Il rogo con cui sono stati uccisi 4 braccianti immigrati sulla SS 106, nei pressi di Amendolara, (Cs), chiama in causa numerosi responsabili. I due o più caporali che avrebbero, secondo le prime ricostruzioni, fatto morire in maniera così atroce i propri colleghi di lavoro, forse per pochi euro o per logiche di dominio. Ma questi sono l’ultimo anello della catena. A finire sul banco degli imputati dovrebbero essere i decisori politici. Quelli del governo nazionale che potrebbero utilizzare i 200 milioni di euro messi a disposizione col PNRR per garantire condizioni di vita dignitosa a chi lavora, che comprendano alloggi, accesso alla sanità, rispetto delle norme contrattuali. Le giunte regionali e le amministrazioni comunali competenti che non hanno presentato alcun progetto per utilizzare tali fondi, temendo di perdere consensi. La debolezza della legge di contrasto al caporalato, l’assenza di controlli e di ispettorati del lavoro, l’idea dominante che le vite di chi si spezza la schiena nei campi e ha il colore della pelle diverso, non meritino alcuna tutela. Del resto, le stesse leggi regolatorie dei flussi migratori sono perfettamente funzionali al sistema mafioso che governa le forme più criminali nel mercato del lavoro Con quale faccia i signori della remigrazione parlando di “sicurezza” e di “difesa del territorio” se non sono in grado di garantire i diritti di chi lavora. L’articolo 1 della Costituzione antifascista e repubblicana, all’indomani del 2 giugno, quando la si celebra con oscene parate militari è, ancora una volta, sommerso dal fango di questa violenza omicida. Ribellarsi a questa diffusa “banalità del male” è un dovere per tutte/i
Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione
Francesco Saccomanno, responsabile movimenti e migranti Calabria, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea




