di Stefano Galieni –
Premessa
16 anni fa, alcune frange di movimenti antirazzisti e di associazioni di cittadine e cittadini immigrati, stanchi di sentir raccontare la presenza di persone “straniere” (già il termine è poco adeguato) in Italia come un peso o un pericolo, promosse una giornata di sciopero del lavoro migrante, indetta per il primo marzo. Gran parte del mondo sindacale, non solo confederale, non riconobbe legittimità ad uno sciopero di lavoratrici e lavoratori convocato in base alla loro provenienza e quindi non promosse l’adesione. Ci furono poi difficoltà, soprattutto per chi lavorava in condizioni precarie di assentarsi, chi era occupato in settori come l’assistenza ad anziani e disabili, chi non aveva colleghi con cui costruire vertenze ma lavorava in maniera isolata fu impossibile assentarsi e scioperare. La proposta in se produsse un effetto più mediatico che significativo dal punto di vista del tentativo di bloccare l’economia, ma costrinse in molte e molti ad aprire gli occhi sull’assurdità di politiche proibizioniste nei confronti di chi arrivava e spesso viveva, in Italia non per propria scelta, irregolarmente. Oggi, nonostante dati economici, numerici, dimostrino il contrario, si è pervasi in tutta Europa, da una campagna che viene denominata di “remigrazione”, con cui le destre xenofobe millantano l’esigenza di rimandare al proprio paese di provenienza, con modalità solo apparentemente diverse, coloro che vivono in questo continente.
Di cosa parliamo
È già reperibile, per quanto riguarda l’Italia, da tempo, sul sito del Ministero di Grazia e Giustizia, una proposta di legge dal titolo estremamente chiaro: “Remigrazione e Riconquista: Disposizioni in materia di governo dei flussi migratori, istituzione del programma nazionale di Remigrazione e di un fondo per la Natalità italiana”. Il testo è stato depositato da un comitato iniziativa congiunta di quattro realtà fondatrici: CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads e Brescia ai Bresciani, “accomunate dalla ferma volontà di tradurre in azione concreta la proposta programmatica sulla remigrazione e di porre un argine deciso e inequivocabile all’immigrazione incontrollata, fenomeno che minaccia la coesione sociale e la sopravvivenza stessa dei popoli europei”. Si tratta di una proposta complessiva ( https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5700000 ) con cui si tenta di dare legittimità ad un progetto xenofobo e razzista nonché abbietto. Ad oggi, con presidi ed iniziative svolte in decine di città italiane, erano state raccolte 116.362 firme (ne bastavano 50.000 per il raggiungimento del limite necessario a presentare la proposta), è articolata in 24 articoli suddivisi in sei capi tematici: Disposizioni generali, Contrasto all’immigrazione irregolare e allo sfruttamento, Programma nazionale di remigrazione, Disciplina delle organizzazioni non governative, Politiche demografiche e lavoro e Disposizioni finali e transitorie. Per sintetizzare, ma si rimanda ad una lettura approfondita della legge di iniziativa popolare (sic), questa si presenta come un intervento organico per ridefinire e restringere le politiche migratorie italiane non limitandosi a incidere su singoli istituti, ma proponendo un impianto complessivo che vorrebbe rafforzare gli strumenti espulsivi, restringere ogni canale di stabilizzazione giuridica, introdurre nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e riconvertire risorse destinate “all’inclusione” vs fondi per il rimpatrio. Per quanto la proposta tenti di addolcire il senso, parlando di rimpatri volontari e assistiti, di proseguo degli aiuti nei Paesi di provenienza (aiutiamoli a casa loro), denota una visione suprematista della cd identità italiana che, per essere preservata, va il meno possibile contaminata da presenze non europee. Dal testo trapela l’ennesimo allarme per una improbabile “sostituzione etnica” in atto nel continente, si insiste sugli aspetti securitari che tendono a dividere i reati di cui sono accusati gli italiani bianchi doc da chi ha colore della pelle, tratti somatici, religione, lingua d’origine e cultura diversa.
Probabilmente, se si pensa in tempi lunghi, tale approccio rappresenta il colpo di coda di un occidente destinato a perdere la propria supremazia coloniale ma intanto, da una parte procura danni irreparabili a chi subisce un tale approccio, prima ancora che si possa pensare di farlo divenire legge dello Stato, dall’altro è semplicemente utile come arma di distrazione di massa, indicando un nemico e un pericolo inesistenti, rispetto alla catastrofe economica e sociale in cui siamo immersi. Il successo di tale infausta proposta lo dimostra. Il senso comune oramai ha sdoganato la gerarchizzazione etnica e di classe. Proposte come questa – e su questo è urgente e da tempo interrogarsi – riscuotono consenso fra le classi popolari a cui ci rivolgiamo, le periferie impoverite e abbandonate, i luoghi in cui il malcontento, la rassegnazione, la solitudine e la precarietà sociale, governano le esistenze, producendo frustrazione, odio, rabbia, che sovente cercano come obiettivo non certo chi è causa di tali disagi ma chi è indicato da una propaganda di regime come tale. Questo è il substrato sociale.
Gli imprenditori dell’odio cercano in realtà di imporre tale progetto, come argine ad un mondo pluriculturale dove il diritto a migrare è, come da convenzioni internazionali, garantito e lo fanno in nome di un “ritorno alle origini e alle tradizioni” secondo cui i popoli caucasici vanno considerati, a prescindere come superiori. Uno strumento perfetto per riaffermare un white power che nei fatti serve a garantire lo strapotere di un sistema capitalista fondato sul profitto di pochi e sullo sfruttamento di tanti. L’impianto ideologico con cui si tenta di annientare un’identità di classe in funzione di una nazionale e /o continentale, fondata su “dio, patria e famiglia” ed un ordine gerarchico piramidale in cui prevalgono “law and order” ne è il punto di caduta.
Origini
Senza addentrarci in una complessa storiografia coloniale su cui si fonda la cosiddetta “identità occidentale” e quelli che vengono spacciati come suoi valori di civiltà, veniamo direttamente a quanto accade alla fine del XX secolo. Ad utilizzare il termine “remigrazione”, pubblicando libri editi dalle case editrici delle destre neofasciste di tutta Europa, divenendo persino parlamentare europeo, è stato senza dubbio alcuno Jean-Yves Le Gallou. Nei suoi ambienti, come in quelli che sono divenuti parte dei governi di alcuni paesi UE il suo volume più noto, “Il progetto della remigrazione. Per l’Europa dei nostri figli”, è stato quello che forse ha più tentato di tradurre, anche anticipandola, per i palati europei, l’ideologia suprematista statunitense rappresentata da Bannon e simili. L’idea di poter trasformare una riflessione sociologica, per quanto inaccettabile, in progetto politico rappresentativo di una vera internazionale nera, ha visto la sua realizzazione nei proclami dell’Afd tedesca, del Partito della Libertà di Herbert Kickl in Austria, degli spagnoli di Vox e dei francesi di Reconquête e in Italia ha antiche origini anche in Parlamento nella trasformazione che si operata con Salvini della Lega e nell’approccio di quella che oggi è FdI. La sua politicizzazione definitiva risale al 2022, quando Eric Zemmour, scrittore francese candidato alle presidenziali con il partito di estrema destra propose apertamente di espellere dal territorio francese un milione di stranieri in cinque anni, fra “migranti irregolari e delinquenti stranieri”. Il tema ha trovato nel Nord Europa, sponda anche fra il mondo socialdemocratico. “Voglio che facciamo tutto il possibile per far sì che il maggior numero di persone possa tornare nelle proprie terre d’origine”, ha affermato ad ottobre scorso il ministro dell’Immigrazione danese Rasmus Stoklund, esponente di tale partito. Va anche detto, per dovere di cronaca, che lo slittamento a destra in Danimarca dei socialdemocratici ha portato alla crescita di una sinistra indisponibile a cedere sul tema dei diritti universali, proprio a scapito della sinistra moderata.
Programmi specifici di incentivazione al rimpatrio sono già stati avviati in diversi Paesi europei, come la Svizzera, l’Ungheria e persino la Francia. Prevedono premialità economiche legate al non ritorno nell’ex Paese ospitante, cooperazione bilaterale per il reinserimento in loco di chi ha scelto di fare ritorno a casa e strutture dedicate presso ambasciate e consolati per il supporto necessario. Gli alfieri di tale proposta stimano che tra 150.000 e 300.000 immigrati regolari potrebbero “aderire” nei primi 3 anni, specie in assenza di accesso automatico alla cittadinanza, e tra i 50.000 e 100.000 “irregolarizzati”, potrebbero essere rimpatriati con il rafforzamento delle misure di contrasto e delle confische.
I promotori di tali misure negano che in questa maniera si violino i principi delle Costituzioni nazionali. Sostengono che in Italia, ad esempio l’articolo 10 garantisce il diritto d’asilo solo in caso di gravi violazioni dei diritti umani, non un “diritto generalizzato” a restare. Il soggiorno dello straniero è regolato dalla legge ordinaria e può essere limitato o condizionato per motivi di ordine pubblico, sicurezza, o interesse nazionale. La Remigrazione si basa sulla volontarietà e sull’incentivo economico, non su espulsioni arbitrarie. Rafforza quelle per reati, rendendole automatiche e definitive e sbarra la strada a future sanatorie o “regolarizzazioni” per chi è entrato irregolarmente. Peccato che non solo il testo presentato dica ben altro e non si preoccupi minimamente di osservare il fatto che le domande di asilo siano sottoposte ad una valutazione soggettiva o che non sussista alcun percorso di regolarizzazione ma che, quando la proposta viene presentata in pubblico, più d’uno dei promotori, smentendo si dichiari serenamente “se non se ne vogliono andare li cacciamo a calci in c..o” e via dicendo. Il colmo si raggiunge però nel momento in cui, sempre in chiave propagandistica, si dichiara che attraverso la realizzazione di tale proposta, torneranno le italiane e gli italiani, emigrati all’estero, secondo il loro “erudito” punto di vista, a causa dei troppi cittadini stranieri presenti in questo Paese. Il dubbio che dall’Italia si scappi a causa dei bassi salari e delle scarse prospettive di futuro anche produttivo sembra che neanche li sfiori. Bontà loro.
Un progetto impossibile e pericoloso
Il testo presenta numerosi punti che lo dimostrano concretamente irrealizzabile, almeno ad oggi. Al di là degli aspetti etici e politici che lo rendono inaccettabile, ha però il vantaggio di rendere ancora più precaria, se dovesse essere recepito, la vita di chi vive e lavora in Italia. Si diventerebbe più esposte/i in un clima affatto favorevole e permetterebbe di sbloccare i tanto desiderati progetti per aumentare, sia in termini numerici che di tempi di trattenimento (fino a 24 mesi), i Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Nonostante le recenti misure approvate nel Parlamento europeo vadano nella stessa direzione delle forze politiche che ragionano con questa ottica, partendo dal Patto su asilo e immigrazione che entrerà in vigore a giugno e la nuova lista dei cd “Paesi sicuri” e “Paesi terzi sicuri”, in cui accelerare le procedure per il rimpatrio o delocalizzare le richieste di asilo, i numeri sognati per la remigrazione restano irraggiungibili. Che ci sarà, con questa compagine di governo, una stretta autoritaria, ancora maggiore, anche verso chi è accusato di alcuni reati – il testo va a colpire per l’ennesima volta le ong che praticano soccorso in mare, criminalizzandole ancora di più – è fuori di dubbio, ma per il resto si tratta di pericolosa ed eversiva propaganda. Sono almeno 4 gli articoli della Costituzione che vengono infranti da tale progetto e non si tratta di temi marginali. La sua applicazione lederebbe l’art.2 (diritti inviolabili dell’uomo); 3 (principio di uguaglianza) 10 ( diritto d’asilo e condizione dello straniero), 31 ( famiglia). L’attenzione va posta con estrema attenzione sull’art 10, secondo cui, al comma 3, chiarisce che “si riconosce il diritto d’asilo allo straniero cui sia impedito nel proprio Paese l’esercizio delle libertà democratiche. Dichiarare “inderogabile” l’inesistenza di un diritto a migrare, senza esplicitare il necessario bilanciamento con queste norme superiori, rischia pertanto di porsi in tensione con il principio di conformità dell’ordinamento interno agli obblighi internazionali.
E numerose sono le convenzioni internazionali che verrebbero intaccate. Si comincia con l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che garantisce, almeno sulla carta, ad ogni individuo, il diritto alla libertà di movimento e di residenza e a lasciare qualsiasi Paese, compreso il proprio. C’è poi l’art 33 della Convenzione di Ginevra, secondo cui nessuno stato contraente potrà espellere o respingere una persona rifugiata verso territori la cui vita o libertà potrebbero essere minacciati in ragione del principio di non-refoulement. Ulteriore punto di riferimento è l’art 12 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite, che consente limitazioni “solo se previste dalla legge e necessarie per fini legittimi”. Per non parlare di tutte le infrazioni riguardanti il diritto del mare, le normative che impongono di garantire protezione soprattutto alle persone vulnerabili, l’obbligo di prestare assistenza e soccorso anche in acque internazionali, ma questo è un capitolo a parte.
