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Per una battaglia politica e culturale a scala nazionale e non solo meridionale

di Rino Malinconico* –

1) CESURA COL VECCHIO MERIDIONALISMO

Per prima cosa, andrebbe operata una cesura netta con quanto l’insieme del movimento operaio ha sostenuto nella Seconda metà del Novecento a proposito del Sud dell’Italia e dei rapporti tra Sud e capitalismo nazionale. C’è bisogno, anzi, di un vero e proprio mea culpa teoretico riguardo il paradigma dell’arretratezza e la connessa richiesta di industrializzazione spinta, che hanno caratterizzato almeno due generazioni di meridionalisti collegati alle organizzazioni del movimento operaio. Non che non ci fossero ragioni da vendere per quelle analisi e quelle proposte. E però, da un lato, esse sono state parzialmente soddisfatte (prima con la cosiddetta “discesa dei monopoli al Sud” e la “industrializzazione per poli”, largamente pubblica, degli anni ‘60 e ’70; poi tramite un ripetuto programma di provvidenze a sostegno degli investimenti privati, anche della media industria; e infine attraverso il relativo sviluppo delle reti logistiche e infrastrutturali); dall’altro lato, è stato comunque sperimentato che anche laddove si costruivano le “cattedrali con le ciminiere” o le grandi infrastrutture logistiche, il deserto (ovvero, la povertà della vita civile) restava assolutamente preminente, e la situazione sociale e la vita concreta delle persone non facevano alcun reale passo in avanti.
E in aggiunta, la mancanza di coscienza ambientale di tutta la Seconda metà del Novecento, largamente prevalente anche nelle file del movimento operaio italiano, e soprattutto lo spietato interesse capitalistico, che per principio non guarda in faccia a nulla e a nessuno, hanno aggravato nel tempo le devastazioni del territorio e l’inquinamento dei terreni, delle acque e dell’aria, fino a produrre vere e proprie emergenze. Da Taranto a Gela, passando per Bagnoli e Brindisi, tutta l’industrializzazione novecentesca del Sud, quella ancora limitata della prima metà del secolo e quella più diffusa della seconda metà, si è tradotta, pressoché ovunque, in gravissimi disastri ambientali, senza sollevare in modo apprezzabile neppure i livelli occupazionali.
Né è andata meglio la pianificazione dell’intervento economico sul Mezzogiorno dell’ultimo decennio del Novecento, che ha puntato sul mix di logistica integrata e strutture turistiche. Anche qui, disastri ambientali e sostanziale immutabilità del pesante quadro sociale. E sottolineo che non hanno dato miglior risultato neppure le Zone economiche speciali a fiscalità agevolata, mentre già si capisce dagli stessi dati ufficiali come ugualmente non andrà meglio con l’attuale sistema della Zona economica Unica prevista dal PNRR.

2) NON BASTA LA POLITICA DI “RIMESSA”

La verità è che dall’ultimo decennio del XX secolo ai nostri giorni, abbiamo assistito allo stanco ripetersi dei vecchi improduttivi discorsi – ovvero, che la questione stia tutta nella disponibilità effettiva delle risorse finanziarie – e, contemporaneamente, al vero e proprio accantonamento del problema da parte della cultura e della politica dominante. I governi della Seconda Repubblica, come anche quest’ultimo che sta provando a caratterizzarsi come Terza Repubblica a democrazia autoritaria, o hanno spensieratamente ignorato la crescente disparità economica e sociale tra Nord e Sud, oppure l’hanno ricompresa nelle iniziative perdenti del sostegno a pioggia alle imprese, sul presupposto, propriamente liberista, che il capitalismo, mettendosi in moto, risolva automaticamente i problemi sociali.
Da parte nostra (e con “nostra” intendo l’insieme del movimento operaio più combattivo), abbiamo rilanciato più o meno le vecchie proposte, criticando lo sperpero del denaro pubblico dato alle imprese private, insistendo molto sulla diminuzione reale e non puramente contabile dell’entità degli “aiuti” statali, e chiedendo soprattutto più risorse e più investimenti pubblici, anche in chiave di “bonifica” dei territori dopo i disastri dei decenni passati. Abbiamo così messo assieme qualche ragionamento sul Sud, ma in una semplice logica di “rimessa”. Non siamo riusciti a leggere, se non episodicamente, la effettiva collocazione del Sud nell’insieme dell’attuale capitalismo italiano.

