di Giuseppina Manera –
L’ex leader laburista è stato ospite il 5 settembre scorso della Festa provinciale di Rifondazione Comuni sta di Milano. Una presenza che la numerosissima partecipazione di pubblico ha premiato con una grande attenzione.
I rapporti Gran Bretagna-Stati Uniti sono sempre stati considerati particolarmente privilegiati: si può dire lo stesso anche ora con l’amministrazione Trump?
“Non è affatto un rapporto paritario. In effetti la Gran Bretagna continua a sostenere di avere un rapporto speciale con gli Stati Uniti. E io non so davvero cosa sia questo rapporto speciale. Una volta ho posto questa domanda a Tony Blair durante una riunione in Parlamento. Gli ho detto: ‘Tony, se questo rapporto speciale ha davvero un valore, allora si potrebbe dire che puoi avere molta influenza su ciò che fa George Bush’. E Blair mi ha risposto: ‘Se ti rivelassi la natura di questo rapporto, il rapporto stesso svanirebbe’. È un po’ un mito. Il rapporto è essenzialmente di natura finanziaria e militare. Durante la Prima guerra mondiale, la Gran Bretagna prese in prestito un’enorme somma di denaro dagli Stati Uniti e impiegò circa 40 anni per ripagarla. Poi, dopo la Seconda guerra mondiale, ci fu il programma Lend-Lease e furono concessi alla Gran Bretagna prestiti ingenti, e lo stesso avvenne negli anni ’60. Quindi c’è sempre stata questa questione finanziaria relativa al rimborso agli Stati Uniti. Probabilmente ora è stato tutto saldato. Ma il rapporto mili tare è ben diverso. Le truppe statunitensi arrivarono in Gran Bretagna durante la Prima guerra mondiale e, in particolare, durante la Seconda guerra mondiale. Se ne andarono tutte nel 1946 e tornarono due anni dopo, quando si stava formando la Nato. Non esisteva alcuna base giuridica che ne giustificasse la presenza, così il Parlamento approvò la legge ‘Visiting Forces Act’, che conferisce agli Stati Uniti enormi poteri di immunità giuridica in Gran Bretagna per il com portamento delle loro forze armate. Sospetto che questo sia uno dei motivi per cui gli ultimi tre primi ministri britannici, Sunak, Starmer e ora Burnham, abbiano tutti acconsentito rapidamente all’utilizzo da parte degli Stati Uniti delle basi britanniche come punti di transito per raggiungere Israele o come base da cui bombardare l’Iran.
Il rapporto è militare e politico al tempo stesso. E gli Stati Uniti sono l’unico Paese per cui esiste in Parlamento una commissione permanente dedicata alle relazioni bilaterali, il Gruppo parlamentare anglo-americano, che non ha nulla a che vedere con un qualsiasi altro gruppo parlamentare. È un gruppo formale finanziato dal governo britannico e da quello Usa. Si tratta di un rapporto mili tare e diplomatico molto stretto. E poiché è un paese anglofono, le influenze culturali del cinema e della musica statunitensi sono molto più marcate in Gran Bretagna che in qual siasi altro paese europeo. La Francia se ne rese conto dopo la Seconda guerra mondiale e si assicurò di sviluppare molto rapidamente una propria industria cinematografica. Altri paesi hanno fatto lo stesso. C’è, probabilmente come in Italia, una certa ossessione per le notizie americane. Ogni sera, Bbc World e altre emittenti mandano in onda una sorta di ‘ora americana’, durante la quale anche le notizie più oscure degli Stati Uniti assumono grande importanza. Ma non è così. Gli Stati Uniti sono, sì, un grande Paese. Certo, sono importanti. Ma lo sono anche l’India, la Cina, l’Indonesia e il Messico. Chi di noi mette in discussione questo rapporto viene accusato di essere anti-americano. Io non sono anti-americano. Quello che combatto è l’espansionismo e il militarismo americani”.
Europa e guerra: come uscirne dal momento che la Ue non ha voluto giocare alcun ruolo come mediatrice di pace?
“È un fallimento totale sia dell’Unione europea che del Consiglio d’Europa non essere riusciti a svolgere alcuna mediazione efficace tra Russia e Ucraina. Avevano buone possibilità e opportunità di fare qualcosa di costruttivo, in particolare nel 2023. Boris Johnson ha rovinato tutto presentandosi come un moderno Churchill in grado vincere la guerra per loro. Fortunatamente ha poi abbandonato la carica di Primo ministro. E l’Ue, invece di assumere un ruolo in cui afferma di volere un rapporto di collaborazione con la Russia, ha abbracciato l’intera argomentazione sull’espanione della Nato, consentendola e incoraggiandola. E questo ovviamente ha avuto un effetto sulla Russia. Non sostengo né condivido ciò che sta facendo la Russia, ma capisco per ché sia successo e come si sia arrivati a questo punto. Credo che l’Europa debba fare un passo indietro rispetto alla sua idea di essere una potenza militare, abbandonare l’idea di es sere una sorta di produttore di armi per il mondo e dedicarsi invece a ciò in cui eccelle, ovvero la cultura. L’Europa ha una storia di diritti umani, di servizio pubblico e così via … una sorta di programma per un’Europa sociale che la Sinistra Unitaria Europea e altri sostengono con forza. E quindi penso che abbiamo bisogno di un rapporto molto più stretto tra i veri partiti di sinistra in tutta Europa per costruire quel programma”.