E poi si sa, come affermato da un eminente statista recentemente “il diritto internazionale è valido fino ad un certo punto”. Ma nonostante questo non si sfugge: la proposta di legge Remigrazione e Riconquista“ non si limita a rafforzare strumenti di gestione dei flussi – potere di cui lo Stato italiano dispone da sempre –, ma pretende di ridefinire l’equilibrio tra sicurezza e diritti in senso esplicitamente restrittivo, colpendo uno specifico gruppo sociale. Il nodo giuridico centrale è la compatibilità di un simile impianto con i principi di proporzionalità, uguaglianza, non discriminazione e tutela effettiva dei diritti fondamentali, che costituiscono, per ora, il fondamento dell’ordinamento costituzionale italiano e dell’architettura giuridica europea.
Propaganda e impatto economico
Ma davvero poi i promotori pensano di poter ovviare alla cd “sostituzione etnica” con una simile proposta di legge? Ora al di là del fatto che la mutazione sociale in Europa, che non è frutto di impennate legate ad eccessivo permissivismo ma fa parte della storia passata e recente del continente, della sua attuale crisi demografica, del ruolo rivestito, non soltanto – anche se ad oggi troppo largamente – in mansioni subalterne in gran parte ricoperte dal lavoro migrante, la proposta di legge è unicamente la base di una propaganda fascistoide che anche dall’altra parte dell’Atlantico, negli Usa di Trump, si sta rivelando come un boomerang.
Le nude cifre, per chi non è animato da un approccio cosmopolita, parlano chiaro e interrogano anche il mondo liberale, l’imprenditoria e le imprese. Secondo i dati IDOS del 2025, circa il 9% del Pil prodotto in Italia dipende dal lavoro di cittadine e cittadini immigrati, il rapporto fra le “spese”, che lo Stato destina a chi non è cittadino italiano, i contributi fiscali e INPS è stimato, con un saldo positivo di oltre 4 mld di Euro. Ai “patrioti” che dichiarano di voler difendere l’interesse nazionale va contrapposto anche questo cinico dato. Il 62,3% dei cittadini e delle cittadine con background migratorio risultava, al 31/12/2024 occupato regolarmente (per gli autoctoni è 62,2%) e non si registra alcuna concorrenza (non ci rubano il lavoro) ma coprono nicchie economiche, spesso malpagate, soprattutto in agricoltura, edilizia, ristorazione, lavoro di cura, che altrimenti resterebbero prive di manodopera. E questo senza contare la piaga del lavoro nero che colpisce soprattutto persone che, non avendo la cittadinanza e rimanendo soggetti causa legge Bossi Fini (2002) ad un “contratto di soggiorno”, sono più facilmente ricattabili anche attraverso forme di sfruttamento (contratti in cui le ore di lavoro prestate sono una percentuale misera di quelle effettuate, contratti falsi nelle mansioni con conseguente scarsa contribuzione eccetera). La percentuale totale delle lavoratrici e dei lavoratori di origine straniera era del 10,5% (sempre dati fine 2024) e registrava una discreta crescita (circa 140 mila occupate/i in più), mentre è fortemente diminuito il tasso di disoccupazione. Nonostante prevalga la segregazione in occupazioni di bassa qualifica e con condizioni lavorative più vulnerabili (condizione che riguarda per difetto il 29%), l’INPS ha in questa manodopera una delle maggiori voci di entrata per sostenere il sistema pensionistico nazionale. Tra lavoro dipendente e autonomo si tratta del 13,4% delle posizioni lavorative totali. È poi da anni in costante crescita, è quella che va sotto il nome di imprenditoria migrante. Sono numerose le imprese, spesso con una/un solo dipendente, che però continuano ad aumentare e la cui proprietà è di cittadine/i non nate/i in Italia. Se nel 2011 erano circa 454 mila, rappresentando il 7,4% del totale di quelle attive nel Paese, a fine 2024 sono divenute quasi 667 mila, (11,3%) con un tasso di crescita costante superiore all’1% a fronte di un calo costante di quelle di proprietà di cittadini italiani (nel 2024 – 1,6%).
Va detto che il testo sulla Remigrazione apparentemente sembra voler “garantire” chi lavora e produce, ma si tratta di un’ennesima beffa.
