Oramai dal 24 maggio, nel silenzio dei governi europei, 10 persone, definite negoziatori della carovana di terra che intende portare gli aiuti a Gaza, sono detenute nelle carceri di Bengasi, in quella Cirenaica in cui domina il generale Haftar. Un altro prigioniero è invece a Tripoli. Colpevoli di solidarietà ma per cui non si spende una parola, in nome degli accordi con la Libia per fermare le migrazioni, sottoscritte sotto il governo Gentiloni dal ministro Minniti e dal 2017 sempre rinnovati. A quei governi si danno armi con cui sparare a chi fugge e a chi soccorre, soldi per centri di detenzione, formazione per le loro guardie e si accetta impunemente anche che, in nome della sicurezza nazionale e dei rapporti con Israele, li si tenga in catene. Gli attivisti sono in sciopero della fame, quelli detenuti a Bengasi compariranno domani davanti al giudice. Se non saranno liberati le loro condizioni rischiano di aggravarsi ulteriormente. Due di loro sono anche nostri connazionali, ma non è questo che conta quanto il fatto che, ancora una volta, in nome della realpolitik il diritto internazionale, come ha affermato stupendo tutti l’attuale ministro degli Affari Esteri, valga fino ad un certo punto. Rifondazione comunista chiede l’immediata liberazione dei detenuti e l’abrogazione del Memorandum of Understanding, vero grande business sulla presunta sicurezza a cui si debbono torture, stupri, naufragi, di cui le autorità libiche sono responsabili direttamente ma i cui mandanti governano anche Paesi come il nostro.
Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea




