di Stefania Brai –
Un recente convegno del Censis, organizzato per presentare il 21° Rapporto sull’informazione, è stato intitolato “L’informazione nel mirino”. Credo che titolo più adeguato alla situazione attuale, nazionale e internazionale, non esista.
Nelle tante guerre a pezzi che ci fanno vivere in una guerra permanente, nello smantellamento del diritto internazionale, nella situazione di crisi sociale, economica e culturale, l’informazione è “nel mirino” innanzitutto per i 129 giornalisti uccisi dalla e nella guerra nel 2025.
È nel mirino perché secondo il rapporto di Reporters sans frontières la libertà di stampa nel mondo ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 25 anni e l’Italia è scesa ancora nella graduatoria arrivando al 56° posto..
Ancora. È nel mirino per la delegittimazione e la sfiducia cui è soggetta da parte dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine, come conseguenza della rappresentazione delle guerre e della realtà da parte dei mezzi di comunicazione.
Delegittimazione e sfiducia che portano a una contrazione generalizzata dell’uso dei mezzi di informazione.
Invece capirne le cause affrontando i temi legati alle fonti di informazione, al ruolo dell’intelligenza artificiale, al rapporto con i poteri, alla censura del mercato e degli apparati, alle fonti di finanziamento più o meno palesi, c’è chi cavalca il malcontento proponendo di lasciarla tutta nelle mani del mercato e quindi proprio dei “poteri”.
E allora è nel mirino anche da parte di chi sostiene di volerla difendere. Mi riferisco a una pericolosa raccolta di firme per indire un referendum contro il finanziamento pubblico ai giornali promossa da Alessandro Di Battista.
Pericolosa proprio per la libertà di stampa, per il diritto all’informazione e non da ultimo per la libertà d’espressione e per la delegittimazione delle istituzioni che contiene.
Pericolosa intanto per le ragioni da cui prende le mosse: i giornali dicono bugie, dicono cose che non ci piacciono, quindi non vanno pagati con i nostri soldi.
Spero che dietro questa motivazione non ci sia l’idea che compito dello Stato sia quello di sostenere solo chi produce informazioni – e idee – che piacciono a qualcuno. E quindi solo gli artisti, gli autori, le loro opere, i programmi, i libri, le informazioni gradite a qualcuno “di turno” al potere in quel momento.
L’intervento dello Stato ha senso, anzi è indispensabile, per sostenere, con normative e finanziamenti, tutto ciò che può garantire il massimo della libertà di espressione e di comunicazione, il massimo del pluralismo e della circolazione delle idee, il massimo del pluralismo nella produzione artistica e culturale. Tutto ciò cioè che il mercato non solo non garantisce e per sua natura non può garantire, ma spesso e volentieri impedisce. Solo l’intervento dello Stato, solo il sostegno pubblico può liberare l’informazione dalla censura del mercato e dal rapporto con il potere.
Quella raccolta di firme è pericolosa perché la libertà di stampa e di informazione si difende innanzitutto rinnovando i contratti dei giornalisti scaduti da più di dieci anni, garantendo la dignità del loro lavoro, dignità – e autonomia – inesistente se la maggior parte di loro vive di precariato e spesso di lavoro nero, e se un articolo viene pagato tra i 4 e i 5 euro lordi.
La libertà e il pluralismo dell’informazione si difendono con leggi antitrust e sul conflitto di interessi, impedendo la vendita dei quotidiani italiani a gruppi stranieri, sostenendo la distribuzione e le edicole – luoghi non solo di vendita ma presidi di socialità – garantendo la loro sopravvivenza e non costringendole a vendere formaggi oltre che a funzionare da uffici postali e quant’altro.
Si difendono agendo sui costi dei quotidiani: abbassando per esempio l’iva, come in Francia, al 2,1 % (in Norvegia e Regno Unito aliquote zero). Nelle tante indagini sulla lettura dei giornali non si mettono mai i dati a confronto con la situazione economica e lavorativa degli intervistati. Quale famiglia può permettersi oggi di spendere oltre cinquanta euro al mese per comprare un quotidiano? Non è un caso se è in crescita – di poco, ma in crescita – la lettura dei giornali gratuiti.
E si difendono anche riportando i quotidiani nelle scuole, perché la conoscenza e il sapere devono contribuire anche alla formazione di una lettura critica della società e quindi a un pensiero non omologato e perché anche l’informazione è uno degli strumenti per la crescita intellettuale e culturale.
Ma innanzitutto la libertà di espressione, di informazione e il pluralismo delle idee – perché è questo che ci deve interessare – si difende proprio a livello istituzionale con una riforma della legge sul finanziamento pubblico alla stampa e all’editoria che incrementi gli stanziamenti oggi totalmente inadeguati, ma insieme ne rovesci totalmente la logica attuale: per sostenere tutte le imprese editrici vere e le testate realmente indipendenti, assegnando i finanziamenti non in modo proporzionale in base alle copie cartacee vendute (per cui più vendi, più sei forte sul mercato, più lo Stato ti finanzia) e a prescindere dalle entrate complessive delle società editrici – pubblicità e quant’altro – e dalla loro forza sul mercato.
Una legge che sostenga le testate locali, le cooperative, le pubblicazioni dell’associazionismo, dei movimenti e dei partiti che sono ancora, come ci dice la Costituzione, gli strumenti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. O vogliamo abolire anche quelli?
Quelle testate che possono – o vogliono – fare a meno dei finanziamenti pubblici si reggono in realtà su altre entrate e altri patrimoni, derivanti, per esempio, dai settori navali o dalle cliniche private, o dai settori edili, cioè da tutto fuorché dalla attività editoriale. Oppure dalla pubblicità, che vuol dire in realtà che sono pagati da tutti noi. Il costo della pubblicità per le aziende incide dal 5 al 50% sul costo dei prodotti, cioè su quanto noi spendiamo per mangiare, per vestirci, per vivere. Sono sempre “soldi nostri”, siamo sempre noi a pagare, senza saperlo, senza regole, ed esclusivamente in base alle leggi del mercato.
Se si abolisce il finanziamento pubblico, sopravvivranno solo quelle testate proprietà dei grandi poteri economici e finanziari, italiani e stranieri: circoleranno solo le informazioni e le notizie che loro sceglieranno, le “verità”, le opinioni, le idee, i racconti, i punti di vista solo di chi sarà finanziato da loro. È questo che si vuole ottenere? È questa l’idea di democrazia? È questa la società che si vuole costruire? Se sì, lo si dica chiaramente.
L’informazione – come la conoscenza e la cultura – non è merce, è un diritto sancito dalla Costituzione, uno strumento essenziale per conoscere e capire la realtà e per la formazione di una conoscienza critica, strumento di emancipazione e di libertà, “pilastro della democrazia” e non può essere lasciata, come si diceva un tempo “nelle mani dei padroni”.