3) IL SUD E L’ ATTUALE MODERNITÀ

Occorrerebbe cogliere, in effetti, il vero punto essenziale: e cioè che nella fase attuale del capitalismo, che vede la piena integrazione di strutture produttive, scelte istituzionali e assetto dei territori, questo nostro Sud, nonostante il divario crescente col resto d’Italia e d’Europa sul piano della crescita economica e dei livelli occupazionali, bisogna leggerlo non col paradigma della arretratezza, bensì col paradigma della dispiegata modernità. Detto in estrema sintesi, io sostengo che il rapporto di capitale dell’epoca nostra riesca a costituirsi per davvero unicamente all’interno di una cogente e pervasiva dinamica di “totalizzazione”: nel senso che, oggi come oggi, la valorizzazione degli investimenti capitalistici e la stessa ulteriore crescita della ricchezza accumulata si incentrano non più sui tempi immediati di lavoro ma direttamente sulla mobilitazione produttiva del corpo sociale, sul general intellect, sull’individuo produttivo sociale. Il capitale come sistema complessivo non è, perciò, la somma dei segmenti specifici e particolari che lo compongono, ma si manifesta propriamente solo a scala generale, come “totalità dispiegata”. È l’insieme a reggere i singoli segmenti, e non il contrario.
Orbene, in un siffatto, inedito contesto storico, il Sud non deve essere visto come “corpo a sé”, bensì come elemento organico del “tutto”, come elemento indissolubilmente costitutivo del Sistema-Paese di cui fa parte. Ma – e questo è il punto decisivo – il Sud dell’Italia fa parte della totalità capitalistica italiana proprio con la sua caratterizzazione specificamente storica: per dirla in chiaro, esso è il luogo elettivo dei processi di marcescenza e di spreco, che sono altrettanto indispensabili, nella fase della “totalizzazione del rapporto sociale di capitale”, dei processi di crescita.
In altre parole, il capitalismo di oggi ha portato all’apice, proprio nel Sud, la contraddizione ineliminabile del suo modo di essere e di funzionare, costituita, per l’appunto, dal rapporto inversamente proporzionale tra la grandezza delle relazioni produttive che costruisce e la concreta qualità della vita degli esseri umani. Anzi, quanto più esso ingigantisce come sistema produttivo, tanto più quote-parti crescenti degli uomini e delle donne saranno “tagliate fuori”. Non avranno possibilità di essere effettivamente ricompresi e integrati nel sistema medesimo. Diventano una pura “eccedenza”, sono “in più”. L’altra faccia dello sviluppo si rivela, perciò, come spreco assoluto degli esseri umani: non più lo “spreco funzionale” di ciò che nell’Ottocento e nel Novecento abbiamo inteso come “esercito industriale di riserva”; bensì proprio lo spreco assoluto. Per dirla con la brutalità necessaria: milioni di donne e uomini debbono semplicemente marcire.
A scala planetaria sono avviate a questo drammatico destino vastissime aree del Sud del mondo e centinaia di milioni di persone. E all’interno dei singoli Sistemi-Paese, anche quelli più avanzati, succede che alle zone di grande concentrazione della potenza produttiva corrispondano zone dove l’economia si configura soprattutto come lavorazione di scarti e di rifiuti. “Rifiuto” come cose da buttare, e “rifiuto” come persone da cancellare, o contenere comunque in uno stato “di minorità”. Il nostro Sud si qualifica così, per il Sistema-Italia, come luogo di punta della produzione del degrado. E questo suo degrado è linearmente funzionale alla valorizzazione capitalistica. Anche per i retaggi irrisolti del passato, per le dinamiche disgregatrici già consolidate dalla storia, il Sud concretizza fattivamente, più di altre parti d’Italia, gli indispensabili processi capitalistici di marcescenza e spreco assoluto degli esseri umani.
Lottare contro il destino di marcescenza di milioni di persone diventa perciò la parola d’ordine necessaria, da agire in tutta Italia e non solo nel nostro Sud. E credo non sfugga a nessuno come il contenzioso su tale aspetto riepiloghi l’insieme delle criticità incessantemente costruite dal capitalismo: dall’accentuato degradarsi dell’esistenza alla distruzione dell’integrità della natura, dalla inefficienza dei servizi di cura al decadimento degli assetti urbani, dalla precarietà dei lavori alla perdita del potere d’acquisto dei salari. Di fatto, è un contenzioso che mette obiettivamente a confronto i diritti di cittadinanza umana e le logiche dello sviluppo capitalistico. Ed è per tale via che la vicenda del Sud ci parla di un conflitto propriamente moderno, che ricomprende in sé tutti i conflitti storici e tutte le contraddizioni prodotte dal capitalismo nel corso del suo cammino. È il conflitto tra capitale e vita quello che davvero emerge nelle latitudini meridionali del nostro paese.

