli industriali collaborazionisti che producevano per l’occupante tedesco. Ricordo in particolare le grandi agitazioni contadine per la difesa dei prodotti agricoli, la lotta rivendicativa della classe operaia; le forti dimostrazioni popolari contro il freddo, la miseria e la fame; gli scioperi industriali della fine del ’43 a Torino, Genova, Milano, Bologna e il possente sciopero generale di 7 giorni nel marzo del ’44, che per ammissione degli stessi fascisti raggiunse il milione di partecipanti, e fu attuato nella stretta collaborazione tra le organizzazioni partigiane armate e le masse lavoratrici delle fabbriche.

In nessun altro paese si verificarono, in piena occupazione nazista, tante e così vaste manifestazioni di lotta da parte dei lavoratori e delle masse popolari. Questa a mio giudizio è la caratteristica più originale della Resistenza in Italia, che conferma una volta di più l’ampiezza e la profondità del consenso ad essa dato da tutti gli strati produttivi del nostro paese.

In alcuni settori del movimento democratico si sente talvolta avanzare un giudizio negativo per i limiti strettamente «democratico-borghesi» che avrebbe avuto la Resistenza italiana. Che cosa puoi dirci in proposito?

E’ un giudizio che non è basato sulla realtà dei fatti. Chi pensa che la Resistenza (soprattutto quella italiana) abbia avuto un carattere puramente e strettamente democratico borghese commette un profondo errore. I dati che ho citato poc’anzi sulla partecipazione delle masse operaie e popolari e sui contenuti delle loro lotte dimostrano infatti esattamente il contrario.

Se di qualcosa testimoniano, essi testimoniano una volta di più in favore del carattere largamente sociale della Resistenza, del contenuto di classe che stava alla base delia lotta di gran parte di essa, degli obiettivi profondamente rinnovatori che vennero posti nel suo corso, e che non sono mai stati quelli di un ritorno puro e semplice al regime prefascista: anche se. per il carattere nazionale e democratico della Resistenza non potevano essere quelli della socializzazione di tutti i mezzi di produzione.

E’ vero infatti che il ritorno al regime prefascista era l’aspirazione di alcune delle forze componenti il CLN, e precisamente di quelle forze che ho chiamato «attendiste», in nome di una pretesa «continuità giuridica» col vecchio Stato monarchico. Ma è anche vero che il movimento di liberazione nel suo insieme si dava un programma radicalmente diverso: un programma nel quale la lotta per cacciare tedeschi e fascisti dall’Italia aveva un complesso carattere sociale, nazionale e patriottico ed era considerata come condizione pregiudiziale per poter costruire un nuovo tipo di società dalla quale fossero sradicate le forze politiche e sociali che avevano generato e alimentato il fascismo, uno Stato fondato sul lavoro, attraverso la realizzazione di radicali riforme di struttura. Questo orientamento programmatico fu tradotto poi nella Costituzione repubblicana.

La Costituzione è stata poi in gran parte sabotata, inattuata, non per i «limiti» in cui si sarebbe mossa la Resistenza, ma per il fatto che nella situazione creatasi dopo la liberazione, con la occupazione militare alleata, con il rinnegamento da parte della DC degli ideali e degli obiettivi della Resistenza, sia stato possibile alle forze capitalistiche, battute e disorientate dal crollo fascista, di rialzare la testa e riprendere il sopravvento nella direzione economica e politica del paese. Chi pensa che si sarebbe dovuta «saltare» la fase della lotta «nazionale» e della lotta per la Costituzione per portare, fin dall’inizio della Resistenza, o anche subito dopo la liberazione, la lotta su un piano immediatamente socialista, «salta» tutte le difficoltà, le resistenze, le avversioni che nelle condizioni nazionali e internazionali in cui si svolgeva la lotta «in Italia» si sarebbero dovute affrontare.

L’ampiezza e il carattere di una lotta non dipendono solo dalle nostre «decisioni». Quando queste non rispondono a reali possibilità e prospettive di sviluppo restano semplici velleità e compromettono le reali possibilità di lotta.

Vorremmo chiederti ora qualche precisazione sul ruolo avuto dal nostro partito nella insurrezione del 25 aprile.

A questo proposito devo prima di tutto richiamarmi alle cose che ho detto prima parlando del peso prevalente che aveva la nostra organizzazione politica e militare e dei saldi legami che ci univano alle masse operaie e contadine.

In forza di questo peso e di questa autorità è evidente che i maggiori compiti nella condotta della guerra partigiana e nella preparazione della insurrezione non potevano non ricadere sul nostro partito e sulle nostre formazioni.

Tanto più che sul problema della insurrezione c’erano resistenze, aperte e occulte, che andavano vinte. Queste resistenze venivano, com’è facile immaginare, da ambienti e partiti più legati alle forze capitalistiche conservatrici (in particolare si distinguevano da questo punto di vista le gerarchie ecclesiastiche, a tutti i livelli).

Lo scopo, perseguito fino all’ultimo, era quello di arrivare a delle tregue con i tedeschi, ad «accordi» locali che avrebbero dovuto evitare lo scontro finale e la insurrezione. Da parte nostra, ci siamo sempre opposti decisamente, brutalmente insieme ai compagni socialisti e al partito d’azione, ad ogni «accordo» e compromesso di questo genere. Per rendersi conto della nostra intransigente decisione è illuminante rileggere la famosa «direttiva numero 16» , diramata dal nostro partito il 10 aprile, e in particolare la parte dedicata a mettere in guardia le organizzazioni periferiche e le nostre formazioni partigiane – nel caso che i collegamenti restassero interrotti – «da proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo».

