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27 aprile 2026. Discorso del presidente della IGS Italia Guido Liguori davanti alla tomba di Gramsci

di Guido Liguori –

Anche quest’anno siamo qui a ricordare come IGS Italia la morte di Gramsci, avvenuta il 27 aprile 1937, ottantanove anni fa. Anche quest’anno portiamo un fiore rosso sulla tomba di Gramsci. Anche quest’anno lo facciamo in un contesto difficilissimo e preoccupante: per la situazione internazionale segnata dalle guerre, per la situazione del nostro Paese, contrassegnata dalla presenza dell’estrema destra al governo e nelle più alte istituzioni della Repubblica nata dalla Resistenza.
Le ceneri di Gramsci furono traslate in questo cimitero nel 1938, quando il fascismo era ancora al potere e la guerra era alle porte. Il funerale, nei giorni seguenti la morte, nell’aprile 1937, era stato celebrato presso il Cimitero del Verano, con al seguito molti poliziotti e solo due parenti: la cognata Tatiana e il fratello Carlo. Il suo corpo fu cremato, rispettando le volontà del defunto.
Le ceneri di Gramsci furono trasferite in questo luogo, qui, al Cimitero acattolico, solo nel 1938, presso la tomba della famiglia Schucht, la famiglia della moglie di Gramsci, concessa a sua cognata, Tatiana Schucht, russa residente a Roma.
Detto per inciso, forse non molti sanno che non era questo il luogo originario della tomba di Gramsci, qui nel Cimitero acattolico. Come mi ha spiegato la direttrice, Yvonne Mazurek, la tomba di Gramsci originariamente era presso il muro di cinta. Fu lì che per la prima volta Pier Paolo Pasolini venne in raccoglimento davanti alle ceneri di Gramsci. Fu lì che egli trasse la prima ispirazione per i suoi celebri versi. E la foto famosa, che lo ritrae in raccoglimento davanti a questa tomba, è posteriore alle sue prime visite, e credo anche ai versi famosi che egli dedicò a Gramsci.

La tomba di Gramsci fu dunque spostata qui, dove noi ora siamo, in seguito. Perché?
Mi è capitato nei giorni scorsi, in occasione dell’anniversario della Liberazione, di vedere la prima pagina dell’Unità, Edizione dell’Italia settentrionale, del 26 aprile 1945. Il giorno situato fra la data che sarebbe divenuta simbolo della Liberazione stessa e quella dell’anniversario della morte di Gramsci. Erano al Nord i giorni drammatici e pericolosi dell’insurrezione. Si combatteva. Ebbene, quel 26 aprile 1945 l’Unità riportava in prima pagina una fotografia del corpo di Gramsci, ritratto disteso subito dopo la morte, con la scritta: “GRAMSCI! Il tuo popolo combatte!”
Gramsci era fino a poco tempo prima uno sconosciuto per la maggior parte degli italiani. Anzi, probabilmente lo era anche, ancora, in quel 26 aprile 1945. Ma intorno alla sua figura Togliatti e il Pci, il Partito comunista, il suo partito, stavano costruendo una tradizione – una tradizione di partito certo, ma anche una tradizione più larga, per fare di Gramsci un punto di riferimento di tutti i lavoratori, di tutti gli operai e i contadini, di tutte le classi popolari, di tutti i democratici, di tutti gli antifascisti. E il 27 aprile 1945, mentre ancora al Nord si combatteva per liberare l’Italia, nel giorno in cui Mussolini travestito da soldato tedesco veniva catturato, Togliatti tenne qui a Porta San Paolo, accanto al Cimitero acattolico, un comizio proprio per ricordare la figura e il pensiero di Antonio Gramsci. Per farne il perno della rinascita del suo Partito, ma anche di tutta l’Italia democratica e antifascista.
«Compagni», disse Togliatti il 27 aprile 1945, in un comizio tenuto qui accanto alle mura, «questo cimitero, questo luogo ove le ceneri di Antonio Gramsci, combattente della libertà, riposano accanto a quelle del grande poeta della libertà [Percy Shelley, poeta romantico e libertario], questo luogo sarà, negli anni, luogo di pellegrinaggio per gli operai, per i lavoratori, per i rappresentanti del popolo italiano. Qui verranno i giovani, qui verranno gli intellettuali, qui verranno gli uomini per la cui libertà egli ha combattuto; qui essi gli renderanno grazie del suo lavoro, del suoeroismo, del suo martirio».

