L’operazione dell’Europol, che ha smantellato una rete internazionale di uomini dediti a sedare e violentare le proprie compagne, ci pone di fronte a una realtà ineludibile. Non stiamo parlando di un “raptus” o di semplice cronaca nera, ma di un fenomeno organizzato. I parallelismi con il caso Pelicot in Francia sono evidenti e ci impongono un’analisi politica, prima ancora che penale.
Il primo errore da evitare è cedere alla narrazione mediatica del “mostro” o della devianza psichiatrica. Parlare di follia serve solo ad auto-assolvere la società. Una rete che utilizza chat crittografate, calcola i dosaggi farmacologici per azzerare la volontà altrui e pianifica gli abusi in modo seriale non ha nulla di irrazionale. È l’esercizio lucido e spietato di un potere.
Il cuore del problema è materiale: la concezione del corpo femminile come proprietà. L’uso dei sedativi serve esattamente a questo: annullare la coscienza della donna per ridurla a un oggetto inerte, a totale disposizione. E non è un caso che questo avvenga proprio all’interno della famiglia, il luogo che la retorica dominante descrive come rifugio sicuro, ma che storicamente si trasforma nel perimetro chiuso dove il dominio patriarcale si esercita senza ostacoli.
Questa visione proprietaria dei corpi non è un’anomalia. Patriarcato e capitalismo si sostengono a vicenda. In una società strutturata sull’estrazione di valore, sullo sfruttamento e sull’uso dell’altro come strumento, la logica predatoria si estende anche alle relazioni affettive. L’individuo smette di essere un soggetto e diventa un possedimento.
L’elemento che svela definitivamente la natura di questa violenza è la “rete”. Perché questi uomini sentono l’esigenza di filmare, scambiarsi “consigli” e fare gruppo? Qui emerge l’alleanza patriarcale: il corpo della donna violata diventa una valuta di scambio per affermare il proprio status all’interno del gruppo maschile. I carnefici si validano a vicenda, normalizzando il crimine. È la stessa matrice organizzativa che troviamo alla base della condivisione non consensuale di materiale intimo: la violenza come strumento per cementare un cameratismo tossico.
Davanti a queste atrocità, l’apparato statale si limita a intervenire a posteriori, rassicurando l’opinione pubblica con il solo strumento penale. Ma la repressione non intacca la radice strutturale. È ipocrita invocare giustizia quando le istituzioni tagliano i fondi ai presidi antiviolenza, osteggiano l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole pubbliche e mantengono tassi di precarietà e disparità salariale che impediscono l’indipendenza economica delle donne.
Per sradicare questa violenza serve un’alternativa radicale: distruggere la cultura del possesso fin dall’infanzia, garantire l’indipendenza materiale e rovesciare i rapporti di forza. Una lotta contro la violenza di genere che non sia anche strutturale e anticapitalista è destinata a fallire.
Dipartimento nazionale Questioni di Genere Giovani Comunisti/e




