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«Carriere», una parola che non c’era

di Anna Laura Bussa –

Una parola divide il Paese ed è sulla bocca di tutti, ma di quella parola nella Costituzione oggi non c’è traccia. O meglio, compare solo nell’articolo 98, ma a proposito di militari: la parola è «carriera». A volerla introdurre nella parte della Costituzione dedicata all’ordinamento giurisdizionale è la riforma Nordio, che prevede la separazione delle «carriere» dei magistrati e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, ora oggetto del referendum di domenica e lunedì prossimi. L’inserimento delle «carriere» non è una questione semantica ma un cambiamento radicale che con il tempo potrebbe portare a una rivoluzione: i costituenti scelsero con cura il vocabolo «funzioni» relativamente all’attività dei magistrati. L’articolo 107 precisa in maniera inequivocabile che «i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni».

L’ingresso nella legge fondamentale dello Stato dell’espressione «carriere» alluderebbe a un ritorno alla gerarchizzazione delle toghe, così com’era nel periodo preunitario e in quello fascista. E a una burocratizzazione del loro ruolo.

Il principio che si era voluto affermare scegliendo il termine «funzioni», anziché «carriere», si basava sul fatto che «nell’esercizio della giurisdizione tutto deve essere ugualmente importante», che ogni funzione giudiziaria deve avere «pari dignità», perché ognuna attiene a profili vitali e a diritti fondamentali della persona. Ma, per arrivare ad una «magistratura di uguali», il cammino era stato lungo e faticoso. Partito dal 1948, i primi risultati si erano concretizzati con una serie di pronunce della Consulta e con alcune leggi, tra cui le più note sono quelle di «Breganze» e «Breganzone».

La prima è del 1966 (n. 570) e porta la firma del Dc Uberto Breganze, mentre la seconda, che ha un nome ironico in riferimento alla prima, è del 1973 (n. 831). Grazie a questi interventi non ci furono più concorsi interni, ma un passaggio automatico, da una qualifica all’altra, solo per anzianità e dopo apposita valutazione di professionalità. La «magistratura di uguali» riuscì a garantire un più efficace controllo di legalità sui poteri pubblici e politici e sull’attività economica e imprenditoriale, spesso scatenando dure reazioni che portarono negli anni a parlare di «governo dei giudici» o di «toghe rosse». Attualmente, si parla di «carriere» solo nella legge che regola l’ordinamento giudiziario, ma è legge ordinaria. La riforma Nordio, puntando a costituzionalizzare il termine, sembra voler indicare la strada di un ritorno all’assetto piramidale della magistratura.

Con tutto ciò che ne consegue, a cominciare dalla subordinazione di un magistrato nei confronti di un altro. L’obiettivo della riforma sarebbe dunque duplice, almeno per quanto riguarda l’introduzione della parola «carriere» in Costituzione. Da una parte, tornare ad una gerarchizzazione delle toghe e dunque ad un loro maggior controllo. Dall’altra, tenere il punto con l’elettorato di centrodestra al quale era stato promesso di tracciare un solco sempre più profondo tra giudici e pm. La separazione delle «funzioni», infatti, si era già ottenuta con la riforma della ministra Cartabia nel 2022.

Di questo e di molto altro, come del sorteggio per scegliere chi mandare al Csm, si sarebbe potuto parlare in parlamento attraverso un vero confronto tra forze politiche. Indispensabile quando si tratta di modificare la Costituzione. Invece di forzare la mano e puntare dritti sul referendum. Trasformato dalla maggioranza in un plebiscito pro o contro un potere fondamentale dello Stato, quello giudiziario, che dovrebbe restare invece autonomo e indipendente. Ma nello scontro è il potere pubblico nel suo complesso che si indebolisce, a vantaggio di poteri privati, non eletti e controllati da nessuno, che sobillano guerre e ridisegnano equilibri mondiali. Gli elettori ancora una volta potrebbero fare la differenza ridando forza e vigore alla Costituzione. Ma è difficile prevedere quando e se una simile ferita potrà mai rimarginarsi.

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