Ho fatto questo breve excursus per spiegare perché fu spostata qui la tomba di Gramsci. Perché i visitatori negli anni seguenti, come Togliatti aveva predetto (e grazie a ciò che Togliatti fece per far conoscere Gramsci, fin dal suo ritorno in Italia nel 1944), furono molti, sempre di più. Tanto che le ceneri di Gramsci furono spostate qui, vicino a questo grande ingresso, a quello che qui nel cimitero è ora chiamato il «cancello Gramsci», affinché i visitatori – soprattutto il 27 aprile –potessero rendergli più agevolmente omaggio. (Oggi il cancello è chiuso per lavori, e dunque abbiamo avuto la fortuna di arrivare a questa tomba ammirando anche una parte del bellissimo cimitero che la ospita).
Questo cimitero dunque racconta anche – con la semplice vicenda di questa tomba – il crescente spazio che Gramsci seppe conquistare, con la forza del suo pensiero e delle sue opere, in tutto il mondo, a partire dalla diffusione e dal peso che queste opere e questo pensiero ebbero nella coscienza civile dell’Italia democratica, rappresentata dalla sua Costituzione, nata dalla Resistenza.
Ma oggi, invece? In che situazione ci troviamo? Sono oggi al governo gli eredi dei carnefici di Gramsci, coloro che non rifuggono dall’equiparazione di fascisti e antifascisti, di oppressori e oppressi. Coloro che vantano la favola di un Gramsci a cui Mussolini avrebbe garantito la possibilità di studiare, facendogli quasi un favore a tenerlo in carcere. Io credo che oggi Gramsci ci chieda in primo luogo di liberare l’Italia democratica da questo governo, da questa classe politica al governo, da questi partiti che sono la traduzione italiana di una destra mondiale radicale, intollerante, xenofoba, nemica dei lavoratori e delle lavoratrici, una destra che nelle sue componenti peggiori è violenta, pronta di nuovo a picchiare, a sparare, contro i cortei antifascisti del 25 aprile.
Come realizzare questo compito di rigettare fuori dal governo – democraticamente – questa destra radicale, questa destra pericolosa, non è qui il momento di dire. Spetta alla politica e alla lotta politica, spetta ai partiti e alle associazioni dei lavoratori, ai movimenti sociali. Non sono qui, non siamo qui per un comizio politico.