Intanto prova a ristabilire una sorta di corsia preferenziale per l’assunzione di cittadine /i italiani, poi in caso di momenti di crisi o di condizioni di disoccupazione si rischia di finire nel calderone dei rimpatriabili. Persino il lavoro nero, per quanto decantato come fenomeno da contrastare, finisce col far divenire punibili coloro che lo accettano anche se costretti. Ma, sempre considerando il punto di vista meramente economico / produttivo, c’è un dato che dimostra la schizofrenia propagandistica che anima i propositi remigratori. La stessa maggioranza di governo se da una parte appoggia, più o meno apertamente la proposta di remigrazione, si è poi ritrovata, già due volte a fare i conti con la realtà. Infatti, utilizzando lo strumento fallimentare del “decreto flussi”, creato da governi di centro sinistra, ha dovuto cedere alle pressioni degli imprenditori e elaborare programmazioni triennali di ingresso per motivi di lavoro di ampia portata. Circa 450 mila permessi nel triennio 2023 / 25, oltre 500 mila per quello successivo. Trattasi in gran parte di permessi per lavoro stagionale, sia chiaro, ma una volta giunti in Italia, le/i beneficiari di tale permesso difficilmente torneranno nel Paese di provenienza, perché di loro l’economia reale ha un estremo bisogno. Le richieste infatti delle associazioni degli imprenditori erano per numeri doppi rispetto a quanto offerto. Le storture insite nei meccanismi delle quote di ingresso riservate ai Paesi che collaborano ai rimpatri e con cui ci sono accordi bilaterali vanno però analizzati in forma più complessa. È proprio il meccanismo del decreto flussi che, oltre ad avere un approccio coloniale, non soddisfa neanche il rapporto fra domanda e offerta di lavoro. Le persone entrano e poi si ritrovano con imprenditori finti, contratti truffa, posti di lavoro che non esistono, il tutto nella volatilità di un’assunzione oggi possibile e domani non più disponibile. È lo stesso meccanismo di ingresso che genera precarietà e irregolarizzazione e permette poi di offrire spazio alla xenofobia.
Certo la presidente del Consiglio non si è pronunciata su tale aspetto, pur non perdendo occasione di prendere posizione parlando di “rimpatri di clandestini”, “porti bloccati”, “sentenze che favoriscono i delinquenti irregolari” ecc…ma numerosi esponenti del parlamento strizzano platealmente l’occhio ad una proposta così violenta.
Nei territori accade ancora di peggio, per la raccolta firme vengono concessi spazi, anche pubblici, alle organizzazioni proponenti. Casa Pound, una di queste, qualora passasse in giudicato la recente sentenza del tribunale di Bari, andrebbe sciolta in base alla cd “Legge Scelba” e alla XII disposizione transitoria della Costituzione che vieta la ricostruzione del partito fascista. Ed è la presenza di manipoli di nerboruti che raccolgono firme sventolando il tricolore forse l’aspetto sociale e culturale peggiore di tale proposta. Come tanti anni fa, dietro queste persone, alcune delle quali siedono anche nei consigli comunali e regionali, ci sono quelle/i in doppiopetto o tailleur che ne raccolgono elettoralmente e in termini di egemonia xenofoba quanto populista, i frutti.
Azioni di contrasto
La raccolta firme è andata, purtroppo, a buon fine e ora non resta che augurarsi di vederla, come è accaduto purtroppo con tante altre leggi di iniziativa popolare degne di maggiore attenzione, di vederla cadere nel dimenticatoio. Difficile però essere ottimisti: niente più facile che tanta “volontà popolare” venga ripresa in altra maniera più soft, per essere portata al voto, in parlamento, soprattutto con l’approssimarsi della campagna elettorale. Ma le iniziative per aumentare le firme e per propagandare il progetto originario proseguiranno nei territori, in maniera tale da divenire ancora più pervasivo. E saranno sufficienti fatti di cronaca che vedano cittadine/i “stranieri”, accusati o sospettati di aver commesso reati, per veder riproposte le adunate fascistoidi di cui si è parlato finora.
Servirebbe lanciare almeno quattro proposte operative in cui impegnarsi e che fra loro si intersecano.
1) La presentazione in ogni ente locale di ordine e grado di mozioni simili con cui si chieda alle istituzioni di non concedere spazi pubblici per eventi che promuovano la proposta di legge in quanto lesiva della Carta Costituzionale e di Convenzioni internazionali
2) La richiesta da effettuare in parlamento affinché tale proposta, per le stesse ragioni, non venga nemmeno presa in esame. Chi vuole assumersi la responsabilità di presentarne di affini, provi a farlo senza violare le carte vincolanti.
3) La presentazione di un ordine del giorno, sintetico specifico che trovi spazio al Congresso del Partito della Sinistra Europea che si terrà in aprile, affinché di tale tematica venga investito anche il Parlamento Europeo
4) Operare attraverso forme di diffusione (utilizzando ogni mezzo necessario) per smontare la fattibilità della proposta di legge denunciandone i suoi caratteri suprematisti, xenofobi e persino dannosi per gli interessi nazionali oltre che forieri di procedure di infrazione presso la Corte Europea per i Diritti Umani, le cui decisioni ricadrebbero sulle spalle della collettività.