4) ANCHE AL SUD: SOCIALISMO O BARBARIE

Del resto, il salto epocale che stiamo vivendo in quest’ultimo quinquennio – tra l’inedita pandemia di covid, il moltiplicarsi dei cataclismi naturali e la realtà tragica della guerra mondiale a pezzi – rende davvero ultimativo proprio il contrasto obiettivo, e sempre più gigantesco, tra capitale e vita. L’esplicitarsi senza veli della fragilità umana sul versante della salute, come pure l’evidentissima crisi dell’equilibrio naturale e l’attuale dissennata corsa verso il baratro della catastrofe nucleare, ci pongono veramente di fronte all’alternativa secca di socialismo o barbarie. Non siamo solamente noi – noi che ci rifacciamo a Marx e alle correnti politiche anticapitaliste -, ma è proprio l’intera umanità a ritrovarsi davanti a uno spinoso e nitidissimo bivio.
Continuando alla maniera di come siamo andati avanti finora, una porzione piuttosto piccola di uomini e donne continuerà a vivere più o meno bene, ma la stragrande maggioranza delle persone conoscerà – moltiplicato per 10, per 100, per 1000 – proprio il peggio del peggio della storia umana; e, in aggiunta, lo conoscerà quasi di colpo, tutto assieme. D’altra parte, se proveremo a camminare sulla via inedita della discontinuità – sociale, culturale e morale, ancor prima che politica -, scopriremo subito che non si tratta per nulla di un sentiero in discesa, poiché dovremo cambiare in profondità non soltanto le relazioni economiche e politiche, ma anche gli stili di vita e le forme stesse della vita quotidiana. Dovremo, cioè, lavorare in profondità proprio su noi stessi.
La costruzione di una chance di salvezza per l’umanità è dunque un qualcosa di veramente complesso. Non può crescere sulla base delle mere idee e del semplice entusiasmo. Richiede non semplici parole ma una pratica storica reale, che metta assieme la resistenza attiva alla barbarie e una spinta sociale radicalmente altra. Costruita, in sostanza, non più con l’alfabeto costrittivo dei valori della produzione e dello scambio, bensì con l’effettività generale delle esistenze e con le priorità solidaristiche del vivere. Nel corso del Novecento, sia pure confusamente, è ciò che si è chiamato, sul piano sociale, ugualitarismo, cooperativismo, persino economia del dono; e sul piano politico, consiliarismo, democrazia diretta, persino autorganizzazione.
Attenzione, però: non sto parlando semplicemente, o velleitariamente, di una politica rivoluzionaria. Mi riferisco, soprattutto, alla possibilità di un agire sociale ampio e diffuso, che, facendo perno sulle necessità concrete dell’esistenza umana e contemporaneamente sulla speranza di un vivere armonico e umanamente dimensionato, faccia emergere nell’agorà e nel dibattito pubblico l’attualità storica dell’alternativa di società e della connessa alternativa di umanità. Parlo, per l’appunto, di un socialismo che non “viene instaurato” ma che si auto-organizza proprio marciando contro la barbarie. E dico “socialismo” anche se magari chi lo pratica o lo praticherà non lo chiamerà così e non lo riconoscerà per tale.
È esattamente in questo quadro che il Sud potrebbe diventare, tutto assieme, uno straordinario terreno di resistenza immediata contro la barbarie e, un luogo di visibile contesa per un futuro non capitalistico. E intendo proprio il Sud delle statistiche penalizzanti, le quali ci dicono, ad esempio, che – dati riferiti all’anno 2024 – il Pil pro capite del Mezzogiorno d’Italia ha registrato uno scarto superiore ai 18.000 euro rispetto al Nord (21.714 euro contro 39.786) e che un cittadino su tre, tra i 25 e i 49 anni, ha al massimo la licenza di terza media, mentre nel Centro-Nord il dato è di 1 su 4. Per non parlare del lavoro: il Mezzogiorno è l’unica area che tra il 1996 e il 2023 ha visto diminuire il numero di lavoratori. A trent’anni di distanza, a fronte di una media nazionale di +6,5%, il Sud fa segnare un calo dell’1,7%, contro il +13,1% del Centro, il +11,6% del Nord-Est e il +6,9% del Nord-Ovest. Per dare un altro dato, nel 2021, appena 5 anni fa, il tasso di occupazione giovanile, ossia la percentuale media di occupati nella fascia tra i 25 e i 34 anni, era pari al 62,6%, ma nel Centro-Nord era al 72,4% e nel Mezzogiorno al 45,7%, con quasi 30 punti percentuali in meno. Non deve perciò meravigliare l’ondata migratoria dal Sud degli ultimissimi anni: tra il 2022 e il 2024 la popolazione del Mezzogiorno ha subito una riduzione di circa 161.000 unità, a fronte di un incremento di 125.000 unità al Nord. E questa emorragia continua tuttora ed è destinata a crescere ulteriormente in percentuale.
C’è insomma ben poco da dire: il Sud è veramente molto indietro per quanto riguarda le opportunità di lavoro e le possibilità di spesa. Ciò nonostante, e anzi proprio per questo, io ritengo che questo Sud – così chiaramente destinato alla marcescenza, allo spreco e allo scarto nell’ambito del sistema capitalistico -, potrebbe divenire luogo elettivo non solo del degrado e del declino ma proprio del riscatto e dell’alternativa. Lo potrebbe divenire proprio perché, materialisticamente, non ha altra scelta. Il carattere delle contraddizioni capitalistiche si pone alle latitudini meridionali non sul piano meramente quantitativo, bensì proprio in termini qualitativi. È, per l’appunto, una contraddizione che si configura come incompatibilità assoluta tra capitale e vita.