Welfare e economia di guerra. L’aumento delle spese militari continua a togliere risorse allo stato sociale aumentando le situazioni di disagio e l’incertezza verso il futuro. Come è possibile arginare questa deriva?
“Vengono destinate ingenti risorse alla guerra, non al welfare, allo stato sociale. E nel Parlamento britannico, la maggior parte dei deputati conservatori apre i propri discorsi affermando che occorre tagliare il bilancio dello stato sociale e spendere di più per la difesa e la guerra. Questo argomento viene ripreso dalla maggior parte dei giornali di destra, che invece di analizzare quali sarebbero gli effetti di un taglio, ad esempio, agli assegni di invalidità, trova sempre da qualche parte qualcuno che sembrerebbe aver fatto domanda per un assegno sociale con un importo errato. Non stiamo parlando di grandi somme di denaro, ma usano questo come pretesto per attaccare l’intero stato sociale. Ritengo che il linguaggio utilizzato sia molto grave. Mi sembra che ci troviamo in una sorta di momento, di movimento culturale che si allontana dall’idea dello Stato sociale, a cui la maggior parte dei paesi europei ha aderito fin dal 1945, sia nell’Europa dell’Est che in quella dell’Ovest, in forme diverse. Entrambe le parti della Cortina di ferro accettarono il principio secondo cui dovesse esserci assistenza sanitaria e una rete di sicurezza sociale per tutti. Era un principio generalmente accettato. In seguito è stato contestato, sì, da Margaret Thatcher e da altri politici di destra, ma non sono mai riusciti a distruggerlo. Ora, però, è in programma la sua distruzione attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici e questo costante attacco, secondo cui un sistema di welfare toglierebbe l’incentivo a lavorare e creerebbe una popolazione pigra. È una totale assurdità sotto ogni punto di vista. I paesi nel mondo che hanno avuto le economie di maggior successo e un tenore di vita in cresci ta sono stati, nella maggior parte dei casi, accompagnati da un efficace stato sociale: pensiamo al Giappone, pensiamo all’Europa occidentale. Si tratta quindi di una minaccia molto grave. Ecco perché ‘Welfare Not Warfare’, ‘Stato sociale e non Stato di guerra’, è uno slogan molto importante e azzeccato, che io stesso utilizzo spesso”.
Vista la massiccia deriva a destra che sta avanzando, quali sono le ipotesi sulle prospettive? Come si può invertire questa tendenza?
“Rafforziamo l’unità tra i partiti di sinistra e i sindacati in tutta Europa. Dobbiamo diffondere e rafforzare la richiesta non solo di tutela del welfare, ma anche di una sua estensione. Perché nel caso della Gran Bretagna, molte esigenze di assistenza sociale – che riguardano spesso persone con disabilità piuttosto gravi o patologie debilitanti come l’Alzheimer – non ricevono il sostegno che dovrebbero ottenere. Penso che dovremmo delineare un elenco di rivendicazioni fondamentali da avanzare in tutta Europa, basate sul principio che le prestazioni e le strutture assistenziali debbano essere accessibili a tutti, come nostra risposta all’estrema de stra e ai razzisti. Ma anche per far notare che le argomentazioni dell’estrema destra sui rimpatri di massa e sull’allontanamento delle persone dalle nostre società sono esattamente ciò che i nazisti cercarono di fare. Un rimpatrio di massa di persone, una deportazione: in quel caso si trattava del popolo ebraico, ma ci sono altri esempi. E quale lezione apprendiamo dagli Stati Uniti, dove Trump è ora al suo secondo mandato? Gli Stati Uniti hanno rimpatriato più persone che mai e registrano un livello di immigrazione probabilmente più basso che in qualsiasi altro momento nei 250 anni di sto ria del Paese. E ora hanno gravi problemi di carenza di manodopera nell’agricoltura, nell’assistenza sociale, nel sistema sanitario, nell’istruzione e in molti altri settori. Il Giappone ha lo stesso tipo di problemi di carenza di manodopera e ha una politica anti-immigrazione molto rigida.
Quindi penso che l’Europa debba svegliarsi e riconoscere che, in generale, in tutta Europa la popolazione sta invecchiando e se si vuo le mantenere il livello dei servizi e così via, la forza lavoro deve pur arrivare da qualche parte. E questo significa che devono comprendere e accettare l’immigrazione. Abbiamo argomenti validi da sostenere, ma la maggior parte dei me dia ci è fortemente contraria. D’altra parte, però, i magnati dei media non sono più potenti come un tempo. Certo, possiedono testate giornalistiche; certo, hanno canali televisivi, ma chi ha meno di 40 anni non guarda la televisione, si in forma tramite i social media. Dobbiamo essere presenti sui social media con controargomentazioni serie e un messaggio di ottimismo. La sinistra non può affrontare questo periodo lasciandosi guidare dalla paura del fallimento e dalla paura dell’alternativa. Deve portare avanti un messaggio molto più sicuro di sé, che esprima ciò che possiamo, che vogliamo e che faremo. Ciò significa coinvolgere la musica, l’arte, l’intrattenimento e tutto il resto. Ciò di cui abbiamo bisogno è un mix culturale oltre che politico”.
da Sinistra sindacale www.sinistrasindacale.it




