Con il Decreto-Legge n. 100 del 2026 il Governo Meloni ha avviato l’attuazione in Italia del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato nel 2024 dalle principali forze politiche che sostengono l’attuale assetto dell’Unione Europea.
Dietro il linguaggio apparentemente neutro delle “procedure di screening”, della “gestione ordinata dei flussi” e dei “controlli preliminari” prende forma un cambiamento profondo: la progressiva trasformazione dei servizi pubblici in strumenti delle politiche di controllo delle frontiere.
Il Regolamento europeo 2024/1356 prevede infatti che le persone migranti siano sottoposte, fin dal loro ingresso nelle procedure previste dal nuovo Patto, a controlli sanitari, valutazioni di vulnerabilità, identificazione, raccolta di dati biometrici e verifiche di sicurezza, prima ancora che venga affrontata la loro domanda di protezione internazionale.
La conseguenza è evidente: il diritto alla salute viene progressivamente inglobato dentro una logica securitaria nella quale la visita medica non serve soltanto a garantire cure, ma diventa parte di un procedimento amministrativo destinato a decidere il percorso della persona migrante all’interno del sistema europeo di asilo o di rimpatrio.
Le prime conseguenze sono già visibili.
Con la Delibera n. 841 del 6 luglio scorso, la Regione Toscana ha organizzato l’attuazione di queste disposizioni prevedendo che i controlli preliminari di salute e di vulnerabilità siano effettuati dal Servizio Sanitario Regionale e che il loro esito venga comunicato all’Autorità di Pubblica Sicurezza.
La Toscana non è un’eccezione. È semplicemente una delle prime Regioni a tradurre in pratica il nuovo impianto europeo.
Ma proprio per questo la sua scelta assume un forte valore politico.
La Giunta regionale non si limita infatti ad adempiere a un obbligo derivante dalla normativa nazionale ed europea. Lo fa senza esprimere alcuna critica rispetto a un impianto che numerose organizzazioni per i diritti umani hanno contestato perché rafforza la detenzione amministrativa, accelera le procedure di frontiera e subordina sempre più il diritto d’asilo alle esigenze di controllo delle frontiere.
Anziché rivendicare che il Servizio Sanitario Nazionale debba restare uno spazio esclusivamente dedicato alla tutela della salute, la Regione accetta che esso venga progressivamente inserito nell’architettura amministrativa della Fortezza Europa.
È una scelta che riteniamo profondamente sbagliata.
La salute non può essere trasformata in uno strumento delle politiche migratorie.
Il medico non può essere progressivamente ricondotto al ruolo di ingranaggio di un sistema di selezione amministrativa.
La vulnerabilità delle persone non può essere valutata principalmente per stabilire quale procedura applicare, ma deve costituire il presupposto per garantire maggiori diritti e una protezione effettiva. Ci auguriamo che, come già accaduto in passato, l’Ordine dei Medici si rifiuti di prestarsi a tale scopo.
Questo nuovo Patto europeo rappresenta l’ennesima risposta securitaria a un fenomeno che avrebbe invece bisogno di politiche radicalmente diverse.
Le migrazioni non si fermano militarizzando le frontiere o moltiplicando le procedure amministrative.
Si affrontano mettendo fine alle guerre, al commercio delle armi, allo sfruttamento economico, al neocolonialismo, alle devastazioni ambientali e alle disuguaglianze che costringono milioni di persone a lasciare il proprio Paese.
Per Rifondazione Comunista la risposta non può essere quella della Fortezza Europa, condivisa oggi dalle principali famiglie politiche europee e applicata con convinzione anche dal Governo italiano.
Continueremo a batterci per un modello fondato sul diritto d’asilo, sulla libertà di movimento, sulla cooperazione internazionale e sull’universalità dei diritti umani.
Maurizio Acerbo, Segretario nazionale
Stefano Galieni, Responsabile nazionale Immigrazione, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea




