di Raniero La Valle –
“Disarmata e disarmante” è il titolo che papa Leone ha dato all’antologia che raccoglie gli appelli alla pace che con incessante cura egli ha rivolto ai potenti della Terra dal primo suo apparire dalla Loggia di san Pietro fino ad ora. Naturalmente questa invocazione alla pace presuppone che la pace sia possibile, altrimenti tutto il suo magistero si vanificherebbe in un “flatus vocis”.
Lo redarguisce pertanto l’ex teologo Vito Mancuso, l’autore del libro “Gesù e Cristo” – dove la “e” senza accento è evidenziata in corsivo a significare che non si tratterebbe della stessa persona ma di due soggetti distinti – sostenendo che la guerra c’è sempre stata, che non è estirpabile dalla storia dell’umanità e che la pace, per essere ottenuta, tutt’altro che essere disarmata deve essere provvista delle armi più efficaci a neutralizzare le minacce, altro che le guardie svizzere!
La tesi ideologica che fonda questa contestazione è che “l’etica richiede sempre due componenti strutturali: i valori da incarnare e l’analisi realistica del reale in cui immetterli. Senza una delle due, si ha solo una politica cinica o un utopico idealismo”. dal che si dovrebbe dedurre che l’indefessa invocazione alla pace su cui il Papa insiste con umile coraggio non solo sarebbe inutile, ma non sarebbe neanche morale.
Si tratta di una tesi aberrante. A questa stregua neanche il precetto di non uccidere sarebbe fondato, e inutilmente sarebbe stato promulgato dal Sinai sulle due Tavole di pietra con i dieci comandamenti e poi messo nei codici, perché da Caino in poi si è sempre ucciso sulla Terra. Anzi oggi siamo arrivati a una sorta di “licenza di uccidere”. Infatti si uccide dappertutto, nelle guerre all’estero e nelle strade di casa, nei femminicidi e nella lotta agli immigrati, da parte di eserciti e polizie, coi droni e i telefonini esplosivi, per non parlare degli attacchi “in modalità vendetta” da compiere e dei genocidi come lavori “da portare a termine”.
La tesi sulla guerra come strutturante della società non è nuova, purtroppo è stata interiorizzata nella cultura e nella storia dell’umanità. Lo Stato stesso, come è stato teorizzato da Thomas Hobbes ed è inteso anche oggi, sarebbe sorto per trasformare la violenza privata in violenza pubblica, e così rimediare alla uccidibilità generalizzata: “lo Stato della moderna polizia”, come l’ha ribattezzato Carl Schmitt, lo Stato dei decreti sicurezza, come usa da noi. Lo stesso “concetto del politico” secondo Carl Schmitt consisterebbe nella distinzione tra amico e nemico, criterio oggi ossessivamente adottato nella politica italiana, tutta motivata dalla libidine di stroncare l’avversario e solo capace, a livello di governo, di aggiungere carcere a carcere, reato a reato, repressione a paura.
Se guerre e omicidi, odio e dominio fossero davvero inestirpabili, e fosse addirittura fuori della morale pretendere di estinguerli, non ci sarebbe speranza e tetra sarebbe la vita di ognuno. Ma così non è. Anche la schiavitù c’è sempre stata ed è stata abolita, anche la considerazione della donna come non persona è stata superata, anche la pena di morte nei Paesi più civili è stata abrogata e anche la guerra è stata ripudiata, messa fuori legge dal diritto internazionale e solennemente bandita perfino dai governanti più potenti, come è avvenuto in un momento felice del Novecento, quando Unione Sovietica e India nella Dichiarazione di Nuova Delhi firmata da Gorbaciov e Rajiv Gandhi osarono postulare “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento”.
Altrimenti perché mai un profeta da tutti amato e apprezzato, come Isaia, ben prima di Leone XIV, avrebbe preannunciato che le lance saranno mutate in falci e i popoli “non impareranno più l’arte della guerra”? La guerra dunque come un artificio, da “imparare” (nelle accademie militari?) e non come un dato di natura, e l’uccidere come negazione dell’umano, e anche uccidere uno solo come uccidere tutti.
(Il Fatto Quotidiano del 26 luglio)