A questo orientamento fu ispirata tutta la nostra azione nel Comando generale del Corpo Volontari della Libertà — e non sarà inutile ricordare in proposito che la costituzione di un Comando unificato, al vertice e a tutti i livelli dell’organizzazione militare, era stato frutto in gran parte della nostra tenace politica unitaria. Del resto, è noto che negli ultimi mesi, poiché sia Parri, arrestato e rilasciato dai tedeschi in uno scambio di prigionieri, sia il generale Cadorna, dimissionario per dissensi di natura politica, si trovavano in Svizzera, la maggior parte dell’attività al Comando generale venne a ricadere su di noi. Potrei a questo punto ricapitolare le disposizioni operative inviate in ogni regione alcuni mesi prima del 21 aprile perché fossero elaborati veri e propri piani insurrezionali di massima, dando la maggiore attenzione alle grandi città del nord che costituivano i punti decisivi per la riuscita dell’insurrezione ed elencare le più importanti iniziative prese dal Comando generale. Ma credo che non sia necessario e che quello che ho detto basti a rispondere con chiarezza alla domanda.

Qualcuno parla, riferendosi al 25 aprile, e ai primissimi anni dopo la Liberazione, di «occasione mancata». Ti sembra giusto?

A me non pare affatto che si possa parlare di «occasione mancata». Si manca un’occasione quando non si realizza quello che nelle reali condizioni dell’«occasione » intende « mancato » era di possibile realizzazione. Quando si vuol dare un giudizio sulla nostra lotta in quegli anni, che abbracciano l’ultimo periodo della Resistenza,

l’insurrezione, e il difficile inizio della ricostruzione del paese dalle rovine della guerra, bisogna considerare tutti gli elementi della realtà e non cadere in fantasie su ciò che si sarebbe dovuto desiderare e fare. Bisogna tenere conto del fatto che la lotta di liberazione è stata impostata come lotta per l’indipendenza e l’unità nazionale, e non come lotta per il socialismo; e proprio questa impostazione ha permesso alla Resistenza di assumere l’ampiezza che ho prima sottolineato e di vincere e ha permesso al nostro partito di assolvere una funzione egemone sul piano nazionale, assicurandogli radici salde e tenaci nella coscienza popolare.

D’altra parte, chi pensa che si sarebbe potuta dare alla lotta una prospettiva diversa, approfittando subito dopo la Liberazione della nostra forza e della nostra influenza, mostra di dimenticare alcuni fatti importanti che caratterizzavano allora la situazione in Italia.

Prima di tutto, il fatto che in seguito alle vicende militari il nostro paese era rimasto per lungo tempo tagliato in due parti, di cui solo il centro nord aveva partecipato largamente alla lotta partigiana, mentre meridione e isole — tranne alcuni isolati e brevi, anche se gloriosi, episodi come le quattro giornate di Napoli — erano rimasti assenti dal profondo rivolgimento politico e ideale portato dalla Resistenza. In secondo luogo, come dimenticare che l’Italia, a differenza dei paesi dell’Europa orientale, era stata «liberata» dalle forze anglo americane, e da queste occupata per un lungo periodo; e che una trasformazione in senso immediatamente socialista degli obbiettivi della nostra Resistenza si sarebbe inevitabilmente urtata con l’ostilità delle forze militari d’occupazione, con tutto quello che ciò avrebbe comportato per il paese, e prima ancora per l’unità della stessa Resistenza? Fra l’altro, l’esempio della Grecia è ad ammonire contro i facili ottimismi circa l’esito positivo di uno scontro di questo genere.

Quale significato ritieni che si debba dare alla progressiva scomparsa dai gruppi dirigenti dei partiti conservatori degli elementi che avevano partecipato alla lotta partigiana?

Penso che questo abbia un indubbio significato politico, nel senso che si ricollega alla profonda involuzione subita da questi partiti a cominciare dai primi anni dopo la Liberazione, che li portò nel 1947 a rompere la solidarietà di lotta stabilita durante la Resistenza.

Non si può negare che questa rottura sia stata facilitata anche dalla graduale «epurazione» dal loro quadro dirigente di tutti quegli elementi che avevano avuto un ruolo importante nella guerra partigiana. Ben altra è la situazione per quanto riguarda il nostro partito, nel quale i maggiori protagonisti della Resistenza hanno occupato e occupano ancora oggi incarichi direttivi di grande responsabilità sia al vertice che alla periferia. Tieni conto che vent’anni ci separano dalla conclusione vittoriosa della lotta. Gli anni contano anche per i combattenti della Resistenza, molti dei quali nelle carceri italiane, nell’emigrazione, in Spagna avevano già speso il meglio della loro vita; molti ci hanno lasciati per sempre in questi anni. Però, nonostante questi vuoti, se vai a leggere la biografia di molti nostri dirigenti, centrali e di base, resti colpito dal fatto che essi, a posti di diverse responsabilità, hanno preso parte in altissima percentuale alla lotta di liberazione come membri di organismi politici, di formazioni partigiane, di GAP e di SAP. Ed è un fatto di cui noi comunisti andiamo giustamente fieri, celebrando il ventennale della Resistenza.

LUIGI LONGO: IL RUOLO DEI COMUNISTI NELLA RESISTENZA by Maurizio Acerbo

null

Read on Substack

Ultimi articoli