Ma certo ciò che sale da questa tomba è una invocazione, è una indicazione di lotta, che ci chiede, innanzitutto, di mandar via (democraticamente) questa destra al governo, e ridare alle classi lavoratrici, ai democratici, agli antifascisti, forza e coraggio per rinnovare il paese e riportarlo sui binari della solidarietà sociale e di una pacifica collaborazione internazionale.
Noi – si parva licet componere magnis (se è lecito paragonare i piccoli ai grandi, diceva Virgilio) – siamo gli eredi del popolo, degli intellettuali, dei democratici, dei comunisti, che Togliatti prevedeva avrebbero costruito la nuova Italia dopo la rovina del fascismo e avrebbero reso omaggio alla grandezza di Gramsci negli anni a venire, e ne avrebbero tratto esempio e ispirazione per lottare per una Italia democratica, antifascista, pacifica e solidale – come prescrive la nostra Costituzione.
Diceva Togliatti, in quel 27 aprile del 1945:
«Nel Partito comunista vive lo spirito di Gramsci, vive l’insegnamento di Gramsci, vive l’anima di questo grande combattente della libertà, di questo grande italiano che ha saputo mostrare agli operai, ai lavoratori d’Italia, quale è la via della loro redenzione. Unitevi attorno a questo partito, stringete le vostre file attorno ai partiti [notate il plurale, contro ogni settarismo] … attorno ai partiti che lottano per la libertà e la giustizia come lottò il nostro compagno, portate avanti la bandiera della libertà, dell’emancipazione delle masse lavoratrici, la bandiera della libertà e del socialismo che è stata la bandiera del compagno Antonio Gramsci […]. Questo, compagni, sarà ed è il modo migliore di onorare oggi e per sempre la memoria del nostro grande, del nostro caro caduto».
Sono parole a cui non possiamo che accodarci umilmente, ma forti di cotanto esempio, esprimendo un desiderio irrinunciabile di democrazia, di libertà, di pace. In primo luogo di pace nel mondo.

L’ho detto più volte – sono contrario alle attualizzazioni a tutti i costi. Anzi sono contrario del tutto alle attualizzazioni che non tengano conto della storia, del contesto storico, che non sappiano storicizzare, che ignorano le differenze tra epoche diverse. Dico sempre, con Gramsci, che le esperienze storiche vanno tradotte, non cercando di ripeterle tali e quali. Pena la sconfitta, a volte la catastrofe.
Men che mai dirò che Gramsci è stato un pacifista, nel senso odierno del termine. Non è vero. Non poteva essere vero, allora. Gramsci però aveva vissuto la Grande Guerra, una guerra terribile. Socialista rivoluzionario e giornalista militante a Torino, durante la Grande Guerra aveva duramente combattuto i nazionalisti e i guerrafondai, ma anche i sostenitori liberali e democratici della guerra. Aveva combattuto e irriso la Lega anti-tedesca, che chiedeva che non si eseguissero più le musiche dei grandi musicisti tedeschi. Come oggi non si vuole che si esibiscano i grandi direttori d’orchestra o i grandi ballerini di altri paesi. Allora i tedeschi erano il nemico. Ma – come sappiamo – l’invenzione di un nemico è sempre pronta come pretesto per la prossima guerra.

Per costoro valgono ancora le parole di Gramsci che nell’ottobre 1917 scriveva:
«Non basta […] l’avversione alla guerra in genere. È necessaria un’opera di controllo assidua sulle forze perverse che tendono a iniziare le guerre, a gettare i germi di guerre future. Due sono i compiti dei socialisti. Irrobustire sempre più il proprio movimento per sostituire le borghesie, per rendere quindi impossibile qualsiasi guerra. Nel frattempo, […] controllare assiduamente quei ceti borghesi che creano le ore topiche, che giudicano in certi momenti necessaria la guerra. Il secondo compito integra il primo: non basta essere contrari alla guerra in genere […] Bisogna cercare di far evitare le guerre […], sventando tutti i trucchi, sventando le trame dei seminatori di panico, degli stipendiati dell’industria bellica […] Poiché è pur necessario che la guerra scoppi in un certo momento, bisogna impedire che questo momento arrivi mai. Ci sono troppe sirene che cantano le canzoni fallaci della perdizione. Bisogna educare il proletariato, ma bisogna anche imbavagliare le sirene». (Il canto delle sirene, «Avanti!» 10 ottobre 1917).
Ecco, io esprimo auspici perché anche le ceneri di Gramsci ispirino questa nostra volontà di dire no al fascismo, di dire no alle guerre, di adoperarci in tutti i modi per il ritorno alla pace e alla democrazia – oggi non abolita nel nostro Paese, grazie anche alla Costituzione che ci fa da scudo, ma messa seriamente in pericolo.
Grazie, Antonio Gramsci, per averci insegnato tutto questo.

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