5) L’OFFENSIVA NECESSARIA OGGI

In estrema sintesi, il Sud può divenire realmente un terreno esemplificativo della contesa sulla trasformazione degli assetti sociali. Con l’aggiunta, tuttavia, di un elemento decisivo, troppo a lungo sottaciuto anche da parte del nostro schieramento: il degrado, la marcescenza e lo spreco assoluto che segnano il Sud sono resi possibili anche per i guasti incessantemente prodotti da corposissimi elementi culturali oscurantisti, largamente presenti nelle relazioni civili del nostro Mezzogiorno.
Si può dare una spiegazione di tipo sociologico, si può dare una spiegazione di tipo storico. Si può parlare, ad esempio, del peso enorme, nella storia del Sud, delle cinture metropolitane, da Palermo a Napoli a Bari, col connesso gigantismo dei vecchi “strati plebei” e del più moderno sottoproletariato rispetto alle campagne; così come si può dare particolare importanza alle troppe dominazioni straniere succedutesi nel tempo, compresa la piemontesizzazione ottocentesca. Ma sia quel che sia, è un fatto che questo nostro Sud, pur presentandosi sfregiato oggi soprattutto dalla logica generale del capitalismo – la quale costruisce accanto ai poli della concentrazione produttiva i poli della marcescenza -, rimane ancora largamente condizionato dal carattere regressivo del senso comune solidificatosi nel tempo. In sostanza è ampiamente permeato di individualismo ed è fin troppo incline alla esaltazione a-critica del proprio “particolarismo”; la qual cosa alimenta ulteriormente la disgregazione sociale, e non a caso viene sapientemente coltivato e promosso dalle classi privilegiate meridionali con le ideologie, obiettivamente conservatrici, della “napoletanità”, della “sicilianità”, della “calabresità”, eccetera.
Quando perciò dico che dobbiamo assumere come centrale la questione meridionale nei suoi nuovi, inediti termini, penso a una battaglia non tra il Sud e Roma o Milano, come è ovvio, ma a una battaglia chiaramente classista tra il basso e l’alto della società, che si svolga nell’ambito della società italiana ed europea ma anche direttamente dentro la stessa società meridionale. E penso a una battaglia altrettanto chiaramente inserita dentro i nodi storici complessivi della Pace, del risanamento climatico e ambientale e dei diritti di piena cittadinanza umana. E penso, infine, a un’offensiva che si dispieghi socialmente, con pratiche di resistenza e contemporaneamente di prefigurazione, negli stessi territori meridionali, divenendo conflitto specifico e articolato per costruire un vivere autentico e dignitoso per tutti e tutte, e di rinnovata amicizia con l’ambiente. E intendo, con ciò, anche l’affermazione di una cultura altra: di rinnovata solidarietà umana contro tutte le barriere geografiche e tutti gli steccati storici. Compresi quelli che si coltivano, spesso inconsapevolmente, per forza d’inerzia.

*Rino Malinconico, responsabile Mezzogiorno del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea. Articolo pubblicato sulla rivista SU LA TESTA numero – aprile 2026 – interamente dedicato al Mezzogiorno d’Italia.

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