di Paolo Cosseddu –
“Quindi? È vietato inneggiare a Hamas?”: lo ha scritto domenica il segretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo. Fino a poche settimane fa il tweet sarebbe forse stato ignorato, ma ora il partito è entrato nel cosiddetto Campo Largo, di cui potrebbe persino determinare le sorti, e quindi apriti cielo. Come spesso capita, a fare da canarini da miniera dell’indignazione hanno iniziato quei riformisti che dicono di credere nei valori liberali (e che dovrebbero essere garantisti), da Pina Picierno a Mario Lavia. Peccato però che in realtà Acerbo non stesse affatto “inneggiando”, ma avesse inizialmente pubblicato un post con la foto dell’indagato Youssef Siher e una citazione dal film Sbatti il mostro in prima pagina, e avesse poi risposto a un commento che tirava in ballo, appunto, Hamas. Rifondazione, peraltro, è un partito che da sempre ha posizioni chiarissime sulla Palestina, con riferimenti che vanno dall’OLP a Marwan Barghouti, non certo a Hamas.
Quel che spesso sfugge a coloro che si dichiarano difensori dello Stato di diritto e dei valori occidentali, è che quei valori comprendono tra le altre cose la presunzione di innocenza e la libertà d’espressione. Per quanto i concetti riportati sui social di Siher possano risultare indigesti, che siano da ritenere reati è un altro paio di maniche, così come sono preoccupanti i capi d’imputazione che hanno portato a rinchiuderlo a San Vittore. E, per la stessa ragione, che la sua foto sia stata “sbattuta in prima pagina” ovunque è altrettanto discutibile, anche per gli standard molto lassi della deontologia professionale giornalistica.
Peraltro, pure quest’idea della “mente occulta”, della misteriosa regia di movimenti così grandi gestita a partire dall’account di un singolo individuo, sa molto di complottismo e di scemenza a livelli altissimi.
Secondo quanto ha pubblicato l’avvocato Nicola Canestrini, “I reati di opinione sono compatibili con l’art. 21 Cost. solo se la condotta è concretamente idonea a provocare la commissione di delitti. Non basta il tono, non basta la rabbia, non basta la radicalità del contenuto. Lo stesso criterio sta al centro della giurisprudenza di Strasburgo sull’art. 10 CEDU: si punisce l’incitamento effettivo alla violenza, non l’espressione del dissenso, nemmeno quando è aspra, provocatoria o sgradevole. Altrettanto preoccupante è come il decreto motiva la finalità di terrorismo. Il “timore nella popolazione” viene ricavato dallo schieramento delle forze di polizia e dell’esercito e dai negozi chiusi. In altre parole, l’effetto intimidatorio prodotto dalla risposta dello Stato viene attribuito all’indagato e diventa prova del dolo specifico. È un ragionamento circolare, lontano dalla nozione di condotta con finalità di terrorismo dell’art. 270-sexies c.p. C’è poi il pericolo di fuga, argomentato con il fatto che l’indagato è “italiano di seconda generazione” e ha “contatti relazionali”. Accanto a questo il provvedimento si sofferma sulle sue posizioni sulla Palestina, sulle frequentazioni associative e sugli articoli che scrive. Nulla di tutto questo è un indizio di reato.
Quando il diritto penale diventa lo strumento per gestire il dissenso e le opinioni non allineate, il problema non riguarda soltanto chi viene fermato. Riguarda tutti noi, e noi avvocate e avvocati per primi. È un tema di cui dovremo occuparci sempre più spesso, e farlo prima che diventi normale”.
Aggiungiamo: secondo la Corte costituzionale la semplice manifestazione di un’opinione favorevole a un’organizzazione terroristica – così come è definita Hamas – o a un fatto criminoso, per quanto moralmente e socialmente ripugnante, non equivale necessariamente a un’apologia punibile: occorre che la condotta sia concretamente mirata a provocare la commissione di delitti.
E quindi, sì, ha ragione Acerbo: inneggiare a Hamas non è reato, e del resto negli ultimi anni si sono visti molti sionisti italiani “inneggiare” a Netanyahu (su cui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale), senza che per questo nessuno di loro venisse neppure multato, fatto che però aprirebbe una discussione che nessuno degli interessati è disposto ad affrontare. Se invece così non stanno le cose, visto che a quanto pare siamo già dentro a un clima fatto di leggi speciali e limitazioni discrezionali delle libertà fondamentali, mettiamo nel conto che le proteste si faranno sempre più dure, ma almeno, per coerenza, smettiamo di parlare di “valori occidentali”.
da ossigeno.net




